Il New Yorker attacca l’Italia per fare propaganda negli USA

Pare che mai come nel corso di quest’anno sia sorta in Italia una curiosa (quanto anacronistica) allergia verso la presenza degli edifici e dei monumenti sorti nel Ventennio fascista. Che ciò sia frutto o meno delle recenti discussioni sul Ddl Fiano, questa improvvisa orticaria si è estesa dai media nazionali a quelli oltreoceano. E’ di pochi giorni fa infatti un articolo del settimanale The New Yorker dal titolo “Perché ci sono ancora così tanti monumenti fascisti in Italia?”, a firma di Ruth Ben-Ghiat.

Centro delle critiche dell’articolista è in particolare il Palazzo della Civiltà Italiana, il cosiddetto “Colosseo quadrato” (oggi affittato alla casa di moda Fendi), descritto come “reliquia dell’aberrante aggressione fascista” per il suo legame con la guerra di Etiopia, evidenziando come “lungi dal prendervi le distanze in Italia viene celebrato come una icona modernista”. L’articolo non si limita al palazzo dell’EUR ma parla della moltitudine di monumenti dell’era fascista in Italia, chiedendosi perché in Italia nulla sia stato fatto per rimuovere “gli elementi di una storia razzista e sanguinosa”, al contrario di quanto hanno fatto in passato Francia e Germania.

Al contrario anche di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti, dovremmo aggiungere a onor del vero. E’ sufficiente tornare alle cronache americane di pochi mesi fa per scoprire che l’isteria di massa ha improvvisamente preso di mira statue ed edifici che si rifanno al passato federalista, con la rimozione di simboli dei soldati sudisti e di altri personaggi storici (alcuni anche di spicco) che nel loro contesto temporale si sono resi colpevoli di avere posseduto schiavi o di avere colonizzato altri paesi.

Non c’è bisogno di inoltrarsi nel merito dell’articolo -giustamente criticato su tutti i social e anche da alcune testate nazionali: si consiglia proposito questo ottimo articolo de Il Sole 24 Ore per capire che il settimanale americano “parla a nuora perché suocera intenda”. Il nesso è tanto semplice quanto indimostrato: la presenza di una architettura celebrativa del fascismo (o di altri -ismi, a seconda del paese) è un fattore di attrazione che scatena inevitabilmente dei “ritorni di fiamma”, in qualche modo abitua le persone all’idea che questi eventi storici -non mi dire- sono avvenuti. E quale paese in questo momento sta tentando di fare tabula rasa del proprio deprecabile passato? Gli Stati Uniti, guarda caso.

La conclusione dell’articolo del New Yorker è pura comicità involontaria: l’autrice chiede alla responsabile della Docomomo (associazione che si occupa della conservazione dei complessi urbani) come si sentono gli italiani a vivere “tra le rovine di una dittatura”. La risposta, secca, è: “Perché dovrebbero pensare qualcosa?”. Appunto.

Solo certi accademici del credo post-modernista sono convinti che una statua possegga poteri sovrannaturali in grado di plasmare i processi elettorali. Non dimentichiamo due dettagli che l’articolo evita di accennare: in primo luogo, la Francia non ha mai avuto il Fascismo né una architettura legata al tale regime -speriamo che un giorno tale paranoia non coinvolga i defunti Napoleone e Napoleone III, altrimenti bisognerà passare alla ruspa tutta Parigi- e la Germania, nella rimozione degli edifici del nazionalsocialismo, è stata molto favorita dai massicci bombardamenti alleati, che hanno raso al suolo intere città come Dresda e Berlino.

L’Italia, primo paese al mondo per Patrimoni UNESCO, è stata in buona parte risparmiata da questo scempio, e ha scelto di preservare anche gli elementi del meraviglioso razionalismo italiano, ultimo vero movimento architettonico del nostro paese. Alla fine di tutto ciò, il migliore commento allo strale del settimanale americano lo ha fatto un saggio su Twitter, con buona pace del testone marmoreo di Mussolini e della signora Ben-Ghiat: “Perché noi non siamo come l’ISIS”.

(di Federico Bezzi)