Lega senza “Nord” e la proposta di Miglio

Qualcuno ha pubblicato questa immagine in giro sui social.

L’anno, il 1993, è sovraesposto all’immagine, di conseguenza non garantito. Ma in ogni caso uno sguardo al resto del manifesto dovrebbe far riflettere su chi tanto si indigna per i cambiamenti “nazionali” in casa Lega. Certo, ci sono una serie di considerazioni da fare, soprattutto sulla natura della base elettorale che ha conformato, di fatto, il partito nella sua storia, spesso frequentata da ambienti apertamente secessionisti.

Ma questo non deve far dimenticare o non prendere atto di due verità storiche:

1) In Italia qualsiasi ideologia nasce al Nord, c’è veramente poco da fare (la Lega è ben lontana dall’essere un’ideologia, ma è l’unico partito di massa in Italia che ne abbia una vaga sfumatura).

2) Che la Lega nasce come progetto federalista e non secessionista. Dal blando manifesto ne abbiamo addirittura delle conferme visive, osservando alcune sedi presenti nel Mezzogiorno. L’ “ampolla del Po” è a tutti gli effetti una fase storica che si manifesta nella seconda metà degli anni Novanta, ha dei riverberi nel decennio successivo senza più reali riferimenti, ma sostanzialmente si ferma lì, nonostante la modifica secessionista all’articolo 1 dello Statuto, che nella prima versione del 1991 non ciarla di nessuna indipendenza ma di “pacifica trasformazione dello Stato Italiano in moderno Stato confederale” (Ansa, 14 febbraio 1991).

Per la Lega dunque sarebbe una sorta di “ritorno alle origini leggermente modificato”, beninteso che, tra le numerose responsabilità della Repubblica Italiana e soprattutto della sua mancanza di identità, figura non solo il pasticciaccio amministrativo degli ultimi 20 anni ma anche l’assoluta mancanza di idee riguardo a un progetto riformista di tipo federalista.

Il professor Gianfranco Miglio ne aveva proposto uno, organico e basato sulla logica: macroregioni, autonomie, federalismo puro. Chi gli è succeduto è passato dalla secessione al confusissimo federalismo fiscale, fino a giungere alle autonomie di Lombardia e Veneto. Il tutto in un’Italia dilaniata dalla schizofrenica riforma del 2001, dalle legislazioni concorrenti, e le regioni a statuto speciale pre-esistenti: queste ultime, nei loro difetti oltre che nei loro punti di forza, sono forse l’ultimo brandello di logica istituzionale che sia stato mai prodotto in Italia dal secondo dopoguerra in poi.

Il resto è solo caos.