Conoscere e comprendere l’Islam, oltre la celebrazione e il disprezzo

Liquidare l’Islam come religione di odio o di pace è una soluzione troppo semplicistica, che non terrebbe conto della vasta complessità propria di questo fenomeno; già chiamarla solamente religione non è corretto, perché precluderebbe il suo carattere onnicomprensivo. L’Islam offre una weltanschauung che non si ferma al dio e a una certa prospettiva escatologica, ma prosegue nel voler regolare fin nei minimi dettagli la vita del fedele o del credente e della sua comunità: rientra nella definizione che Antonio Gramsci diede dell’ideologia, cioè una concezione del mondo che si manifesta implicitamente nell’arte, nel diritto, nell’attività economica, in tutte le manifestazioni di vita individuali e collettive; ciò che risulta problematico nell’affrontare il problema è capire come può essere affrontata l’esegesi e l’ermeneutica del Corano, della Sunna – il modello di vita dato da Muhammad ai suoi accoliti – e degli Hadith, la raccolta dei detti e delle sentenze attribuibili al Profeta: la mancanza di una istituzione come la Chiesa per il Cristianesimo non aiuta di certo a scogliere il Nodo di Gordio, anzi complica ulteriormente le dinamiche e la natura stessa dell’universo musulmano, perché se da un lato l’Islam è una religione strettamente personale e più vicina dunque al fedele (a differenza del Cattolicesimo che ammette l’intermediazione dei sacerdoti e dei vescovi), dall’altro il processo interpretativo dei testi è altamente arbitrario e ciò può portare, ça va sans dire, alla nascita di movimenti radicali ed estremisti come Daesh o Al-Qaeda.

Il Corano, infatti, è un testo religioso denso di sfaccettature e incomprensioni, allusioni e versetti contrastanti gli uni con gli altri. Sorvolando sulla questione del testo creato o increato, che coinvolse la setta dei mutaziliti per lo più a cavallo tra il IX e il X secolo, la rivelazione maomettana contiene al suo interno pagine di altissimo spessore spirituale, come 2;255 (sura, capitolo 2, aya, versetto 255) – conosciuto come versetto del trono -, seguite da quelle che possono essere definite senza dubbio apologie dello stragismo o quantomeno di severo biasimo verso chi è cristiano, ebreo o ateo (si legga ad esempio 9;5 o 9;29); il problema, come si è appena detto, consta nell’interpretare correttamente ciò che si legge, ben sapendo che il Corano può essere sostanzialmente diviso in due parti, rispettivamente quella meccana e quella medinese. La divisione risale ai due periodi in cui la rilevazione ha fatto breccia nel panorama della penisola arabica, che non solo si distinguono per un aspetto meramente cronologico – prima e dopo l’Hijra – ma pure per il contenuto delle diverse surat, le quali passano dall’avere un contenuto più metafisico e trascendentale (tipiche del periodo meccano, quando cioè il suo ruolo profetico era solo agli inizi), ad uno di stampo più prettamente politico-militare (quando cioè con l’Egira Muhammad diventa il capo politico di Medina – all’epoca, Yathrib -, e assume la guida delle milizie medinesi per propagandare il Verbo).

È facile dunque capire la facilità di come si possano decontestualizzare specifici versetti per giustificare un’insospettabile “petalosità” liberal dell’Islam – e da lì ad affermare, sotto una certa e palese ottica blasfema, che Allah è gay il passo è davvero breve – oppure la pervicace e insaziabile caccia agli infedeli cristiani, ebrei o zoroastriani (tutti annoverati come gente del libro e monoteisti nel Corano) da parte delle cellule del terrore. Il mondo islamico è complesso, costellato da infinite sfumature, sette ed eresie, e certamente non è possibile descriverlo in qualche riga; spesso però le opinioni e gli articoli dei grandi quotidiani e dei blasonati periodici che si occupano di attualità e informazione tendono a privilegiare solamente uno degli aspetti che questa realtà ha da offrire, dimenticandosi – si fa per dire – di approfondire anche ciò che non reputa interessante o degno di nota. Non stupisce, perciò, che ci sia sull’argomento una cultura piuttosto superficiale e contorta. Eppure l’Islam è l’universo con cui l’Occidente deve entrare in contatto ogni giorno. È una realtà totalmente diversa dalla nostra, teocentrica e non antropocentrica, in cui si vive abbandonati a dio (Islam, infatti, significa sottomettersi a o abbandonarsi ad Allah) e si agisce solo ed esclusivamente per la sua volontà, per compiacerlo. Non si da risalto al libero arbitrio, comunque presente nell’antropologia e nella teologia islamica, perché è in secondo piano rispetto alle decisioni e ai piani di Dio. Ma comunque l’uomo, per perseguire la salvezza, deve, sempre che voglia, seguire i cinque pilastri dell’Islam: la shahada, la professione di fede; la salat, la preghiera canonica; la zakat, l’elemosina legale; il sawm, il digiuno; e l’hajj, il pellegrinaggio -questo però se le condizioni psicofisiche ed economiche possono permettere il viaggio fino alla Mecca.

Non è presente il jihad, perché è considerato solamente nell’ottica musulmana della difesa, e non nell’offesa: solo nel ventesimo secolo, infatti, ha assunto quella declinazione che tutti conosciamo, proprio per un’interpretazione errata non troppo velatamente in malafede. Il significato originale è quello di sforzo, proprio e personale del credente il quale deve tendere alla perfezione spirituale per poter rientrare nelle grazie di Allah; il massacro degli infedeli – categoria in cui l’estremismo radicale fa rientrare scorrettamente i cristiani e gli ebrei – è un retaggio del secolo scorso, dopo che alcuni intellettuali e filosofi come Sayyd Qutb e Ali Shariati hanno concepito l’Islam come ideologia che deve diventare prassi e dunque portarsi a realizzare in Terra la sovranità di Dio, estirpando il germe della corruzione e dell’immoralità sia occidentale sia in seno allo stesso mondo islamico, anche attraverso il martirio – anche se, a differenza dei miliziani dell’Isis e di Al Qaeda, è sempre visto in un’ottica passiva, subito e non portato a compimento dal martire stesso prendendo a modello la morte di Husayn a Kerbala, il nipote di Muhammad da cui partì lo sciismo.

Per tirare le fila del discorso e concludere, non è possibile prendere nettamente una parte a difesa di o contro l’Islam: è una galassia complessa, al tempo stesso affascinante e inquietante che propone all’osservatore esterno aspetti che senza ombra di dubbio possiamo definire interessanti, per il loro risvolto nella vita quotidiana, nel pensiero della persona normale e dell’intellettuale di alto bordo, proponendo al fedele una via più pacifica – guardando la radice trilittera della parola Islam, s-l-m, alcuni studiosi tendono a evidenziare che sia la stessa del termine salam, e cioè pace – o una più militante e radicale. Affermare perciò che questa religione, questa weltanschauung sia totalmente bianca o totalmente nera è errato; è una medaglia che presenta entrambe le facce e negare questa dicotomia altro non fa che alimentare il circolo vizioso che da anni impazza tra le pagine e le lingue dei soliti noti radical chic, i quali negano l’esistenza delle culture, ma promuovono una comprensione assolutamente parziale del fenomeno islamico, assurgendolo a religione di pace e d’avanguardia, ma allo stesso tempo negando che il terrorismo sia connaturato nella natura dell’Islam quando invece non è così, nonostante tutto ciò sia una piega nata recentemente.

(di Alessandro Soldà)