Neoborbonici: viaggio tra nostalgia e falsificazioni

All’indomani della marcata vittoria della Repubblica nello storico referendum del 2 giugno 1946, Re Umberto II, che si accingeva ad imbarcarsi in esilio con la famiglia sull’incrociatore Duca degli Abruzzi in direzione di Lisbona, pronunciò una frase che divenne storica: “Le monarchie sono come i sogni. O si ricordano subito o non si ricordano più”.

La recente comparsa del movimento e, ancor prima, del pensiero neoborbonico nel meridione sembra essere una smentita vivente a tale asserzione.

La realtà della nostalgia per il Regno delle due Sicilie e per la casata reale che lo governava, i Borbone, è solo una delle innumeri reazioni localistiche agli sconvolgimenti epocali a cui l’umanità, soprattutto il mondo occidentale, sta andando incontro in questo periodo storico caratterizzato dal fenomeno della globalizzazione e dai suoi processi di delocalizzazione e deterritoralizzazione.

A ciò aggiungiamoci che il sud ha da sempre mostrato insofferenza verso le spinte centripete “torinocentriche” prima e “romanocentriche” poi, anche per il risentimento a causa del divario economico con il nord più industrializzato.

Insomma, fiutare il sempre più imperante sciovinismo meridionale non deve sorprendere, e, al contempo, il fenomeno non può essere ridotto ad una mera rivisitazione folkloristica dei tempi che furono inscenata da pochi annoiati, come è stata liquidata la questione da parte di chi ignora la complessità di tutte le forze politiche identitarie e localiste.

Anzi, la riscoperta della propria identità è senz’altro un faro, un punto fermo in quest’epoca di precarietà; tuttavia, alcuni principi e presupposti ideologici del pensiero neoborbonico non possono non mettere sul chi va là un critico osservatore.

Stiamo alludendo alle bufale storiche che le sigle duosiciliane spacciano per verità inconfutabili, ma taciute dalla storiografia ufficiale “nazionalista”, che vorrebbe occultare le prove della prosperità del Regno delle Due Sicilie, prima che la “barbarie” sabauda trasformasse il Sud Italia in una “povera colonia piemontese”.

Queste fake news sono numerose, ma occorre fare chiarezza, quanto meno, su quelle più eclatanti ed abusate, cominciando con la questione della ferrovia “Napoli – Portici”. Si tratta, forse, della menzogna più diffusa, spacciata come la prova della maggior efficienza del sistema infrastrutturale del Regno, rispetto agli stati del nord.

Nel 1836 a Napoli venne firmata una convenzione con la quale si conferiva il via libera per l’inizio dei lavori per la realizzazione di una tratta ferroviaria a doppio binario di 7,25 chilometri, per collegare la stazione del Carmine di Napoli alla cittadina di Portici, presso Ercolano.

Tre anni più tardi, il progetto vide la luce, grazie al lavoro dell’ingegnere Armando Giuseppe Bayard della Vingtrie: nacque così la prima ferrovia, costruita su territorio italiano. A volere il progetto fu, ovviamente, il sovrano Ferdinando II, che ne avrebbe usufruito per recarsi nella residenza estiva di famiglia, appunto la Reggia di Portici.

Obiettivo del re, negli anni successivi, fu quello di allargare la linea ferroviaria anche ad altri paesi del napoletano, ma questo avverrà solo parzialmente, e in misura decisamente insufficiente. Nel 1861 le ferrovie del Regno conteranno solo 55 chilometri di estensione verso sud, e poco più di 40 verso nord.

Non ci troviamo, dunque, dinnanzi al grande successo vantato dai nostalgici di oggi, anche perché, al di fuori della provincia di Napoli, la situazione era drammatica; senza dilungarci troppo, portiamo l’esempio della Basilicata: una regione carente di infrastrutture e raggiungibile dalla capitale solo a dorso di mulo, in un viaggio tortuoso e pieno di pericoli.

Per quanto la prima ferrovia sia stata realizzata al sud, il sistema del trasporto interurbano era molto più produttivo nel settentrione. Nel Lombardo-Veneto il primo progetto ferroviario, una linea che congiungesse le due capitali Milano e Venezia, fu presentato nel 1835 su proposta di due veneziani, un commerciante ed un ingegnere. Nonostante la proposta suscitasse fin da subito grande entusiasmo, la realizzazione stentò a partire, soprattutto per l’ingerenza di potenti oppositori, come lo scettico “establishment” asburgico.

Tuttavia, nel giro di pochi anni, vennero inaugurate numerose tratte, seppur di dimensioni più ridotte rispetto al progetto del 1835, e il Regno si dotò di un sistema più evoluto ed esteso di quello presente in terra borbonica, controllate a partire dal 1853 dall’Ansaldo di Genova, per un totale di 850 km di ferrovie nel solo Piemonte – a fronte di 99 in tutto il Regno duosiciliano.

Smontata questa bufala, ecco sorgerne un’altra all’orizzonte: “Il regno delle Due Sicilie era talmente prospero che molti veneti e lombardi vi emigrarono in massa negli anni antecedenti l’Unità”. Questa affermazione è vera e certificata da statistiche ufficiali, testimonianti appunto una massiccia emigrazione verso il Regno di Ferdinando II: il percorso inverso a quanto assisterà l’Italia degli anni Sessanta e Settanta del Novecento.

Tuttavia, la ragione di questo fenomeno non è rintracciabile nella presunta prosperità economica delle terre amministrate dalla casata borbonica in cui, ricordiamo, persisteva il modello feudale. Piuttosto va ricercata in certe contingenze storiche, come le calamità abbattutesi sul Veneto e sulla Lombardia che hanno spinto molti lavoratori ad abbandonare la propria terra per una in cui vi era una maggiore tranquillità sociale.

Ci riferiamo, in primis, alla caduta della “Serenissima” del 1797, a cui seguirono la perdita dell’autonomia commerciale ed economica di Venezia e la sottomissione politica e militare a Vienna, con il Congresso del 1815.

In quel periodo, le emigrazioni partivano anche dal Friuli, terra che, da quel momento, rimarrà molto legata alla realtà meridionale, soprattutto napoletana. Le nobildonne dell’epoca, di fatti, scelsero di assumere le emigranti friulane come balie, avendo queste il seno molto pronunciato. Una piccola curiosità che dimostra un senso di solidarietà patria, che potrebbe far infuriare qualche nostalgico “bufalaro”.

Altra falsità revisionista riguarda il millantato sterminio di migliaia di soldati borbonici, catturati e deportati dai piemontesi in un “lager nazista” ante-litteram: quello di Fenestrelle, nel quale sarebbero stati, infine, trucidati e sterminati.

Qui, le smentite portano una firma assai autorevole, quella dello storico Alessandro Barbero, che alla tematica ha dedicato un volume di 316 pagine: “I prigionieri dei Savoia”.

Questi porta le prove necessarie per confutare le tesi espresse dalla storiografia “alternativa” meridionale: nel paese in provincia di Torino, sarebbero giunti nel 1861 circa mille soldati di Ferdinando (contro i 40.000 cianciati dai neoborbonici), restii ad arruolarsi nel nuovo esercito; ma non per essere sterminati in quanto meridionali o sovversivi, bensì per essere incarcerati, fino a quando avrebbero accettato di ingrossare le fila del nuovo corpo militare.

Per quanto ad alcuni non possa piacere l’idea dei soldati incarcerati, è anche vero che i piemontesi hanno offerto ai prigionieri ristoro dopo il lungo viaggio, cure, cibo e altri privilegi: davvero strano come genocidio etnico!

Per di più, morirono solo cinque soldati, e non per mano sabauda, ma per aver contratto inguaribili malattie, contro le quali a nulla valse l’ospedalizzazione offerta dalle truppe di Cavour.

Concludiamo facendo notare a chi avesse ancora dubbi, come una discriminazione su base etnica e razziale non dovrebbe comportare l’inserimento dei “discriminati” ai vertici dell’assetto politico – come invece avvenne per i meridionali dopo l’Unità del 1861. Il parlamento dell’Italia post-unitaria comprendeva meridionali proporzionalmente alla popolazione, e tra i primi presidenti del Senato e del Consiglio ci furono numerosi meridionali: ricordiamo l’agrigentino Crispi, il palermitano Starabba, marchese di Rudinì e Ruggero Settimo.

Insomma, pur riconoscendo che il Sud possa aver subito ingiustizie successive all’Unità d’Italia, dar corda a movimenti che fanno di menzogne colossali il centro costitutivo del loro agire politico è un’ulteriore umiliazione per una terra che merita maggior rispetto e dignità.

(di Alessandro Giuliano)