La battaglia di Lepanto

È il mattino del 7 ottobre 1571, il sole traluce fra la leggera foschia che ha avvolto le navi della flotta cristiana. Il rumore dei remi che incontrano l’acqua salmastra è una nenia cadenzata, si sentono i tamburi, gli ordini urlati dai capitani delle navi, mentre torme di frati e preti incoraggiano i soldati Cristiani: il Papa ha promesso l’indulgenza per chiunque combatta contro i Turchi. La flotta cristiana, comandata dall’ammiraglio Don Giovanni d’Austria, è una delle più grandi mai raccolte dalla cristianità dai tempi della caduta di Roma e Costantinopoli: 209 galee e sei galeazze veneziane, 1.805 cannoni, 28.000 soldati, 12.920 marinai e 43.500 rematori. Nemmeno il Papa si aspettava un tale successo. Numerosi erano state nel corso degli anni gli appelli dei pontefici romani per combattere il Sultano turco, il più delle volte passati sotto silenzio, anzi, la stessa Francia si era alleata agli Ottomani.

La foschia, ritiratasi, aveva lasciato campo aperto al sole che ora batteva sulle coste della Grecia e del mare dello stretto di Corinto. Non appena la flotta cristiana venne vista dai Turchi, ormeggiatisi vicino a Lepanto, questi si schierarono a battaglia. La flotta del Sultano era enorme: 222 galee, 60 galeotte, 750 cannoni, 34.000 soldati, 13.000 marinai e 40.000 rematori. Garriva sulla flotta ottomana la bandiera con la mezzaluna di Costantinopoli, il nuovo simbolo del regno del Sultano turco, mentre sulla flotta cristiana si muovevano centinaia di gonfaloni differenti. Il leone di San Marco, simbolo di Venezia, stringeva nella zampa non più il Vangelo ma una spada: la Serenissima era in guerra. C’erano poi le bandiere di Genova, con la croce di S. Giorgio, della Spagna imperiale di Filippo II, la croce dei cavalieri di Malta, il gonfalone del Papa con le chiavi di S. Pietro e centinaia di bandiere con spade, croci, leoni e tutti i simboli araldici.

Una galeazza veneziana

 

La flotta cristiana si schierò con la maggior parte dei Genovesi e alcune galee cristiane e spagnole sulla destra, al comando di Gian Andrea Doria. Al centro, al comando di una squadra di 61 galee c’erano l’ammiraglia della flotta al comando di Giovanni d’Austria, la Capitana pontificia comandata da Marcantonio Colonna, la Capitana di Savoia sotto il comando del Provana, la Capitana veneziana con Sebastiano Venier e la Capitana genovese comandata da Ettore Spinola e Alessandro Farnese.

A Sinistra una squadra di 53 navi sotto il comando di Agostino Barbarigo. Davanti a tutti i 5 chilometri dell’esercito cristiano navigavano 6 galeazze veneziane. Queste erano imbarcazioni più pesanti e grandi delle classiche galee, una forma ibrida fra la classica galea mediterranea e le navi tonde dell’Atlantico, capaci così di trasportare più cannoni e creare una spaventosa potenza di fuoco. Pareva che tutta l’Italia si fosse riunita per combattere la Talassocrazia turca del Mediterraneo Orientale. Al comando della flotta del Sultano c’era l’ammiraglio supremo Alì, mentre sull’ala destra si trovava Mehmet Sciaurak e in in quella sinistra il bey d’Algeria Ulugh Alì, capo dei corsari algerini. Questo non era altro che un calabrese di nome Giovan Dionigi Galeni, catturato dai Turchi si convertì diventando poi uno de più famosi corsari della storia dell’impero Ottomano.

Mentre le due flotte si osservavano Alì diede ordine di iniziare ad aggirare i fianchi della flotta cristiana, fiduciosi della loro superiorità numerica i turchi pensavano infatti di poter accerchiare i cristiani per colpirli dai fianchi ed annientarli. Le sei galeazze veneziane remarono allora a tutta velocità contro la flotta turca in movimento aprendo il fuoco: una spaventosa pioggia di proiettili ricadde schiantandosi sui vascelli del Sultano, scompigliando e mandando nel caos la flotta turca stretta in un serratissimo ordine di avanzata. Si venne poi al copro a corpo.

Al centro della battaglia si accese un violentissimo scontro per la conquista della reale di Spagna, la capitana della flotta spagnola. Dopo un primo scambio di colpi le galee cercavano di speronarsi a vicenda, i soldati e i marinai si lanciavano contro la barca nemica dando vita a furibondi corpo a corpo come accadeva secoli prima ai tempi dei Romani. La guerra navale nel Mediterraneo non era infatti tanto cambiata dai tempi di Salamina ed Anzio. Nella furibonda battaglia per la conquista dell’ammiraglia spagnola venne ferito gravemente il comandante della flotta turca Alì, che venne così catturato insieme alla sua nave e l’intero equipaggio caduto nello sconforto. Sul fianco sinistro la situazione stava volgendo a sfavore per i cristiani, che piano piano soccombevano di fronte alla marea montante di navi turche; ma un vigoroso attacco contro la nave di Mehemet Sciaurak cambiò le sorti del combattimento. Anche lui cadde e la sua nave venne affondata.

Mentre la coalizione cristiana era ormai padrona del campo, sul fianco destro i due comandanti, il Doria e Ulugh Alì, sembravano non voler davvero arrivare allo scontro, molto probabilmente perché c’erano in corso trattative segrete con Ulugh per farlo passare da parte cristiana. La serie di manovre e contromanovre elusive ed inefficaci fu rotta senza indugio da Veneziani, Pontifici e Piemontesi che di propria iniziativa attaccarono lo schieramento nemico. Incalzati dal numero delle galee nemiche gli attaccanti si trovarono subito a mal partito, arrivarono allora in loro soccorso Don Giovanni d’Austria e Marcantonio Colonna. Anche il Doria si trovò quindi obbligato ad attaccare il capo dei pirati Saraceni. Di fronte alla schiacciante superiorità numerica cristiana anche Ulugh scappò lasciando sul campo tutte le navi catturate.

Una piena vittoria sorrise all’esercito cattolico quel 7 ottobre: 117 galee ottomane e 20 galeotte furono catturate, 57 colate a picco. I soldati turchi uccisi furono circa 40.000 mentre furono salvati 10.000 schiavi cristiani. I caduti di parte cristiana furono comunque numerosi, a riprova della violenza della battaglia: 7.500 morti, fra cui 2.500 solo Veneziani. Fra i feriti si trovava anche Miguel de Cervantes, il futuro autore del Don Chisciotte.

La battaglia fu grandemente celebrata come la vittoria della cristianità contro l’Islam e lo strapotere Ottomano, ed effettivamente fu solo questo. I Veneziani non riconquistarono Cipro, i Turchi non persero neanche un lembo di terra; anzi, dopo qualche anno il Sultano era già capace di schierare una flotta tanto grande quanto quella che era stata distrutta. Gli stati cristiani del Mediterraneo avevano invece profuso talmente tante energie nella guerra navale contro i Turchi che ci misero molto a recuperare le perdite ed il denaro. Venezia, spossata dalla guerra, avrebbe perso di lì a poco anche Creta. Aveva ragione il visir Mehemet Sokolli, quando disse al legato veneto Barbaro:

“Lepanto ci ha solamente tagliata la barba; essa crescerà più folta di prima; Venezia con Cipro ha perso un braccio e questo non cresce più”.

Con Lepanto si chiuse la stagione gloriosa delle galee, dopo più di dieci secoli le navi spinte a remi divennero infatti obsolete di fronte ai grandi velieri Atlantici, che stavano proprio in quei giorni rivoluzionando la storia e l’arte della navigazione.

(di Marco Franzoni)