El Alamein, apologia del coraggio

“Mancó la fortuna, non il valore”, è la scritta riposta al 111º chilometro da Alessandria d’Egitto che ricorda il sacrificio della Folgore nelle lande desertiche di El Alamein il 23 ottobre 1942. In netta minoranza contro i 50.000 uomini dell’Ottava Armata britannica comandata da Bernard Montgomery riuscì, con circa 3000 paracadutisti e un’ottantina di carri armati, a respingere ogni tentativo di sfondamento, infliggendo al nemico gravi perdite. Per quattro giorni e quattro notti, l’offensiva fu respinta e ributtata al mittente con le pietre, le bombe a mano e le bottiglie incendiarie fabbricate in famiglia secondo l’arte di arrangiarsi tutta italiana.

Il reparto si ridusse di circa un terzo, ma la linea non cedette neppure dove era ridotta ad un colabrodo. Nel breve tratto di tre battaglioni attaccati, lasciò all’Ottava Armata britannica, in quei pochi giorni, seicento morti accertati, senza contare quelli che furono recuperati subito e i feriti gravi che spirarono poi in retrovia. Nel volume “Da Alamein al fiume Sangro”, Bernard Montgomery, narrando dell’impresa, ebbe l’indecenza di affermare che Brian Gwynne Horrocks – comandante del XIII Corpo d’Armata in Africa – trovò un ostacolo impensato, i campi minati. Il sacrificio vilipeso, la gloriosa difesa compiuta dall’uomo svilita. Si volle ignorare, da un punto di vista storico, che quei campi erano stati creati anni prima dagli stessi britannici, che esistevano strisce di sicurezza non minate e segrete, ignote agli italiani, che permisero ai Crusader MK1 di piombare addosso ai reparti comandati da Luigi Caccia Dominioni.

Rovesciando tale beffarda ed ingiusta sentenza, basta citare un passo del saggio di John Bierman e Colin Smith, autori di The battle of Alamein, nel quale si narra che mentre tre carri armati britannici avanzarono muniti di altoparlanti, trasmisero messaggi d’ammirazione per il coraggio degli italiani, analogamente a molti altri personaggi di spicco nei mesi e anni successivi. Il soldato tedesco ha stupito il mondo, il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco”, è la frase di Erwin Rommel, il Leone del Deserto, che appare nel Sacrario Militare Italiano di El Alamein. “Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i leoni della Folgore,” disse Winston Churchill alla House Of Commons. La Divisione Folgore ha resistito al di là di ogni possibile speranza”, sosteneva Radio Cairo alla fine di quelle ostilità. “Gli ultimi superstiti della Folgore sono stati raccolti esanimi nel deserto. La Folgore è caduta con le armi in pugno.

Nessuno si è arreso. Nessuno si è fatto disarmare” ebbe a sostenere la BBC, il 03 dicembre 1942, in merito a quell’eroica parentesi nella Campagna D’Africa. “Ad El Alamein non un solo drappo bianco. Nessun uomo ha alzato le braccia. 32 ufficiali e 262 paracadutisti, feriti e stremati, erano ancora nei ranghi, con le armi in pugno, in piedi, quando il nemico li ha catturati privi di acqua e rifornimenti da sette giorni, e senza munizioni, e dopo avere risposto con l’ennesimo “Folgore!” agli inviti ad arrendersi a braccia alzate”, è ciò che si può riscontrare nei ricordi di Nino Arena, Comandante della Divisione Ariete in quella battaglia e volontario paracadutista della Repubblica Sociale Italiana. Noi, 75 esatti anni fa, le suonammo di santa ragione, cospargendoci di gloria. Questa è la verità.

(di Davide Pellegrino)