Rileggere Corridoni per rilanciare il sindacato

Il sindacato nel mondo occidentale si è arreso. Si è arreso alle politiche neoliberiste, alla volontà di far sentire la propria voce e proporre le istanze necessarie a tutelare i lavoratori che rappresenta o perlomeno dovrebbe rappresentare.

I motivi della resa sono tanti, forse troppi, eppure qualche spiraglio di luce nell’ombra c’è sempre. E’ possibile rilanciare uno dei principali corpi intermedi nelle democrazie “compiute”? E se sì, come? In Francia, paese rivoluzionario per eccellenza, la lotta al Job’s act in salsa transalpina, la Loi Traval, è stata a lungo portata avanti dai sindacati e di sicuro sono le sigle sindacali oggi le principali forze di opposizione al nuovo esecutivo dello squalo dell’alta finanza Emmanuel Macron che gode della più ampia maggioranza parlamentare mai avuta nel corso della Quinta Repubblica.

In Italia le cose vanno peggio, molto peggio. La principale colpa è quella di aver assoggettato i sindacati ai partiti politici, d’altronde basta seguire il percorso dei leaders impostisi all’opinione pubblica per svelare come l’ascesa in campo sindacale sia divenuta un trampolino di lancio per la carriera politica. Dagli ex CISL Franco Marini e Sergio D’Antoni al barbutissimo, e barbosissimo, Sergio Cofferati fino a Renata Polverini si compie il giro dell’intero emiciclo del Parlamento mentre qualcuno attende ancora la discesa in campo di Maurizio Landini.

Si potrebbe obiettare che così fan tutti, dalla magistratura (questa, però, sempre di un solo colore) all’imprenditoria, ma il sindacalismo un tempo era espressione dei lavoratori per i lavoratori non di un lavoro fin troppo ben retribuito a cui si aggiungono le inchieste in atto per appropriazione indebita secondo cui c’è chi avrebbe usato i soldi del sindacato per viaggi e acquisti personali.

Quest’anno un sindacato, che mira a risorgere dalle ceneri in cui è caduto dopo il picco di massima espansione che lo aveva portato quasi alla pari con i giganti di Cigl, Cisl e Uil, ha posto sulla propria tessera l’immagine del monumento presente alla Trincea delle Frasche in onore di Filippo Corridoni. Un richiamo mai venuto meno a destra come a sinistra, fin dai tempi della segreteria di Giuseppe Di Vittorio nella rinata CGIL del secondo dopoguerra.

Ma è proprio rileggendo Filippo Corridoni che i nodi, prima esposti, vengono al pettine. Corridoni, infatti, con gli altri illustri esponenti del sindacalismo rivoluzionario fu il fautore del motto secondo il quale “l’emancipazione dei lavoratori deve avvenire per opera dei lavoratori stessi”.

Lavoratori tra i lavoratori, organizzatori tra gli iscritti alla CGL (la sigla unitaria di inizio Novecento) prima e dell’Unione Sindacale Italiana poi, i sindacalisti rivoluzionari lanciarono già nel secolo scorso l’allarme contro l’imborghesimento del partito di appartenenza, quello socialista, appiattitosi in seguito all’ingresso in Parlamento; per poi staccarsene, consapevoli che abdicare alle volontà del partito li avrebbe messi in conflitto con i programmi e i progetti dettati dalle letture rivoluzionarie di Sorel, Mazzini, Rensi e Proudhon.

La distinzione è ben rappresentata proprio dal filosofo anarchico francese secondo cui “non basta appartenere fisicamente ad una classe per avere coscienza di classe”. Chiariti i primi due punti la grande assente nel sindacalismo odierno è l’intuizione, la capacità di comprensione del mondo e delle sue evoluzioni senza restare ancorati a schemi prefissati dalle ideologie. Idee e non ideologie, adattamento del proprio pensiero alle esigenze contemporanee.

Oggi la maggior parte delle sigle sindacali resta in vita solo per i propri C.a.f e null’altro. Rileggendo il principale testo di Filippo Corridoni, poi divenuto una sorta di testamento politico-sindacale, si traggono delle analisi di una sconvolgente attualità. Il suo “Sindacalismo e Repubblica”, recentemente riproposto dalle case editrici Circolo Proudhon e Idrovolante, contiene dei passaggi da riprendere obbligatoriamente: dal diritto di referendum propositivo alla revocabilità delle cariche pubbliche (presente solo nelle Costituzioni bolivariane dell’America Latina) alla pericolosità dell’eccesso di produzione (intuito quattordici anni prima della crisi economica di cui fu causa del 1929) fino alla natura mediterranea della nostra nazione che farebbe del Meridione e dei suoi porti, di cui si è dimenticato anche il premier Gentiloni , un’eccellenza per la posizione centrale tra l’Africa settentrionale e il Medio Oriente e l’implementazione del canale di Suez.

Il sindacalismo rivoluzionario, come scritto da Giovanni Facchini, fu un movimento eretico che si basava sul teorema dell’indipendenza sindacale nei confronti sia dei partiti politici che dello Stato, con l’obiettivo di costituire una società organizzata per mezzo dei sindacati di lavoro e di settore, proponendo un’aristocrazia sindacalista, espressione meritocratica di un governo dei migliori e rappresentativa del valore personale e non della ricchezza o del sangue secondo un concetto di autorevolezza e non autoritario.

D’altronde Vilfredo Pareto parlò dei sindacati operai come delle “nuove aristocrazie sociali” opponendo l’equazione democrazia-socialismo a quella sindacalismo-aristocrazia.

(di Luca Lezzi)