Cosa ci racconta la situazione in Libano

Dopo la guerra commerciale e diplomatica, nel giugno del 2017, nei confronti del Qatar per la condivisione di un oleodotto con Teheran, l’altro Paese finito nel tritacarne di Riyad per i suoi piani revanscisti sunniti in Medio Oriente è il Libano.

L’obiettivo? Proseguire nell’indebolimento di quella mezzaluna sciita che va da Baghdad fino a Beirut, sia attraverso guerre per procura (come in Siria con il finanziamento delle formazioni takfiro-wahabite in opposizione a Bashar al-Assad) che mediante interventi militari diretti come in Yemen contro gli Houthi. Giocando la carta delle dimissioni di Saad Hariri, suo strumento per veicolare i soldi nel Paese dei cedri sin dal 2005, l’Arabia Saudita vuole eliminare totalmente l’influenza di Hezbollah, a detta sua strumento iraniano di destabilizzazione, creando una frattura irreparabile tra la Coalizione 14 Marzo (filo-sunnita) e la Coalizione 8 Marzo, della quale fanno parte la Corrente Patriottica Libera – formazione cristiano-maronita con a capo il presidente, Michel Aoun – ed espressioni sciite minori quali Amal.

Uno scenario che potrebbe ricalcare quello vistosi durante la guerra civile del 1975-1990 ma con effetti più devastanti, dovuti alla presenza di ISIS e al-Qaeda al confine con la Siria e di profughi siriani che mirano il già fragile equilibrio sociale del Paese, ottenuto dopo gli accordi di Ta’if.

In questo contesto geopolitico, le mire anti-iraniane di Riyad sono supportate da una comunione d’interessi con Washington: la linea di Donald Trump, andando a rinegoziare l’accordo sul nucleare e dichiarare gli Ayatollah come finanziatori di al-Qaeda, apre un nuovo fronte di ostilità nei confronti di Teheran, rafforzato dall’incontro di Jared Kushner con bin-Salman dopo gli arresti di 7 principi ordinati dalla commissione anti-corruzione.

Tuttavia, al momento, una possibilità di uno scontro a viso aperto con il blocco sciita appare remota: l’Arabia Saudita non possiede sufficienti capacità logistico-militari, come sta a dimostrare la situazione a dir poco disastrosa in Yemen, dove gli Houthi occupano la catena montuosa del Najran, rendendole impossibile il controllo di una porzione di territorio grande come l’Italia. Può provare a convincere Israele, come sta già facendo mediante gli invii segreti di telegrammi a tutte le sedi diplomatiche, ma i ricordi delle sberle del 2000 e del 2006 bruciano ancora.

(di Davide Pellegrino)