Poitiers: quando i Franchi fermarono gli Arabi

Il dinamismo e le vittorie degli eserciti Arabi dalla morte di Maometto nel 632 fino ai secoli centrali del 700 furono senza pari. In pochissimi anni le armate della nuova fede islamica riuscirono a sconfiggere più volte l’impero romano d’Oriente, conquistando Egitto, Palestina e tutta l’Africa settentrionale. Mentre ad Oriente soggiogarono l’impero Sassanide cancellandolo dalla storia. Così dalla penisola arabica fino alla Spagna dei Visigoti e dalle estreme propaggini dell’altopiano iraniano fino alla Palestina ed al mar Rosso, gli Arabi instaurarono il nuovo dominio dei Califfi e della fede in Allah e Maometto suo profeta. La cristianità venne sradicata da regioni storicamente cristiane come le province d’Egitto e di Siria, ma riuscì a resistere alla pressione dei musulmani al di là dei Pirenei e nella grande città-fortezza di Costantinopoli.

Caduta la Spagna dei Visigoti e perduta la Palestina romana, le incursioni degli eserciti Arabi si spinsero sempre più a fondo verso l’Europa, minacciando ed assediando direttamente Costantinopoli, l’unica grande città ancora capace di arrestare la marea montante musulmana. Diversi furono gli assedi a cui i Califfi sottoposero la capitale dell’impero bizantino, ma questa non cadde mai se non settecento anni dopo, il 29 maggio 1453.

In Occidente, dopo aver occupato e unificato la maggior parte della penisola Iberica, gli Arabi iniziarono a dar seguito ad una serie di pericolose offensive verso la Gallia e l’Aquitania ancora divise fra Franchi, Aquitani e Burgundi. Il duca d’Aquitania Oddone fu anzi lieto di assumere in diverse occasioni eserciti arabi per combattere contro Carlo Martello, il maggiordomo di palazzo del re dei Franchi.

Le cose cambiarono quando il governatore generale dell’al-Andalus, (nome arabo per la Spagna), ‘Abdul Rahman Al Ghafiqi, condusse un grande esercito al di là dei Pirenei. Più volte si è parlato degli intenti di questa spedizione, v’è chi sostiene che fosse una spedizione volta al solo saccheggio, e chi invece insiste sul carattere della conquista. È molto probabile che si trattasse solo di grande incursione per procacciare schiavi, ricchezze nonché studiare i popoli e i paesi che stavano al di là dei monti Pirenei.

Sconfitto una prima volta sulla Garonna, il duca di Aquitania Oddone si trovava ora in una situazione di grande pericolo, decise allora di rivolgersi al suo nemico di sempre, Carlo Martello. Il maggiordomo dei re Merovingi accettò la richiesta d’aiuto di Oddone solo a patto che fosse lui a guidare l’armata alleata. Intanto, indisturbato, l’esercito Omayyade di Al Ghafiqi aveva attraversato quasi tutta la Gallia, saccheggiando e razziando città indifese e villaggi, accumulando così un grande bottino. Carlo Martello, dopo aver indetto una chiamata alle armi parziale, si mosse con il suo esercito composto da Franchi, Burgundi, Alemanni, Aquitani, Visigoti ed anche alcuni Sassoni verso la città di Tours dove si stava dirigendo l’esercito invasore. Qui il governatore dell’al-Andalus decise di concentrare il suo esercito nella battaglia contro i Franchi ed alleati piuttosto che nell’assedio della città.

Carlo Martello schierò la maggior parte del suo esercito lungo una strada romana, passaggio obbligato per gli Arabi, fra i due fiumi Vienne e Clain, così da potersi assicurare la protezione dei fianchi dalla veloce e superiore cavalleria musulmana e berbera. Carlo Martello diede anche ordine a tutta la sua cavalleria di smontare da cavallo e di combattere appiedata, fianco a fianco con i fanti.

Questa sorta di falange o di muro di scudi doveva essere composta nelle prime file dai veterani più pesantemente armati, nelle seconde file da guerrieri senza armatura ed infine da arcieri, giavellottisti e truppe leggere e di supporto. La cavalleria del conte d’Aquitania Oddone venne invece schierata in un bosco non tanto lontano, nascosta dalla vegetazione e pronta ad assalire il campo nemico al segnale di Carlo.

Al Ghafiqi schierò la cavalleria leggera composta da cavalieri Berberi sulla sinistra, a fianco del fiume Clain, tutta la fanteria e gli arcieri lungo la via romana e la restante cavalleria sulla destra. Dietro ogni squadrone di cavalleria gli Arabi avevano fatto schierare sia i cammelli da trasporto che truppe cammellate. I Saraceni sapevano infatti che l’odore pungente di questi animali terrorizzava i cavalli europei, che potevano dunque imbizzarrirsi e rompere lo schieramento.

Ad aprire lo scontro furono gli Arabi che si scagliarono all’assalto della fanteria franca. I primi a muoversi furono i cavalieri Berberi che correndo veloci intorno allo schieramento cristiano lanciavano una fitta selva di giavellotti. L’ordine di Carlo per la fanteria era di resistere e di non rompere lo schieramento. Gli arabi erano infatti famosi per la tattica dell’al-qarr wa al-farr ovvero dell’azione d’attacco seguita da una finta ritirata che doveva servire a far rompere lo schieramento nemico e accerchiare così a piccoli gruppi i nemici ora indifesi.

Carlo Martello, per non cadere nella trappola della strategia araba, doveva conoscere questa strategia, mentre gli Arabi poco o nulla sapevano dei Franchi. La descrizione di Isidoro Pacense della compattezza e risoluzione dei Franchi è molto evocativa:

“Gli uomini del nord erano immobili come un muro; sembravano saldati insieme in un baluardo di ghiaccio impossibile da sciogliere, mentre trucidavano gli Arabi con le spade. [I Franchi] dagli enormi arti e le mani di ferro, colpivano coraggiosamente nel cuore della battaglia

Ad ondate la fanteria e la cavalleria araba si scagliavano contro il muro di scudi franco, cercando di rompere la formazione o di insinuarvisi, ma non servì a nulla, ogni qual volta la cavalleria nemica si avvicinava troppo, una lancia o una scure abbattevano il cavallo, gettando così il cavaliere indifeso fra le mani dei franchi che lo finivano con un colpo di spada.

La battaglia fu molto cruenta, e i morti Arabi si ammassavano l’uno sull’altro di fronte alla linea di scudi cristiana. Il vero punto di svolta della battaglia si ebbe però quando Carlo diede ordine ad Oddone e la sua cavalleria di caricare il campo nemico, non molto distante dal luogo dello scontro. Vedendo la cavalleria franca galoppare verso il bottino che i Saraceni avevano a fatica accumulato lungo tutta la spedizione, l’esercito di Al Ghafiqi si sfaldò: cavalieri e fanti volsero le spalle ai cristiani per andare a salvare il salvabile, ed è allora che la battaglia si trasformò in una strage.

Carlo diede ordine alla stanca fanteria di inseguire il nemico. La strage fu così grande che le cronache arabe definirono il teatro della battaglia balāt al-shuhadāʾ, (“il lastricato dei màrtiri”). Questa battaglia, insieme ad altre come Lepanto, viene ricordata come una delle grandi vittorie della cristianità sull’Islam.

Benché sicuramente se Carlo Martello fosse stato sconfitto le conseguenze sia per l’Aquitania che per il regno dei Franchi sarebbero state molto gravi, essa non fu risolutiva. Già l’anno seguente gli Arabi di Spagna erano capaci di occupare Arles e di inviare altri eserciti al di là dei Pirenei, ma non si ebbe più una grande spedizione come quella guidata da Al Ghafiqi, che cadde sul campo di battaglia.

Il vero baluardo per l’Occidente fu, in quegli anni, il solo Impero Romano d’Oriente, o Bizantino come lo chiamano gli storici, erede diretto di Roma e custode della via d’accesso all’Europa dei Dardanelli. A ragione lo storico serbo Georges Ostrogorsky scrisse nel suo “Storia dell’impero bizantino”:

“Nella grande lotta in difesa dell’Europa dall’avanzata araba, la vittoria di Costantino IV rappresenta una svolta di importanza mondiale, come più tardi la vittoria di Leone III nel 718 e quella del 732 di Carlo Martello, a Poitiers, all’altro estremo del mondo di allora. Di queste tre vittorie che salvarono l’Europa dal dilagare dei musulmani, la vittoria di Costantino IV è non solo la prima, ma anche la più grande. […] Costantinopoli era l’ultimo argine che si opponeva all’invasione. Il fatto che quest’argine abbia retto significò la salvezza non solo dell’impero bizantino, ma di tutta la cultura europea”

(di Marco Franzoni)