Mel Brooks: “Il politicamente corretto è la morte della satira”

Con la sua comicità grottesca ma raffinata, tipicamente yiddish, l’oggi novantunenne regista e produttore Mel Brooks ha segnato una pagina importante della commedia statunitense.

Nonostante la sua produzione cinematografica si sia esaurita, complice anche alcune vicende personali tra le quali la morte della moglie nel 2002 per un cancro, a metà degli anni ’90 con il mediocre “Dracula morto e contento” (nel quale faceva capolino anche il nostro Ezio Greggio, storico amico di Brooks), la sua vena artistica ci ha regalato autentiche pietre miliari della comicità: da parodie taglienti come “Frankenstein Junior” -film che in Italia, più che nel resto del mondo, è diventato un cult movie- e “Balle spaziali” a opere politicamente scorrette come “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” (“Non state lì a prendere la tintarella”, dice Taggart a degli operai afroamericani), senza dimenticare il famoso spettacolo “Primavera per Hitler” in “Per favore non toccate le vecchiette”.

Proprio il politicamente corretto è il tema scelto da Mel Brooks in una intervista rilasciata a BBC Radio 4 il 21 settembre. Erano tempi molto diversi quelli dei suoi film migliori, prodotti tra il 1968 e il 1987. Oggi “siamo diventati stupidamente politicamente corretti, il che è la morte della comicità”. Per il celebre regista “La commedia deve destreggiarsi sul filo del rasoio, deve correre rischi. La commedia è il piccolo elfo lascivo che sussurra nell’orecchio del re, dicendo sempre la verità sul comportamento umano”

“‘Per favore non toccate le vecchiette” e “Mezzogiorno e mezzo di fuoco”, dice “oggi non potrei più produrli. Forse “Frankenstein Junior”. E spiega: “In ‘Mezzogiorno e mezzo di fuoco’ uno sceriffo nero verrebbe visto come un’offesa alle persone di colore“, mentre per quanto riguarda il famoso balletto pro-nazista di “Per favore non toccate le vecchiette” dice “mi accuserebbero di normalizzare il nazismo”. E conclude l’intervista sostenendo che “non ferire i sentimenti delle varie etnie è giusto, ma questo atteggiamento non fa bene alla nostra arte. La commedia si muove su una linea molto sottile, si assume dei rischi”.

Una riflessione, quella sulla satira dei nostri giorni, che il produttore televisivo Ted Balaker ha evidenziato in un documentario intitolato “Can We Take a Joke?”. Una riflessione, soprattutto, che con uno sguardo al passato può essere applicata anche a molti film del cinema italiano.

Un cult come “Amici miei“, capolavoro di Mario Monicelli, sarebbe possibile oggi? Si tollelerebbero cinque uomini di mezza età che fanno commenti sulle operaie, il ricorrente insulto “finocchio” o un conte attempato con l’amante minorenne? Senza contare l’enormità di stereotipi dei tanto vituperati cinepanettoni.

Charlie Chaplin commentava che se l’era del muto fosse durata dieci anni in più, avremmo avuto dieci anni in più di ottimi film. Parafrasandolo, possiamo dire che se l’era del politicamente corretto fosse iniziata dieci anni più tardi avremmo avuto dieci anni di capolavori comici in più. E si potrebbe guardare un film come “Non guardarmi: non ti sento”, con protagonisti gli immensi Gene Wilder e Richard Pryor, senza pensare che si stiano insultando i disabili.

(di Federico Bezzi)