Il ritorno del cinema patriottico: “Gagarin – primo nello spazio”

Era il 12 aprile 1961 quando Jurij Gagarin portò a termine la sua missione passando alla storia come il primo uomo nello spazio. L’impresa è quella che sa di leggenda, un popolo intero, un sistema, quello sovietico, era riuscito a salire sul tetto del mondo e a realizzare un sogno che l’uomo coltiva dalla sua nascita. Era l’affermazione di un’Unione Sovietica che si imponeva come potenza assoluta del panorama mondiale.

A distanza di 52 anni, nel 2013, una Russia tornata geopoliticamente forte, commemora quella storia con una pellicola firmata Pavel Parkhomenko, “Gagarin – Primo nello spazio“.

Il film segue uno schema abbastanza tradizionale, mostrandoci l’impresa e il sacrificio che vi è dietro e intervallandola con una serie di flashback che ci raccontano la vita dell’uomo Gagarin, pezzi della sua infanzia, il rapporto col padre, con la moglie e coi compagni dell’aviazione. Affetto, guerra e povertà vengono fuori in un miscelarsi di dramma e scene “romantiche”.

Viene delineata la personalità forte dell’eroe sovietico, portando sullo schermo un uomo semplice, pacato, determinato e coraggioso.

Tecnicamente molto semplice e con una resa sicuramente non perfetta, l’opera di Parkhomenko riesce comunque a veicolare l’orgoglio per un successo di tale portata e il messaggio di esaltazione di una figura eroica del calibro di Jurij Gagarin.

Resta certo l’amaro in bocca per una gestione che, con un soggetto del genere, avrebbe potuto partorire una pellicola di ben altro spessore: gli effetti speciali non sono il massimo, i flashback continui possono in alcuni momenti far calare la concentrazione e l’esaltazione da un lato della dimensione di “successo collettivo” tipica dell’URSS e dall’altra di “eroe individuale” non è resa armonizzando l’apparente contraddizione.

Il dato importante però viene dato dal fatto che, al di là del valore meramente tecnico, la Russia ritorni a portare in sala film che riescano ad esaltare fieramente la storia della nazione; e questo è già, di per sé, un elemento incoraggiante.

Poter serenamente vedere una pellicola che sia squisitamente patriottica, che si tratti di quella di Parkhomenko o di Dunkrik di Nolan, segna un possibile cambio di passo in un cinema che sempre più si è arroccato su posizioni antinazionali, solo in apparenza profonde, ma in realtà ben più retoriche di un sano patriottismo.

(di Simone De Rosa)