I Colloqui di Heidegger: il Colloquio serale e la devastazione

Un’abitudine che non ho perso con il tempo è quella di osservare e ammirare, sempre con piacere, il paesaggio rurale e solitario di campagna. Un paesaggio estremamente umile, ma ricco e suggestivo. Perciò, un’opera dal titolo Colloqui su un sentiero di campagna (1944/45) [Feldweg-Gespräche (1944/45)] non poteva passare inosservata, men che meno se l’autore di tale opera fosse uno dei maggiori esponenti del pensiero occidentale, ossia Martin Heidegger.

Il libro si compone di tre colloqui, datati tra il 7 aprile 1945 (il primo) e l’8 maggio 1945 (il terzo e ultimo colloquio). Il secondo non è datato, ma è ragionevole supporre che sia stato scritto in questo brevissimo arco di tempo.

Terminata la lezione, mi sono diretto alla Biblioteca d’Ateneo, dalla quale ho preso il libro. Ho cominciato a sfogliarlo, e i miei occhi sono caduti sul terzo colloquio, intitolato Colloquio serale in un campo di prigionia in Russia fra un prigioniero più giovane e uno più anziano. Perché proprio in Russia? Heidegger aveva due figli dispersi sul fronte russo, e quindi li cercava col pensiero tramite questo colloquio. Non riuscivo a smettere di leggere tanto era attuale ciò che si diceva: era come se Heidegger avesse di fronte a sé la situazione che noi stiamo vivendo oggi e la stesse descrivendo magistralmente.
Tuttavia, tratterò adesso solo della prima parte di questo colloquio, poiché di per sé molto vasto e ricco di spunti di riflessione, il cui resto sarà trattato in seguito.

Il colloquio si apre con la constatazione del prigioniero più giovane di essere sopraggiunto dal senso di qualcosa di benefico, mentre marciava dinanzi alla foresta per recarsi al posto di lavoro:

PRIGIONIERO PIU’ GIOVANE: Mentre, stamane all’alba, marciavamo verso il nostro posto di lavoro, improvvisamente, dal frusciare dell’ampia foresta, mi è sopravvenuto il senso di qualcosa di benefico. Per tutto il giorno ho pensato a quale potesse esserne la fonte.

PRIGIONIERO PIU’ ANZIANO: Forse si tratta dell’inesauribile che è proprio di una vastità che cela sé stessa, quale dimora intorno a noi in queste foreste della Russia.

PRIGIONIERO PIU’ GIOVANE: Di certo vuoi dire che l’immensità spaziale di questa vastità ci porta qualcosa di liberatorio.

[…]

PRIGIONIERO PIU’ ANZIANO: Questa vastità ci dona la libertà. Essa ci libera, mentre noi qui, tra le pareti di questa baracca, dietro il filo spinato, continuiamo senza sosta a cozzare contro ciò che è oggettivo, e a ferirci in questo modo.

PRIGIONIERO PIU’ GIOVANE: In un primo momento, qeusta mattina, mi è venuto da pensare che il senso del benefico provenisse solo dal sentimento di avversione verso questa disperata ristrettezza del campo; […]. Tuttavia questa vastità, dall’alba, continua a permanere intorno a e, così liberatoria, così densa di significato, così riunificante, che non riesco più a considerare il benefico che mi trasmette come una semplice illusione.

Poco dopo, il prigioniero più anziano afferma di voler comprendere ciò che il più giovane intende per benefico, che definisce come ferita aperta in te. Poiché per un soldato, per di più prigioniero, in quel periodo, tutto è ferita, non si può descrivere lo sviamento del proprio popolo con un lamento, nonostante la devastazione che regna sulla nostra terra natale e i suoi uomini sgomenti.

PRIGIONIERO PIU’ GIOVANE: Sicuramente tu pensi ancora alla decisione … di non parlare più, per molto tempo, di questa devastazione. E ogni qual volta parlarne diventasse invece inevitabile, dovrebbe avvenire solo nel massimo raccoglimento, secondo i più alti criteri e senza falsa passionalità. Infatti la devastazione cui ci riferiamo non sussiste solo da ieri. Nemmeno si esaurisce in ciò che è visibile e tangibile. E nemmeno può essere quantificata enumerando le distruzioni e le perdite di vite umane come se fosse solo un risultato di tali eventi.

PRIGIONIERO PIU’ ANZIANO: Proprio perché l’essenza della devastazione è molto più profonda e viene da lontano, la nostra riflessione non potrà che tornarvi sempre di nuovo. Così ci renderemo conto sempre più chiaramente che la devastazione della terra e l’annientamento dell’essenza dell’uomo con essa concomitante  sono in qualche modo il male stesso.

Il male inteso qui non è quello che riguarda la morale, ossia ciò che è moralmente riprovevole, ma è ciò che è malvagio, ossia colui che istiga. L’essenza di questo male, afferma il più giovane, è la carica di rabbia della rivolta, una carica che non esplode mai del tutto, e che, anche quando esplode, ancora nasconde il suo vero aspetto, e nel suo minacciare nascosto dà spesso l’impressione di non esistere affatto. E’ questa rabbia a scatenare la rivolta e il disordine, e di fronte a un disfacimento che sembra inarrestabile noi ne abbiamo il presentimento.
Se è il malvagio a fondare il male, allora la volontà stessa è il male, della quale bisogna capire il modo in cui assolutamente non dovremmo incontrarla, afferma il più anziano:

PRIGIONIERO PIU’ ANZIANO: La devastazione di cui stiamo parlando, e che lentamente dobbiamo cominciare a pensare in maniera ancora più rigorosa, non è male nel senso della cattiveria morale dei suoi presunti artefici. Piuttosto è il male stesso, come ciò che è malvagio, ad essere devastante. Per questo l’indignazione morale, anche quando fa dell’opinione pubblica mondiale il proprio megafono, non può nulla contro la devastazione, … perché la superiorità morale non è in grado di comprendere il male, e a maggior ragione di eliminarlo o anche solo di mitigarlo.

E anzi, il più giovane rincara la dose, è spietato:

potrebbe addirittura darsi che anche la morale, e con essa tutti i singolari tentativi di porre, per suo tramite, l’idea di un ordine mondiale nelle visuali di diversi popoli e l’idea della sicurezza mondiale nelle loro coscienza, siano solo un parto del male stesso; proprio come anche la tanto conclamata opinione pubblica mondiale, nella sua essenza e nella sua origine, è presumibilmente una forma e un prodotto di quel processo che noi chiamiamo devastazione.

Un ordine mondiale costituito dalla creazione di una morale identica per tutte le culture è il male stesso, soppiantando le stesse diversità culturali, allineandole tutte. La devastazione soffoca alla radice qualsiasi possibilità che qualcosa di essenziale sorga e fiorisca. Il più anziano affonda la lama:

E questo soffocare si nasconde dietro una capziosità rivestita di quelli che pretendono di essere gli ideali più alti dell’umanità: il progresso, l’indisturbato sviluppo di tutti gli ambiti della produzione, le pari opportunità di lavoro per tutti, e soprattutto quello che viene spacciato come massimo fondamento di ogni finalità, vale a dire l’eguale benessere di tutti coloro che lavorano.

In altre parole, il deserto:

PRIGIONIERO PIU’ ANZIANO: Devastazione [Ver-wüstung] significa dunque per noi che tutto, il mondo, l’uomo, la terra, viene trasformato in un deserto [Wüste].

Il ricorso a somiglianze etimologiche è molto frequente in Heidegger, e ci permette anche di cogliere molti aspetti particolari del tedesco. L’etimologismo è praticamente perfetto per comprendere di più.
Ma cosa significa deserto, più nello specifico?

PRIGIONIERO PIU’ GIOVANE: Il deserto è la desolazione: la desolata vastità del completo essere abbandonati dalla vita; e questo essere abbandonati è così totale che la desolazione non ammette nulla che spontaneamente sorga, nel sorgere si dispieghi e nel dispiegarsi comporti anche la nascita di altro. La desolazione è così totale da non ammettere più nemmeno la decadenza.

Questo è ciò che, nel confronto con Jünger, in Oltre la linea, verrà definito meridiano zero del nichilismo.
Appiattimento di tutto: nulla si muove, tutto rimane eguale. Nulla di diverso può nascere, poiché è stroncato tempestivamente. La terra e l’uomo continueranno ad esistere, cioè ad avere corporeità, ad essere enti. L’uomo, tuttavia,

pur abbandonato dall’essere [= dalla vita], continua comunque a esistere, ma in maniera tale che, con tutto il suo affaccendarsi, non fa che scivolare verso il nulla.

In un mio precedente articolo, L’austera semplicità del mondo contadino, avevo sottolineato come Heidegger privilegiasse la vita di provincia, piuttosto che la vita di città, poiché è la prima che permette all’uomo di porsi domande nel suo intimo. Possibilità questa che gli è preclusa completamente nella vita metropolitana, in quanto sempre occupato e affaccendato nei suoi doveri sociali. Gli è preclusa, in ultima analisi, la possibilità di essere, cioè di essere sé stesso.

Questo viene esplicitamente definito nichilismo:

PRIGIONIERO PIU’ GIOVANE: In questo modo tu dici in maniera netta e concisa che il nichilismo può essere una realtà storica solo quando avviene qualcosa come l’abbandono dell’ente da parte dell’essere, un abbandono che tuttavia lascia ancora essere l’ente.

Prima si è detto che questa devastazione proviene da molto lontano, ma da dove, precisamente? Il prigioniero più giovane non ha dubbi:

… riconosceremo che essa domina anche là e anzi proprio là dove né terra né popolo sono stati toccati dalle distruzioni della guerra.

PRIGIONIERO PIU’ ANZIANO: Cioè dove il mondo sembra rilucere nello splendore dell’ascesa, del benessere e della ricchezza, dove i diritti dell’uomo vengono rispettati, dove viene conservato l’ordine borghese, e dove soprattutto sono assicurate le risorse necessarie ad appagare sempre il desiderio di un godimento indisturbato, così che tutto quello che ci si trova di fronte viene asserito alla categoria dell’utile, e allestito per essere tale.

PRIGIONIERO PIU’ GIOVANE: E dove, soprattutto, non avviene mai che il non necessario ostacoli il regolare corso della giornata, portando con sé le tanto temute ore vuote, nelle quali l’uomo diventa a sé stesso fonte di noia.

PRIGIONIERO PIU’ ANZIANO: … Ma la cosa più difficile sarà mostrare, senza darsi arie di superiorità, la devastazione a coloro che insieme a noi ne sono coinvolti, e dare loro, senza la minima traccia di paternalismo, un suggerimento utile a intraprendere la lunga meditazione necessaria a familiarizzarsi con la devastazione in quanto evento dominante, al di là di qualsiasi colpa o espiazione umane. […] Noi piuttosto desideriamo semplicemente imparare a rimanere in attesa, finché la nostra propria essenza sia divenuta nobile e libera abbastanza da farci adeguatamente sottomettere al mistero di questo destino.

L’atteggiamento quivi descritto è quello che Heidegger definisce col termine Gelassenheit, cioè abbandono pacato (termine ripreso dalla tradizione mistica cristiana, in particolare dal fondatore della Mistica Renana, cioè Meister Eckhart, il quale intendeva con esso l’abbandono a Dio, tramite l’annichilimento delle proprie passioni e dei propri desideri, in ultimo della propria volontà), di cui parlerà nuovamente nel confronto con Jünger in Oltre la linea.

(di Pasquale Ruggieri)