Trevisan, Boschi, Fusani: nuovi deliri femministi crescono

Dopo le “denunce” di Asia Argento a Weinsten, ovvero il molestatore ormai più famoso di Hollywood, la cui ipocrisia sociale e culturale già abbiamo discusso in un articolo, il femminismo progressista di ultima generazione ha registrato nuove impennanti e argutissime forme negli ultimi giorni.

Dalla comparazione pecoraia di stupri e violenze ferme con forme di potere sfruttate alla bisogna (leggasi, un insulto per tutte le donne che escono in brandelli da relazioni sessuali coercitive reali, a differenza di molte delle signorine di cui sopra, pienamente consenzienti allo scopo di “non rinunciare al loro sogno”) nasce un rigurgito delle supposte discriminazioni subite dalle supposte donne sottomesse, quando fa loro comodo, al virgulto maschio sopraffattore.

Miriana Trevisan, ex-valletta dei bei tempi ormai andati, difende la Argento: “Ha ragione, se non la dai te la fanno pagare”. Raccontando a Matrix, il giorno successivo, di aver subito anche lei dei “ricatti sessuali”. Quali? Un assistente ci avrebbe provato con lei in camerino, ma lei, eroina dei nostri tempi, avrebbe “detto no”. Un regista le avrebbe poi promesso una parte e l’avrebbe invitata in albergo, ma lei, ancora una volta, avrebbe detto no. Che stima, che classe.

Per prima cosa, qualcuno dovrebbe spiegare in cosa la Trevisan avrebbe “pagato” questo suo rigidissimo rigore morale dal momento che, a quanto risulta da televisione, rotocalchi e servizi fotografici (evidentemente ritraenti immagini falsate per oltre 20 anni, ci corregga la nostra eorina, in caso) non appare aver fatto esattamente una carriera da cameriera in un bar malfamato di Torre Maura (ci scusi la povera cameriera per l’insulto involontario nel paragonarla alla Trevisan).

In secondo luogo, non credo che la Giovanna D’Arco delle vallette abbia guadagnato cifre così misere da permettersi, oltre agli altri già goduti, pure il lusso di sentirsi “discriminata”. Infine, ci si chiede da quando “provarci con una donna” costituisca una forma di violenza semplicemente sulla base della propria posizione sociale, elemento, tra l’altro, notoriamente alla base del successo verso molte delle sue consorelle “vip”.

Ma andiamo avanti, perché in due giorni le perle si susseguono una dietro l’altra, pim pum pam, come non se ne vedevano dai tempi del mitico Lotto Marzo, quando l’articolo del sottoscritto fu anche minacciato di querela dalle sedicenti lottatrici per i diritti del genere oppresso.

Maria Elena Boschi, dunque un ministro della Repubblica che percepisce perfino un lauto stipendio, rilancia il tema della parità salariale tra uomini e donne nel fondamentale mondo del calcio, ispirandosi a una legge approvata in Norvegia, Paese noto a tutti per gli stipendi stellari dei suoi esponenti nel succitato sport.

Suppongo sia troppo complicato spiegare alla signorina Boschi dagli occhioni dolci che nei massimi campionati europei (che mi spiace per lei, non comprendono la Norvegia) i tornei maschili sono così importanti in termini economici da raggiungere quote assolutamente irraggiungibili per il calcio  scandinavo, dove Andreas Helmelsen, attaccante del Rosenborg attualmente primo in classifica, viene valutato l’incredibile cifra di 90mila euro, senz’altro paragonabile nella mente di queste genuine rivoluzionarie alle decine di milioni (nella peggiore delle ipotesi) che possono valere un Icardi, un Insigne o un Mertens da noi.

Non sarebbe nemmeno necessario – ma noi lo facciamo lo stesso – sottolineare che il motivo sia uno soltanto: lo sport in questione è praticato soprattutto da uomini e sono i campionati maschili ad avere il successo di pubblico necessario. Quella che è una banale “caratteristica”, per giunta di un settore non certo vitale per il mondo del lavoro, viene addirittura elevata a questione sociale.

Ma l’osservazione viene ritenuta degna di menzione nientepopodimeno che da quella volpe acuta di Claudia Fusani, ormai colonna de l’Unità, che – nuovamente a Matrix, trasmissione il cui livello qualitativo è letteralmente precipitato in soli due giorni – rilancia il tema, ammettendo di “rendersi conto” che il calcio femminile in Italia sia troppo poco popolare per poter essere paragonabile in termini di salari a quello maschile, ma anche di non essere d’accordo sugli stipendi milionari del signor Gonzalo Higuain. E vabbè.

“Non avete compreso lo spirito di quel twit” dice. Magari è vero. In effetti, ci è oscuro il senso di ricercare una battaglia perfino nello stipendio di un settore che è a tutti gli effetti un lusso e non una componente sociale determinante per la crescita e per il benessere della comunità. Probabilmente, sarà lo stesso di chi non ha assolutamente nulla da dire e inventa, di tanto in tanto, nuove pretestuose questioni.

Però almeno la serata ha riservato qualche momento di gloria, come quanto il buon Filippo Facci, lamentando le continue interruzioni di una nervosetta Fusani, afferma perentorio: “Scusate, ma c’è questo esponente di genere opposto che non mi lascia mai parlare”.

Come a dire, anche nei momenti di delirio più totale c’è sempre qualcosa da salvare.

(di Stelio Fergola)