L’associazione Strapaese: “Riaffermare identità italiana unica risposta possibile”

Chi si ricorda di Strapaese, il movimento culturale radunato attorno alla rivista “Il Selvaggio” di Mino Maccari che durante il Fascismo animò il dibattito, scontrandosi con gli avversari di Stracittà, bandendo una lotta per difendere le rudi e sane radici rurali, di borgo e di paese dell’Italia profonda? Pressocchè nessuno, ormai. E invece, vivendo tempi di oblio e sradicamento, nel trionfo di una modernità avvitata su se stessa e ormai nemmeno più moderna, avendo perso il carattere di progresso e fiducia nel futuro (“post-moderno”), recuperare quell’esperienza può essere uno spunto di riflessione interessante. O magari di attività vera e propria, come nell’associazione omonima nata quest’anno e con epicentro a Roma, come ci spiega in questa intervista Elisa Cospito, che ne fa da portavoce.

Quando e dove è nata la vostra associazione?

Come nelle migliori tradizioni l’idea è nata una sera al pub! Diciamo che ce l’avevamo in mente da un po’ di tempo e a marzo di quest’anno, davanti a un bicchiere, l’abbiamo “formalizzata” buttando giù lo statuto dell’associazione e pensando alle prime attività.

Al momento i soci sono tutti a Roma tranne uno che è a Milano, ma è romano anche lui. Diciamo che la nostra idea è quella di svolgere il maggior numero di attività possibili, nel senso del più variegato ventaglio di iniziative: conferenze, presentazioni editoriali, visite guidate e poi teatro, musica e tutto quello che si riuscirà a fare considerando il dato, abbastanza rilevante, che non abbiamo finanziamenti e finanziatori. Però ci stiamo togliendo delle soddisfazioni e stiamo trovando il nostro pubblico. Abbiamo avuto ospiti “illustri” noti al grande pubblico o in taluni casi agli addetti ai lavori, ma pur sempre persone estremamente interessanti, non tutti “strapaesani doc”, ma comunque vicini alle nostre posizioni.

La parola “Strapaese” evoca, ovviamente, una precisa esperienza letteraria, giornalistica e politica collocabile fra anni Venti e Trenta del Novecento in Italia, e in particolare in Toscana. Può riassumere sinteticamente la sua nascita ed evoluzione?

Si Strapaese nasce attorno alla figura di Mino Maccari ed alla prima, vera rivista strapaesana, Il Selvaggio, di cui Maccari fu prima redattore e poi direttore. L’Italiano di Longanesi, nato poco dopo, non ebbe forse la stessa rilevanza sebbene raccolse importanti interventi di grandi intellettuali. Possiamo indicare come momento fondante il trasferimento della redazione de Il Selvaggio, dopo la prima fase di Colle Val d’Elsa, a Firenze nel 1926 “Qui, o signori, incomincia la cronaca di Strapaese”. Ci sarà poi una fase “definitiva” col trasferimento definitivo di Maccari a Roma.

Ai tre aspetti da lei evidenziati ne aggiungerei un quarto, intimamente legato a Maccari, ossia l’arte. Il Selvaggio nei suoi numeri raccolse illustrazioni di grandi artisti, dallo stesso Maccari, ovviamente, a Morandi, a Carrà, a Guttuso, oggi una rivista del genere sarebbe impensabile. Nel 1927 aprirono una galleria d’arte “La stanza del Selvaggio” dove esposero le opere dei collaboratori della rivista.

Dal punto di vista letterario l’esperienza strapaesana fu un laboratorio incredibile, su Il Selvaggio e L’Italiano troviamo alcune fra le più grandi firme della letteratura italiana ed internazionale, alcuni già noti ed affermati ed alcuni alle prime armi. E questo è importante da evidenziare perché le connotazioni politiche delle riviste erano chiare a tutti, ciò nonostante vi troviamo firme del calibro di Palazzeschi, Ungaretti, Soffici, Morante, Chaplin, Kafka, Lawrence, insomma il meglio della cultura europea del primo dopoguerra. Molti di questi non erano assolutamente fascisti o divennero apertamente antifascisti, ciò non di meno trovarono spazio in un meravigliosamente eterogeneo contenitore.

Giornalisticamente fu sicuramente scuola professionale per grandissime firme come Longanesi e Malaparte. Diciamo che la sua funzione cronachistica si esaurì nel periodo colligiano, la seconda fase fu più un giornalismo d’opinione e, soprattutto, di satira, velenosa, dissacrante e irriverente. Satira che si mescolò con la visione politica dei primi strapaesani ossia con quei “fascisti toscani” intransigenti ed irrispettosi che si guadagnarono censure e reprimende perché “non le mandavano a dire”. “Occorre salvarsi dalla grettezza, dalla banalità, dalle miserie, dal ridicolo d’una politica spicciola. Fare della politica spicciola – a base di cricche, congiurette, combinazioncelle ecc. – è tradire il Fascismo…” “In un certo senso – onorevolissimo – e quando ce ne venga il ghiribizzo, noi cercheremo di far divertire Mussolini. Abbiamo considerato che il Fascismo non ha, oggi, manifestazioni d’allegria… Il Fascismo che non sa ridere ci stringe il cuore.” Taluni gerarchi e lo stesso Mussolini furono beccati e bacchettati in più di un’occasione. Il Gazzettino di Orco Bisorco, uno dei “nomi d’arte” di Maccari sulla rivista, era temutissimo!

Strapaese è stato il tentativo di mantenere il Fascismo e quindi l’Italia legati alle proprie radici e alla propria terra, i “fascisti rurali” vennero definiti, Noi crediamo più consono “tradizionali”, diremmo “antigiacobini”. L’esperienza strapaesana si chiude con le sue riviste, a causa della guerra, nel 1942, non prima di aver comunque delineato una corrente che per 18 anni ha segnato il panorama ed il dibattito culturale dell’Italia, fascista e non, del primo dopoguerra.

Qual è l’eredità attuale, viva, ancora feconda di Strapaese per l’Italia di oggi?

Ci sono molti aspetti ancora attualissimi e su questi abbiamo basato la nostra associazione o meglio la linea che vogliamo seguire. Non già l’aspetto politico e l’ispirazione fascista, ma l’aspetto culturale, antropologico. Negli anni ’20, del secolo scorso Strapaese si contrapponeva all’americanizzazione ed alla globalizzazione che vedeva già in itinere “noi soli la difendiamo (la nostra gente gli italiani) dalle importazioni sfacciate della cosiddetta civiltà di marca americana…”, «noi soli abbiamo osato fondare Strapaese, il paese più paese del mondo, dove le donne fanno figlioli, dove gli uomini pigliano moglie, dove si beve il vino e si mangiano bistecche, dove si balla il trescone» Quanto attuali sono queste affermazioni? In un mondo dove non c’è più la famiglia, dove i figli si comprano, dove il gender dilaga, dove la follia vegana tracima ecco la risposta strapaesana si rende attuale ed oseremmo dire necessaria. Strapaese ha molto da dire oggi agli “stracittadini” ed il ritorno anche della terminologia strapaesana in taluni ambienti, purtroppo ancora di nicchia, lo dimostra.
Certo se pensiamo al dibattito culturale, alle polemiche, alla satira tagliente nei confronti verbali, alla qualità dei contenuti delle riviste, c’è ben poco da stare allegri. Il panorama oggi è veramente triste. Non abbiamo la velleità di rappresentare i nuovi selvaggi, ma non nascondiamo che ci piacerebbe.

Dal punto di vista più spiccatamente politico, quanto c’è di marcatamente fascista nello strapaesanismo, e quanto invece, più ampiamente, di italiano? Cosa, invece, non era affatto fascista, o comunque non veniva accettato dal fascismo-regime?

Beh va da sè che gli strapaesani considerando veri italiani e veri fascisti solo gli strapaesani stessi, avevano una posizione quasi antagonista rispetto al fascismo “ufficiale” e spesso questa loro irriverente indisciplina portò a sanzioni e punizioni, Maccari fu espulso e poi riammesso, alcuni numeri de Il Selvaggio vennero sequestrati, Malaparte divenne aperto oppositore politico di Mussolini e finì in prigione per questo.

«Noi abbiamo sempre considerato il Fascismo come un modo di servire l’Italia, cioè un’idea universale, indipendentemente dalle ideologie occasionali.»

Il fascismo aveva molte anime al proprio interno, lo sappiamo, inutile ribadirlo, sicuramente Strapaese ebbe sempre animo inquieto, ma genuino sincero, tipicamente toscano in questo senso. Gli strapaesani erano squadristi ossia gente d’azione da prima linea, fedeli alla rivoluzione ed in questo senso sempre critici laddove la rivoluzione si moderava troppo divenendo semplice riforma. Quindi direi che non c’era nulla di non fascista, ma molto di criticamente ed anche romanticamente fascista. Certo l’esperienza strapaesana fu legata alle vicissitudini personali dei tre grandi nomi, Maccari, Longanesi e Malaparte e quindi anche alle diverse sensibilità artistiche, giornalistiche e politiche dei tre. Maccari si rivelò il più fascista sebbene nel dopoguerra si concentrò esclusivamente sull’arte abbandonando la politica ed il giornalismo. Malaparte maturò la sua posizione antiregime già negli anni ’30. Longanesi arrivò alle sue riflessioni “mature” nel dopoguerra. Un panorama variegato.

In cosa consisteva la sua anima, per così dire, ecologista ante litteram?

Il fascismo “rurale” cui Strapaese faceva riferimento presupponeva un rapporto etico e sano con la natura con le campagne col territorio col paesaggio. Anche in questo caso la vis polemica degli strapaesani con si fermava davanti a nulla e nessuno. Ed ecco allora le invettive contro gli architetti (di regime) che intendevano antropizzare in modo artificiale ed enfatico il territorio “finché fan gli architetti il loro congresso la cosa non mi turba e lo confesso ma quello che un terror folle mi procura è quando fanno dell’architettura”.

Il fascismo, ad esempio, sperimentò con decenni d’anticipo la raccolta differenziata, ma l’attenzione di Strapaese non era rivolta allo smaltimento dei rifiuti in città quanto a difendere le campagne dalla cementificazione e dall’immondizia che arrivava dai grandi centri urbani. Le piccole realtà rurali come piccole patrie da difendere armi in pungo dall’invasione dei cittadini in pieno spirito vandeano che contrappose il terrore giacobino proveniente dalla città alla tradizione ed al senso d’appartenenza della campagna.

«Noi facemmo la rivoluzione per portare nelle città il sapore del latte fresco, il profumo della sfoglia, del fieno, la fragranza delle pesche, l’odore del mosto, delle siepi di more, la freschezza dei vostri canti, la buonafede della vostra capa, la santità della vostra intolleranza, la gelosia per la vostra casa, la naturalezza dei vostri costumi, l’italianità insomma della vostra rozzezza…»
«Strapaese è fatto apposta per difendere a spada tratta il carattere rurale e paesano della gente italiana; vale a dire, oltreché l’espressione più genuina e schietta della razza, l’ambiente, il clima e la mentalità ove son custodite, per istinto e per amore, le più pure tradizioni nostre. Strapaese si è eletto a baluardo contro l’invasione delle mode, del pensiero straniero e delle civiltà moderniste, in quanto tali mode, pensiero e civiltà minacciano di reprimere, avvelenare o distruggere le qualità caratteristiche degli italiani, che dal travaglio contemporaneo, tendente a creare lo stato unitario italiano, devono essere indispensabile base e l’elemento essenziale»

Le due cifre più evidenti dello stile strapaesano sembrano essere il radicalismo, anche violento, e l’ironia, dissacrante e irriverente. E’ così? O c’è dell’altro?

Anche qui il discorso va ampliato nel tempo e nello spazio. Se nella prima fase, quella prettamente toscana sino al 1930-31, l’anima di Strapaese era per cosi dire “squadrista”, la seconda fase fu più artistico-letteraria. Si badi bene le rivendicazioni politico programmatiche del primo strapaesismo non vennero mai rinnegate e nemmeno modificate, ma gli autori, i contenuti le riviste divennero, diremmo oggi, di costume.
Nei primi anni la vena rivoluzionaria, squadrista, se vogliamo, sansepolcrista, era evidente, non mancavano riferimenti al bastone ed alle armi negli articoli. Memorabile l’elogio “La morte di Nodoso”, Nodoso è il bastone dello squadrista, di Longanesi su L’Italiano del 1926.
Successivamente, sempre per il discorso fatto poc’anzi che Strapaese seguì le inclinazioni dei sui maitre a penser, Maccari, Longanesi e Malaparte, in un certo momento Berto Ricci, cambiarono i toni ed i contenuti. L’Italiano fu rivista letteraria e di costume, Il Selvaggio tentò di rimanere più pungente e irriverente. Aumentarono i collaboratori, aumentarono i contributi di rilievo, prima ho fatto alcuni nomi ma ce ne furono anche altri, Moravia, Brancati, Soldati…

L’antimodernismo si identificava più con un premodernismo reazionario, o c’era lo sforzo di conciliare passato e presente, o per meglio dire combattere per un presente che s’ispirasse alla parte ancora vitale del passato?

Il “modernismo” è il nemico di Strapaese, sono innumerevoli gli articoli in cui gli strapaesani si scagliano contro il modernismo d’importazione anglo sassone. C’è un testo de Il Selvaggio del 1934 che è un vero e proprio manifesto dell’antimodernismo. Può sembrare un paradosso, ma gli strapaesani si definivano moderni antimodernisti perché non rinnegavano lo sviluppo, ma si contrapponevano all’ideologia modernista che vedevano quasi come un partito in cotrapposizione al partito fascista.

Strapaese voleva che lo sviluppo dell’Italia si fondasse sull’essenza dell’italianità che per loro erano borghi, paesi, folklore, tradizioni, fede, lingua, dialetti…«Combattiamo il modernismo perchè siamo italiani. Prodotto di climi stranieri al nostro, il modernismo fa il gioco di chi non ha nulla da perdere, nulla da difendere, nulla da conservare. è un surrogato della civiltà presso i barbari, i popoli inferiori, le nazioni in decandenza…»

Se dovesse individuare temi e questioni della società odierna in cui una sensibilità strapaesana può essere utile per meglio comprendere e agire, quali problemi (od opportunità) le verrebbero in mente?

Ce ne sono moltissimi, tradizione ed identità contro globalismo e omologazione. Famiglia contro individuo. Agricoltura contro le multinazionali. Amor di Patria contro servilismo. Oggi una sensibilità ed una cultura strapaesana sono un’alternativa assolutamente praticabile e presentabile. Come abbiamo scritto sulla nostra pagina Strapaese rappresenta “la solidità delle tradizioni popolari contro la liquidità selle sovversioni borghesi”.
Magari avessimo oggi, da tutti i punti di vista un Orco Bisorco, un Longanesi, un Arcitaliano…
Da un punto di vista antropologico Strapaese aveva capito tutto con quasi un secolo di anticipo.
Le nostre conferenze i nostri incontri sono improntati a questa convinzione, abbiamo invitato Massimo Fini perchè è stato sempre un tagliente avversario del modernismo fin dai tempi de La ragione aveva torto; abbiamo invitato Silvana De Mari perché attraverso i suoi racconti ha dato una chiave di lettura “strapaesana” della società contemporanea.
Insomma Strapaese è viva e vegeta!

La vis polemica e corrosiva, propria del Selvaggio di Maccari ma non solo, odiava detestava e disprezzava alla luce del sole, apertamente e beffardamente. In questi tempi bui di politicamente corretto spinto all’estremo, ci fa un elenco “maccariano” di tutte quelle cose che uno strapaesano del 2017 dovrebbe rigettare con sorridente e fiero odio?

Mamma mia! Quanto tempo abbiamo? Difficile iniziare da qualche parte… diciamo che disprezziamo la tv spazzatura che impera e annichilisce le menti. Disprezziamo il buonismo di facciata dei borghesi salottieri. Disprezziamo l’arroganza del potere che oggi come allora, come sempre è ridicola caricatura di se stesso. Disprezziamo il servilismo di questo paese sempre pronto a inchinarsi ai piedi di qualcuno. Disprezziamo il popolo italiano che ha perso totalmente coscienza di se stesso, di ciò che ha fatto per la civiltà europea, di quanto abbiamo costruito e che con le nostre stesse mani stiamo oggi distruggendo.

Disprezziamo la non cultura che viene propalata da sedicenti intellettuali che tali sono diventati solo perché milioni di persone diversamente intelligenti, per non dire stupide, hanno letto un loro libro senza rendersi conto che leggevano spazzatura. Orco Bisorco odierebbe con tutto se stesso la generazione dei social, non già perché sarebbe contro il mezzo, ma perché avrebbe capito subito il fine ultimo di chi sta dietro o sopra al mezzo.

Si parla molto di identità e identitarismo. Iniziative come i referendum in Veneto o Lombardia, o in generale i movimenti autonomisti e indipendentisti (vedi Catalogna), sono utili a far recuperare il senso del locale e dell’appartenenza? O vanno respinti, in nome della necessità di Stati nazionali forti contro globalizzazione e Ue?

La riaffermazione di un’identità non è mai sbagliata anzi. Noi crediamo, ad esempio, che la riaffermazione dell’identità italiana e quindi della sua storia, della sua cultura, della sua lingua e della sua fede sia l’unica risposta possibile al processo di globalizzazione che sta cancellando popoli, storie, tradizioni. Ma siamo contro all’uso distorto di presunte identità. Ad esempio la farsa dell'”indipendecia” catalana che si basa, come nel caso del Veneto e della Lombardia solo su propaganda di partito e, comprensibili, ma inaccettabili, egoismi campanilistici.

Noi concepiamo lo Stato come Organico, ossia una superiore Unità nella diversità e nel rispetto delle autonomie. E’ la lezione romana dell’Imperium. ll centralismo livellatore o il particolarismo centrifugo sono i due aspetti dell’atomizzazione in cui si dissolvono i legami comunitari.

E’ la logica divisoria e disgregatrice della grande finanza internazionale. Oggi come oggi identità dovrebbe far rima con libertà, ma libertà farebbe rima con povertà, pensiamo alle minacce economiche che hanno convinto gli scozzesi a non staccarsi dalla Gran Bretagna. Posto di fronte alla scelta fra essere libero e povero o servo e ricco, l’uomo sceglie sempre la seconda strada. L’italiano poi…

(Intervista a cura di Alessio Mannino)