Disastro Italia, è colpa nostra. Siamo tutti complici

È difficile trovare le parole, realizzare, assimilare quest’onda, anzi, questo tsunami che si è abbattuto sul nostro sistema calcio. L’Italia in Russia nel 2018 non ci sarà. Niente mondiale, niente estate calcistica, niente trombette, niente bambini festanti, attese, riunioni di amici e parenti, gioie e imprecazioni. Niente rituale scandito da quell’atmosfera magica che solo la nazionale sa darti. Niente di niente.

Se c’erano poche certezze nella vita una di queste erano i mondiali, svaniti nella fredda notte di San Siro; falliti ancor prima di cominciarli, sotto i colpi (più pugni e calci che gioco) della Svezia, ma soprattutto sotto le nostre responsabilità. Nostre, di tutti. Dirigenti, allenatori, club, media e tifosi, sì, anche loro, anche noi, complici di questo suicidio.

È inutile negare oggi e fingersi stupiti. Le avvisaglie c’erano state e tutti le abbiamo sottovalutate. Perché se è vero che solo oggi abbiamo raggiunto il punto più basso della gloriosa storia della nazionale italiana, è altrettanto vero che la morte non è stata improvvisa, ma frutto di una lenta agonia.

Agonia cominciata in Sudafrica, in quel 2010 fatto di vuvuzela, jabulani e ultimo posto nel girone con Slovacchia, Paraguay e Nuova Zelanda; sofferenza continuata in Brasile sotto i morsi di Suarez e dell’Uruguay che ci soffia il posto agli ottavi insieme al modestissimo Costa Rica. Due europei illusoriamente buoni a fare di intramezzo, come il canto del cigno che si appresta a morire.

Fiumi di inchiostro si sprecheranno cercando delle responsabilità che in realtà sono di tutti, di un sistema esterofilo e marcio, in cui l’italiano è stato costantemente messo da parte per far spazio a, scusate il termine, “pippe” straniere venduteci per i nuovi Ronaldo.

Se le squadre schierano ormai 10 stranieri in campo il risultato non può che essere questo. Siamo un Paese che non ha più voglia di puntare sui propri giovani, preferendo nomi esotici di dubbio valore ai quali invece viene data più di una possibilità. Abbiamo visto marcire i talenti in questi anni, giocatori come Verratti che hanno dovuto fare la fortuna del PSG; gente come Insigne, che per “esplodere” ha dovuto aspettare i 26 anni, perché nessuno lo aveva messo nelle condizioni di rendere al meglio costringendolo ad attuare una fase difensiva che ne ha devastato, fino alla consacrazione con Sarri, il potenziale offensivo.

“Devono crescere”, questa la bestialità che sentiamo sempre ripetere. Cresere stando in panchina, un ragionamento che però troppo spesso vale solo per gli italiani. Perché il coraggio non manca quando si devono lanciare stranieri, ma solo quando a giocatori come Rugani (che all’Empoli era un fenomeno) viene relegato un ruolo da comprimario, o come quando si compra Bernardeschi e lo si paga 40 milioni, ma poi si schiera il quasi 30enne Cuadrado.  E parliamo in questo caso della Juve, che ha sempre avuto una tradizione di zoccolo duro italiano; stendendo un velo pietoso su chi di italiani in rosa ne conta sulle dita di una mano.

I risultati? Il Milan campione d’Europa nel 2007 contava sette italiani in campo. Oggi ne ha 4 ed è settimo in campionato. La Juventus campione d’Europa nel 96 ne schierava otto (Del Piero, titolare in finale, aveva 22 anni) , a Cardiff quattro, ed è stata polverizzata dal Real Madrid. Il Napoli nell’apice della sua storia (campione d’Italia 89/90 e vincitore della coppa UEFA 88/89) aveva nell’11 titolare otto italiani (Ciro Ferrara segnò il gol decisivo a Stoccarda, aveva 22 anni) mentre la Lazio vinceva la Supercoppa UEFA contro gli invincibili dello United con sei (in quella squadra Nesta esordiva a 17 anni ed era capitano a 22). Nessuna delle due, entrambe oggi con due soli nostri connazionali in campo, pur essendo su buoni livelli, vince in Europa da allora.

I dati parlano chiaro, i nostri club hanno quasi sempre vinto all’estero quando in campo c’erano gli italiani. E, al di là della narrazione, non erano tutti fenomeni. Non lo era Oddo, non lo era Torricelli, non lo era Francini, né Negro. Erano tutti buoni giocatori su cui il sistema però investiva.

Oggi il sistema non investe, a partire dai settori giovanili fino ai top club, passando per le categorie minori. E allora ecco che i buoni giocatori diventano scarsi e i campioni non vengono scoperti o vengono bruciati sotto l’arroganza dei club che sparano cifre spropositate (chiedere 100 milioni per Belotti è ridicolo, e fa solo male al ragazzo a cui si tarpano le ali), sotto la poca volontà della federazione, l’arrivismo dei procuratori, dei responsabili dei settori giovanili e il disinteresse totale dei tifosi e dei media.

Perché, diciamoci la verità, oggi siamo bravi tutti a sciorinare critiche, ma di questa nazionale, prima del disastro, non fregava niente a nessuno. Anche quella si è persa, la cultura di seguire l’Italia. Con l’eccezione di ieri, gli azzurri hanno, negli ultimi tempi, avuto cornici di pubblico imbarazzanti, frutto di una totale disaffezione ad una cosa data quasi per scontata ma che scontata non è affatto, una nazionale tra le più gloriose al mondo (con Brasile e Germania) della cui storia sentire la fierezza e la responsabilità.

E allora prendiamoci lo schock, sperando che non sia vuoto e che porti a una vera riflessione. Riparte il campionato e il pericolo è scordarsi ancora di questa Italia, tornando a pensare al campanile del nostro maledetto orticello, a ragionare sempre in funzione anti-italiana, salvo poi frignare ed accampare scuse quando gli altri andranno in Russia e noi ce ne staremo a casa. Ingloriosamente a casa.

(di Simone De Rosa)