Élite contro populismo

La dialettica politica sta intensificando le ricerche e le analisi sul fenomeno del populismo almeno dagli sconvolgimenti del 2016, quando il successo referendario della Brexit e quello elettorale del magnate statunitense Donald Trump hanno fatto crollare i miti del politicamente corretto.

Ad onor del vero, come alcuni addetti ai lavori sanno, c’è chi ha iniziato questi studi in tempi non sospetti come il professor Marco Tarchi, l’ideologo francese Alain De Benoist e gli studiosi di politica contemporanea latino-americana come il docente dell’Università di Bologna Loris Zanatta. Arriva adesso nelle edicole l’ultimo lavoro del giovane editore Francesco Giubilei, il cui testo “Perché le élite ci salveranno dal populismo. All’Italia non serve l’antipolitica ma la buona politica” ha il merito di analizzare dall’altro lato la battaglia in atto.

Giubilei dopo aver ripercorso le analisi più attuali sulla formazione storica e quella più recente dei fenomeni populisti ribalta il campo d’azione ridando vigore al termine “élite”. Proprio come il populismo per una buona parte della politica italiana ed occidentale ha assunto un significato esclusivamente negativo così è stato anche per le élite, non individuate più in quelle minoranze in grado di avere accesso a ruoli di potere e responsabilità perché considerate per il loro valore in merito e quindi le migliori ma, bensì, un gruppo ristretto che esercita il potere in virtù di privilegi che derivano non da qualità ma da motivazioni di vario titolo, in prevalenza economico.

Risalendo dalle origini degli studi della scuola italiana, tracciata dalle opere di Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Robert Michels, passando per gli studi anglo-sassoni del Novecento, ad opera di Harold D. Lasswell, James Burnham e Charles Wright Mills, Giubilei ripristina l’antico concetto del termine oggi puramente dispregiativo. Altro merito dell’autore è quello di svelare seppur in maniera impopolare, come sottolinea egli stesso, i falsi miti che riempiono i talk show odierni dal taglio degli stipendi ai parlamentari, di grande impatto mediatico ma quasi irrisorio per il bilancio dello Stato, al concetto di democrazia ateniese, una vera e propria oligarchia alla prova dei fatti.

Altra differenza sostanziale che emerge nel testo è quella tra l’antipolitica e il populismo oltre al ruolo che hanno assunto i social network, in grado di dare la parola a tutti e permettere di passare dalla funzione solamente passiva (come avviene per tv, radio, libri e giornali cartacei) a quella attiva tramite commenti, condivisioni e mi piace che genera un appiattimento dell’informazione dato che molti ritengono di poter parlare di un argomento pur avendo letto solo qualche rigo a riguardo su Internet.

Non manca un’analisi delle colpe delle élite a partire dal saggio di Cristopher Lasch “La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia”. La conclusione è affidata ad una ricetta a primo avviso scontata ma che a ben guardare non lo è già da qualche decennio: il ritorno alla buona politica attraverso la formazione di una nuova classe dirigente che torni a mettere al centro del proprio operato l’interesse nazionale.

(di Luca Lezzi)