Dalla Bainsizza a Caporetto al Piave: la disfatta che fece l’Italia

PREMESSA

All’entrata in guerra, il 24 maggio 1915, il Regio Esercito non è preparato ad affrontare una sfida come quella della Grande Guerra. L’addestramento dei soldati è scarso e limitato a: istruzione al tiro con fucile e al lancio di bombe a mano, qualche nozione su come sfruttare il terreno per ripararsi e su come coordinarsi con il fuoco di copertura. La mancanza di addestramento comporta ovviamente sempre un elevato numero di perdite e la severa disciplina voluta da Cadorna proprio con l’intento di addestrare “a tappe forzate” le truppe italiane fa sì che i soldati italiani migliorino presto e vadano all’assalto con grande valore e grande slancio, anche se molti cadono.

Cadorna chiede continuamente fondi per migliorare le condizioni di vita dei soldati, ma il ministro dell’Interno Vittorio Emanuele Orlando, suo aperto avversario, gli nega persino i soldi per comprare le pinze tagliafili necessarie per superare i reticolati. Quindi il massimo che può fare Cadorna è quello di raccomandare, nelle varie circolari, che i soldati vivano il più possibile nelle gallerie scavate nelle montagne e che trascorrano nelle trincee il tempo strettamente necessario prima degli assalti. Predispone anche prefabbricati in legno per alloggiare i soldati nelle retrovie.

L’esercito italiano, tranne la parentesi di Caporetto, è sempre all’offensiva. Gli attacchi (le famose “spallate”) nei quali cadono migliaia di nostri soldati, non sono frutto di un’ostinazione cieca e brutale, ma sono esplicitamente richiesti dall’Intesa nelle Conferenze Interalleate di Chantilly ( 7 luglio 1915;  6, 7 e 8 dicembre 1915; 12 e 13 marzo 1916, 15 novembre 1916) nel quadro di una strategia generale che va oltre l’interesse diretto dell’Italia: il nostro esercito è infatti obbligato a una funzione secondaria, quella di impedire che le forze austriache possano travasarsi sul fronte occidentale considerato (dai franco-britannici) il principale.  Ogni volta che i tedeschi attaccano in Francia, l’Italia deve attaccare gli austriaci per tenerli impegnati. Un accordo svantaggiosissimo per gli italiani: gli austroungarici sono arroccati su posizioni naturalmente forti, in un situazione che favorisce la difesa, mentre gli italiani non hanno forze sufficienti. Cadorna deve eseguire le direttive della politica, anche per la dipendenza dell’Italia dai suoi alleati in ordine ai rifornimenti. Inoltre, il generale è continuamente incalzato dal Governo affinché porti qualche vittoria eclatante per poter pacificare l’opinione pubblica interna, largamente contraria alla guerra.

Quegli attacchi così sanguinosi della prima parte della guerra non sono, però, inutili: è proprio grazie alle spallate di Cadorna del 1915-1917 che l’Esercito asburgico viene logorato moralmente e fisicamente tanto che poi, a Vittorio Veneto, nel 1918, si riesce facilmente vincere un nemico che, spintosi troppo avanti in territorio italiano, allo stremo delle forze e delle risorse, “risalì in disordine e senza speranza le valli che aveva disceso con orgogliosa sicurezza”.  Cadorna dirama nel febbraio 1915 una direttiva per guidare le operazioni italiane chiamata  libretta rossa “Attacco frontale ed ammaestramento tattico” è  ad essa è imputato il fallimento di quasi tutte le offensive italiane nel 1915-1917 con il loro largo ed eccessivo costo in vite umane. Bisogna ricordare però che l’attacco frontale è l’unica tattica che da utilizzare sia per la conformazione del territorio, sia per le lunghissime trincee (650 km) scavate da entrambi gli eserciti. Quindi è impossibile attaccare di lato, tanto che né italiani né austriaci trovano una soluzione pratica per superare il trinomio fatale trincea-reticolati-mitragliatrici. L’unica via possibile è quindi – per tutti – concentrare un pauroso fuoco di artiglieria in un unico punto dello schieramento avversario e, subito dopo, una volta aperto un varco fra i reticolati, irrompere con la fanteria.

“Tranne casi eccezionalissimi – prescrive Cadorna – la fanteria non può arrivare a sferrare l’assalto se prima l’artiglieria non abbia spianata la via, spezzando, coll’impeto e la massa del suo fuoco, ogni resistenza avversaria nella zona d’irruzione”. Il fallimento delle offensive italiane nel 1915 è essenzialmente  dovuto alla scarsità di artiglierie medie e pesanti e all’impossibilità di aprire nei reticolati varchi sufficienti per distruggere le trincee ed i ricoveri avversari. Ma Cadorna emana numerose circolari per aggiornare la “libretta rossa”. Alla fine del 1915, ad esempio, vista l’insufficienza dell’artiglieria, Cadorna ordina di cambiare tattica e di ricorrere a sistemi tipici della guerra d’assedio: si scavano trincee per avvicinarsi al coperto alle linee nemiche e ridurre il tratto di terreno scoperto da percorrere per l’assalto. Una avanzata metodica e lenta, che riduce le perdite e consente, ad esempio, agli italiani di avvicinarsi ai principali caposaldi nemici del campo trincerato di Gorizia.

“Le truppe dovranno evitare con cura di scoprirsi – raccomanda Cadorna in una circolare – laddove il terreno o la sua copertura non costituiscano valido schermo si avanzerà nottetempo; l’avanzata dovrà, ove occorra, essere protetta mediante lavori da zappa: si costruiranno camminamenti coperti da una posizione all’altra e si rafforzerà ogni nuova posizione con trinceramenti”. Sempre per risparmiare vite, Cadorna mutua dalla guerra d’assedio le gallerie da mine, scavate nel terreno fin sotto le posizioni avversarie che vengono poi fatte saltare in aria con quintali di esplosivo: tali opere non comportano scontri diretti fra i soldati.

Alla fine del 1916, Cadorna cambia ancora una volta tattica. Constatato che dopo le offensive italiane le riserve nemiche accorrono nel settore minacciato, ordina l’interruzione degli attacchi dopo i primi assalti ed il consolidamento del terreno conquistato, senza spingere oltre i reparti o insistere in attacchi falliti in precedenza. I primi a trovare un nuovo escamotage efficace per superare la stagnazione della guerra di trincea sono i tedeschi che, con le loro Stosstruppen (truppe d’assalto) creano piccoli gruppi di uomini ben addestrati. Comandati da ufficiali di grande qualità e dotati di autonomo potere decisionale, queste unità irrompono a sorpresa nelle trincee nemiche conquistandole direttamente con audaci colpi di mano. Gli austriaci seguono l’esempio tedesco e anche i Comandi italiani creano i reparti degli Arditi. Questo avviene però con un certo ritardo perché drenare gli ufficiali migliori per affidare loro il comando di queste unità di elite, vuol dire spogliare l’intero Esercito che, come detto sopra, presenta non poche lacune nel suo direttivo. Anche qui, la decisione di Cadorna di appoggiare l’introduzione degli Arditi prova che il Generale è aperto alle nuove soluzioni.

Gli Arditi, sono creati il 29 luglio 1917 a Manzano (Udine) su ordine del generale Luigi Capello e comandati dal capitano Giuseppe Alberto Bassi, diventano una versione migliorata delle Stosstruppen: facendo del senso elitario, dello spirito di corpo, un elemento portante e dirompente. Cadorna è un comandante vigoroso, che sa gestire due momenti fondamentali: ferma la spedizione punitiva sugli altopiani, e prepara le linee sul Piave e sul Grappa, dando sia pure in ritardo gli ordini che permettono di salvare il Paese. Purtroppo il generale delle battaglie non riesce a diventare il generale della vittoria. Un’ultima, ma non meno importante considerazione, è l’incredibile ruolo degli emigranti italiani che ritornano per compiere il servizio militare in guerra. Si tratta di 304 mila soldati di cui: 128 mila provenienti dall’Europa, più di 19 mila dal bacino del Mediterraneo (Egitto, Algeria, Tunisia, Marocco), 48 da altri Paesi africani,  385 dall’Asia e dall’Australia, e più di 115 mila dall’America meridionale e settentrionale. L’affluenza è di quasi 192 mila nel 1915, quasi 52 mila nel 1916, oltre 25.000 nel 1917 e quasi 35 mila nel 1918.

LE BATTAGLIE DELL’ORTIGARA E DELLA BAINSIZZA

Cadorna decide l’offensiva sul fronte del Trentino, tra Asiago e la Valsugana, per ricuperare il terreno rimasto in possesso degli austriaci dopo la “Strafexpedition” dal 14 maggio al 2 giugno 1916. Il 10 giugno inizia la battaglia del Monte Ortigara, che prosegue fino al 25 giugno con pesanti e inconcludenti scontri tra italiani e austro-ungarici a più di 2.000 metri d’altitudine. Gli alpini conquistano l’Ortigara il 19 giugno ma gli alpenjager austriaci se ne impossessano nuovamente il 25, con gravi perdite: tra assalti e contrassalti sugli aridi crinali tra l’Ortigara e il sottostante, infernale, vallone dell’Agnella: sono falciati 28.000 giovani soldati italiani e 8.000 austriaci.

Il 17 agosto inizia l’undicesima battaglia dell’Isonzo, proseguita fino al 31 agosto: le forze italiane si impossessano di diverse posizioni sull’altopiano della Bainsizza, altipiano sassoso e boscoso della Slovenia occidentale a nord-est di Gorizia, bagnato a ovest dal fiume Isonzo e confinante a sud-est con la Selva di Tarnova. Per l’offensiva sono ammassati 600 battaglioni sugli 880 complessivi di cui dispone l’esercito, appoggiati da 5.200 pezzi d’artiglieria. L’attacco impegna nel complesso mezzo milione di uomini su un fronte molto lungo, da Tolmino, in Slovenia, al mare, ma lo sforzo principale viene compiuto nella zona centrale, sull’altopiano della Bainsizza, con l’intento di raggiungere la Selva di Tarnovo e tagliare da nord le retrovie degli austro-ungarici schierati a est di Gorizia. Il cannoneggiamento di preparazione inizia il 17 agosto, i fanti partono all’assalto il 19 agosto. Il numero dei caduti è come al solito impressionante, la resistenza asburgica strenua, ma pian piano l’apparato difensivo nemico comincia a cedere.

Protagonista dell’avanzata  il XXIV corpo d’armata del generale Enrico Caviglia che varca l’Isonzo e si addentra nell’altopiano, fino a occupare la posizione cruciale del Monte Santo. Nonostante la solidità delle loro fortificazioni, tra il 19 e il 24 agosto gli austro-ungarici subiscono colpi durissimi e sono a un passo dal disastro. A questo punto però entrò in gioco contro Caviglia l’uomo delle situazioni disperate: il generale Ludwig Goiginger, nato a Verona quando la città è ancora sotto l’Impero asburgico. E’ lui che, a capo delle riserve, organizza una linea difensiva arretrata, fuori dalla portata dell’artiglieria pesante, che nel complesso riesce a tenere il campo. Lo aiutano, però, anche gli errori di parte italiana: il generale Luigi Capello, che comanda la 2ª armata, è superiore diretto di Caviglia. Nel momento culminante della lotta, invece di concentrare le forze per appoggiare l’azione del XXIV corpo, preferisce allargare il fronte d’attacco verso nord, nell’intento di prendere la minacciosa testa di ponte a ovest dell’Isonzo che il nemico tiene presso Tolmino. Inoltre  il comando italiano fa un grave errore di valutazione, trascurando le difficoltà logistiche dell’offensiva: la Bainsizza è infatti un altopiano impervio, povero di strade, per cui dopo il primo slancio diventa assai faticoso, in mancanza di efficienti vie di comunicazione, alimentare lo sforzo dei reparti in prima linea con rifornimenti adeguati. Forse anche per via di questo problema Capello pensa di ampliare il raggio dell’azione. Ma l’unico risultato è la dispersione di energie che già scarseggiano.

 Il 29 agosto Cadorna decide di arrestare l’offensiva, che ormai si è inaridita. I combattimenti, molto sanguinosi, proseguono anche ai primi di settembre, ma si tratta di un’attività di logorio, che non sposta gli equilibri. Alla fine circa 400 dei 600 battaglioni italiani impiegati perdono da metà a due terzi dei loro effettivi. E gli austro-ungarici non stanno meglio, anzi. L’obiettivo strategico di investire Tarnova non è  conseguito, ma le forze di Cadorna conquistano terreno utile in una zona vitale: dalla Bainsizza minacciano di colpire a morte il nemico con una successiva spallata. Può essere la premessa della vittoria finale. Invece è l’opposto. Infatti mancava davvero poco al successo strategico dell’offensiva militare contro le posizioni austro-ungariche sull’altopiano della Bainsizza, che avrebbe aperto alle forze italiane le porte di Trieste. Se lo sfondamento fosse riuscito, il comandante supremo Luigi Cadorna sarebbe forse passato alla storia come il condottiero che aveva piegato l’Impero asburgico. Invece proprio quella vittoria sfiorata mette in moto il meccanismo che porta alla disfatta di Caporetto, che costa a Cadorna la guida dell’esercito a vantaggio di Armando Diaz e gli procura una cattiva fama nella memoria storica.

LA DODICESIMA BATTAGLIA DELL’ISONZO

Gli austro-ungarici, sono ben consapevoli di quanto delicata sia ormai la loro situazione sull’Isonzo: durante la battaglia della Bainsizza registrano perdite di gran lunga superiori alle loro aspettative, oltre centomila uomini. E, disperati,  sono convinti di non poter reggere un’altra prova del genere. Così lo stesso 29 agosto 1917, mentre Cadorna arresta l’offensiva sulla Bainsizza, gli austro-ungarici, stremati, si rivolgono agli alleati tedeschi per chiedere aiuto. Va in Germania il generale Alfred von Waldstätten, amico personale delll’imperatore Carlo I, asceso al trono il 21 novembre 1916 alla morte del vegliardo Francesco Giuseppe. Il suo appello viene accolto perché sul fronte orientale l’ultima offensiva della Russia contro gli austro-tedeschi fallisce in luglio: dopo la caduta dello zar Nicola II, uscito di scena in marzo, quel Paese in preda al caos non costituisce più un pericolo per gli Imperi centrali. Quindi la Germania può spostare truppe scelte dall’est sul fronte italiano per prestare assistenza agli alleati in pericolo.

 Le forze in campo all’ora zero del 24 ottobre 1917

 Austro – tedeschi: Comandante in capo generale di fanteria Otto von Below

La forza complessiva è di 353.000 uomini, 2.147 cannoni e 371 bombarde, oltre a mitragliatrici e lancia-gas e lancia-bombe

Italiani: Comandante in capo Tenente Generale Luigi Capello

Se si prendono in considerazione i soli reparti interessati dall’offensiva di von Below si tratta di 257.400 uomini appoggiati da 997 cannoni e 345 bombarde.

 Il  24 ottobre, alle 2 del mattino,  inizia la dodicesima  battaglia dell’Isonzo di Caporetto: è un’armata mista austro-tedesca comandata dal  generale del kaiser Guglielmo II, Otto von Below, a condurre l’offensiva sull’alto Isonzo contro le truppe di Capello, che porta allo sfondamento di Caporetto, in Slovenia, in posizione strategica nell’alta valle dell’Isonzo. Infatti le truppe di von Below – utilizzando anche tubi lancia gas – convergono su Caporetto lungo le due direttrici di Tolmino, sempre sull’alto Isonzo e di Plezzo, anche qui nell’alta valle dell’Isonzo alla confluenza di due valli che portano a passi alpini delle Alpi Giulie, accerchiando la maggior parte della IV Corpo d’armata, comandata dal tenente generale Alberto Cavaciocchi e scompaginando la XIX divisione italiana, comandata dal maggiore generale Giovanni Villani.

Gli austro tedeschi attaccano usando il gas ma la giornata di nebbia e pioggia impedisce agli italiani di percepire il disastro. Le prime linee combattono, ma le retrovie crollano. La stanchezza per due anni e mezzo di “inutile strage”, la propaganda contro la guerra, gli effetti della rivoluzione russa: queste percezioni filtrano tra la truppa. Purtroppo Cadorna non coglie quella stanchezza morale. I nemici avanzano di circa 150 chilometri e il 27 ottobre Cadorna ordina la ritirata sulla linea difensiva del fiume Tagliamento mentre gli austro-tedeschi occupano Cividale e il 28 ottobre entrano a Udine, sede del quartier generale italiano, che si trasferisce a Padova. Il 30 ottobre, in un incontro a Treviso tra Cadorna e il suo  omologo Ferdinand Foch il Comando Francese si impegna a inviare 6 divisioni in rinforzo. Il 31 ottobre , sempre  a Treviso, Cadorna incontra l’inglese William Robert Robertson e il Comando Inglese si impegna per 4 divisioni. Le truppe alleate dell’Intesa si schierano a Mantova e Brescia per essere pronte a fronteggiare sia un’invasione austriaca dal Trentino, sia un’avanzata degli austro-tedeschi fino al Mincio.

Il 2 e 3 novembre gli austro-tedeschi sfondano la linea difensiva del Tagliamento e Cadorna ordina la ritirata dietro la linea del Piave. Il 5 e 6 novembre al Convegno interalleato di Rapallo (Genova) Francia e Inghilterra chiedono all’Italia, come condizione per l’impiego delle loro truppe sul fronte italiano, di sostituire Cadorna al comando supremo. L’8 novembre i partecipanti al convegno di Rapallo incontrano a Peschiera (Verona) Re Vittorio Emanuele III, che approva le decisioni prese e ottiene che la linea Piave-Monte Grappa-Altipiani venga scelta come fronte di difesa ad oltranza.

 Il 9 novembre Armando Diaz sostituisce Cadorna al Comando supremo. Insieme con Diaz che, prima della nomina a Capo di Stato maggiore generale avvenuta l’8 novembre, sono nominati sottocapi il generale ed ex ministro  della guerra Gaetano Giardino e il generale Pietro Badoglio. Su consiglio inglese Cadorna, dopo il Convegno di Rapallo, viene nominato nel nuovo comitato militare interalleato di Versailles (Parigi, Francia). La ritirata sul  Piave si conclude il 9 novembre. L’esercito italiano, messo in rotta, deve ripiegare sul Piave e sul Monte Grappa, abbandonando al nemico l’intero Friuli e vaste porzioni del Veneto.

LA LEGGENDA DEL PIAVE

 Il 13 novembre inizia la prima battaglia del Piave, proseguita fino al 26 novembre: dopo aver dilagato in Friuli e nel Veneto settentrionale, le forze austro-tedesche, nonostante la superiorità dei mezzi e degli uomini impiegati, sono bloccate dagli italiani sulle rive del fiume Piave dopo una dura battaglia difensiva.I tedeschi, che impegnano nella battaglia 8 divisioni, l’ultima delle quali arrivata al fronte in novembre, ritireranno gradatamente in dicembre il loro contingente militare dal fronte italiano, per preparare la grande offensiva della primavera 1918 sul fronte occidentale. Intanto il 4 dicembre una nuova offensiva austriaca, che si protrae sino al 23, non riesce a sfondare la linea difensiva italiana sul Piave e sul Monte Grappa. Per colmare i vuoti tra le divisioni italiane in questa seconda battaglia del Piave, per la prima volta viene utilizzata la leva del 1899, i famosi “ragazzi del 99”, che si uniscono alle dieci divisioni anglo-francesi, lasciate in novembre nella retroguardia come truppe di riserva.

CONCLUSIONI

Con un po’ di “FANTASTORIA” il successo della Bainsizza si può considerare un micidiale boomerang per gli italiani  però, allargando la prospettiva all’intero conflitto mondiale,  è probabile che l’Intesa ricavi consistenti vantaggi. Infatti, il crollo della Russia, dove presto vanno al potere i bolscevichi, intenzionati a fare subito la pace con Vienna e Berlino – anche per precisi accordi con Lenin finanziato ingentemente dai tedeschi – consente alla Germania di sguarnire il fronte orientale per destinare altrove forze ingenti. Il fatto che gli austro-ungarici sono sul punto di crollare dopo la Bainsizza induce i tedeschi a intervenire sul fronte italiano. Senza questa emergenza, probabilmente avrebbero indirizzato il loro sforzo in Francia o in Medio Oriente al fianco della Turchia, con ripercussioni pesanti per la causa dell’Intesa.

Poi si può affermare che, paradossalmente Caporetto è una gravissima sconfitta,  che però porta alla vittoria. Infatti, con il senno di poi, possiamo dire che senza Caporetto non avremmo avuto Vittorio Veneto. Infatti l’esercito si riprende, ma soprattutto avviene  una cosa mai accaduta, né prima né dopo: l’Italia  intera  scende in guerra. E gli italiani cominciano a “odiare” il nemico convincendosi che è  in gioco la sopravvivenza dell’Italia. Quindi dopo Caporetto, Il Piave e il Monte Grappa nasce, o rinasce, la Nazione.

(di GianMaria Bedendo)