Più armi nucleari rendono il mondo più sicuro?

«Le grandi potenze si trovano nella migliore posizione possibile quando le armi da esse usate per affrontare il “dilemma della sicurezza” sono tali da rendere altamente improbabile lo scoppio di una guerra tra loro. Le forze nucleari sono utili e la loro utilità è accresciuta nella misura in cui si rende possibile prevenire il loro uso stesso»
(Kenneth N. Waltz, Teoria della Politica Internazionale, 1979, Il Mulino, p. 340)

È pensabile che una maggiore diffusione di armi nucleari renda il mondo relativamente “più sicuro”? Una simile asserzione farebbe certamente storcere il naso non solo a molti normali benpensati, ma anche a numerosi analisti. Eppure, nel 1981 comparve un saggio di Kenneth N. Waltz, politilogo e studioso delle relazioni internazionali, dal titolo: «The Spread of Nuclear Weapons: More may be better»; ovvero, italianizzando, «La diffusione delle armi nucleari: più ce ne sono meglio potrebbe essere».

La tesi di Waltz, in qualche modo già abbozzata nel suo importantissimo saggio Teoria della Politica Internazionale (1979), fu di una novità sconvolgente nel panorama degli studi delle relazioni internazionali, ribaltando completamente la funzione e i giudizi (“morali” o no) sulle armi nucleari. Da dei micidiali ordigni capaci di seminare morte e distruzione su scala globale, Waltz evidenziò che era proprio la loro esistenza ad essere in grado di assicurare la pace su scala mondiale. La pace decennale tra le superpotenze sarebbe merito della tanto vituperata bomba H?

A ben guardare, il mondo nell’era atomica, fino ad oggi, ha praticamente annullato guerre dirette tra le superpotenze. La guerra fredda (1945-1989) tra due superpotenze nucleari non è infatti mai diventata una guerra combattuta, eppure, considerando solo gli ultimi due secoli prima del 1945, si troverà che le guerre tra le superpotenze delle varie epoche sono state numerose: dalle due guerre mondiali nell’arco di meno di trent’anni nel XX secolo, alle guerre di Napoleone, della Germania contro l’Austria, della Germania contro la Francia, ecc.

Certamente, nel prevenire altri conflitti su larga scala, ha avuto un suo ruolo anche lo stesso assetto bipolare – da Waltz considerato il migliore, in quanto più stabile e meno propenso al conflitto – ma le dinamiche del deterrente nucleare ha la stessa funzione anche in contesti di natura unipolare e multipolare.

La presenza di armi nucleari ha dunque ridotto il numero di guerre? Non in assoluto, ma ha fino ad ora evitato quelle tra superpotenze e tra Stati dotati di armi nucleari. Continuano infatti ad esistere, purtroppo, guerre, anche micidiali, tra diversi paesi, ma di importanza e capacità secondarie sulla scena internazionale – e incapaci di danneggiarsi l’un l’altro come avverrebbe nel caso possedessero armi atomiche.

Per inserirci nel discorso di Waltz, è necessario aggiungere ulteriori considerazioni riguardo alle fondamenta del sistema internazionale. Esso si fonda sull’“anarchia”, una situazione «orizzontale, decentralizzata, omogenea, non-diretta e capace di mutua adattabilità» (Teoria, p. 216) nella quale non vi è un superiore strumento di controllo a livello mondiale, né princìpi ordinatori comunemente (o realmente) accettati né forme di subordinazione ad organismi internazionali.

Le relazioni tra Stati avvengono seguendo le linee dell’anarchia hobbesiana, con la sempiterna possibilità di conflitti armati e di relazioni pacifiche, e la forza come unico strumento di salvaguardia. Ogni Stato pensa a se stesso, conta unicamente sulle sue forze per sopravvivere: questo è il principio dell'”auto-difesa”.

Il comportamento degli Stati è influenzato precipuamente dalla necessità razionale di assicurare la propria esistenza, il primo obiettivo in assoluto. La corsa agli armamenti, il riarmo è la condizione base per una “sicurezza esistenziale” che altrimenti verrebbe messa a repentaglio da nemici esterni. Ed è in questo contesto che, da oltre 70 anni, si è inserita un nuovo tipo di arma che ha cambiato per sempre le sorti delle guerre a venire: la bomba atomica.

L’ARMA ATOMICA COME DETERRENTE SUPREMO

La funzione suprema della bomba atomica è quella di essere il più forte deterrente esistente, dove con “deterrenza” intendiamo la capacità di uno Stato, una volta aggredito, di paventare una reazione talmente distruttiva da rendere vani eventuali vantaggi ottenuti al primo colpo. È dunque l’apice dell’auto-difesa, la capacità suprema per ogni Stato di difendersi con le sue stesse forze in modo totale senza dover dipendere da altri Stati.

Può l’arma atomica rendere uno Stato di media potenza una superpotenza? Ovviamente no. Una superpotenza è tale per i mezzi enormi dei quali dispone, sia in termini di risorse umane che di territorio, tecnologia, capacità di egemonia, forza militare, ecc. Tuttavia, l’arma nucleare, in mano ad uno Stato anche di piccole o medie dimensioni avrebbe un effetto di “deterrenza” assurdamente più potente di qualunque arma convenzionale – questo anche nei confronti di una superpotenza.

Ovviamente, uno Stato può benissimo iniziare una guerra offensiva non curandosi delle minacce di deterrenza convenzionale dell’avversario, perché non ritenute sufficientemente spaventose o dannose e potrà non avere problemi a combattere una guerra quando le minacce di reazioni del suo avversario sono inverosimili o irrealistiche. Ma, razionalmente, non lo farà nel caso contrario, nel caso dell’esistenza di un deterrente nucleare, perché non avrebbe alcun beneficio di fronte alle immani distruzioni che subirebbe.

Come spiega Waltz nel suo saggio del 1981, riferendosi ad una guerra contro uno Stato dotato di forti capacità di deterrenza: «La guerra rimane possibile, ma una vittoria è fin troppo rischiosa perché venga combattuta (una guerra). Se gli Stati possono ottenere solo successi minimi, a causa dei grandi rischi di ritorsione, allora hanno pochi incentivi per combattere» (The Spread of Nuclear Weapons, I).

La diffusione dell’arma nucleare inibisce gli istinti aggressivi degli Stati anche perché li costringe a riflessioni incredibilmente maggiori prima di imprese belliche: dove il possesso nucleare è un duopolio esistono solo due parti che si controllano a vicenda, ma quando diversi attori possiedono tale deterrente, essi sono costretti a calcolare con molta precisione le potenzialità militari di tutti gli altri attori – riducendo il rischio di una guerra per errore.

Gli Stati di fronte al rischio di enormi costi in una guerra tendono ad essere più cauti e restii, mentre, al contrario, di fronte ad una avventura che reputano facile e con costi limitati tendono alla spavalderia e all’impreparazione. Waltz, nel suo saggio, mette a confronto la guerra “raffazzonata” di Crimea del 1854 (ma potremmo metterci anche la spedizione italiana in Grecia) e la cautela estrema di Kennedy e di Krusciov durante la crisi dei missili di Cuba del 1962.

Lì, il rischio di una guerra dai costi altissimi e dai benefici minimi ha portato i due statisti ad una estrema ragionevolezza, e quindi, anche se con lentezza e difficoltà, a decidere di perpetuare la pace – cosa che non è avvenuta nel 1854, dove anche una possibile sconfitta avrebbe causato pochi danni.

La presenza di armi nucleari rende infatti “conosciute”, almeno entro certi limiti, le possibilità e le conseguenze di una guerra a tutti gli statisti. Molti conflitti sono scoppiati, anche in tempi recenti, per una sottovalutazione delle capacità militari nemiche, per aver sottostimato i danni. Si è sempre trattato, tuttavia, di guerre combattute con armi convenzionali. Nelle guerre che coinvolgono potenze nucleari, è noto fin da subito il potenziale distruttivo che la bomba H possiede, sono noti tutti i possibili e terribili danni che essa può infliggere, ed è proprio questa certezzaa scoraggiare l’inizio di una guerra.

Come spiega lo stesso Waltz: «In un mondo convenzionale, non si è certi di vincere o di perdere. In un mondo nucleare, non si è certi se sopravvivere o venire annichiliti. Se la forza è utilizzata ma non trattenuta entro certi limiti, ci sarà una catastrofe» (Ibid, I).

Un altro beneficio della diffusione di armi nucleari è la riduzione di una causa importante di conflitti nella storia umana: la guerra per il controllo di un territorio. Le armi atomiche non hanno bisogno del controllo di un particolare territorio per essere utilizzate, ed anche uno Stato territorialmente più piccolo può usarle contro uno più grande. Nel passato anche recente, invece, era proprio il controllo di un determinato territorio a “salvaguardare” l’esistenza di uno Stato: si pensi al confine franco-tedesco dell’Alsazia-Lorena, ad esempio, il cui controllo era una chiave difensiva-offensiva essenziale per entrambi.

Una delle maggiori paure riguardo al possesso di armi nucleari ha sempre riguardato il “possessore”: e se esse finissero in mani di leader irrazionali? E se venissero usate in guerre civili? O in regimi instabili e finissero in mani pericolose, ad esempio organizzazioni terroristiche?

Innanzitutto, come la storia dimostra, è praticamente impossibile intraprendere un percorso di sviluppo nucleare in un paese instabile, in guerra civile, o frazionato internamente. Uno sviluppo nucleare richiede anni di stabilità e tempi pacifici, ma anche una leadership unitaria che sappia imporsi su rischiosi fazionalismi interni. Quindi il possessore di armi atomiche è quasi sempre un governo stabili che controlla pienamente i suoi ranghi e i militari.

Se è vero che lo sviluppo nucleare richiede stabilità, qualsiasi Stato può successivamente ritrovarsi in una situazione di instabilità o guerra interna. È però molto poco probabile pensare ad un utilizzo di armi atomiche in ipotetiche guerre civili o di successione: nessun contendente politico, in un conflitto interno, avrebbe nulla da guadagnare nell’uso della bomba nucleare nello stesso territorio sul quale mira a legittimare il suo potere – fermo restando che anche un eventuale uso non scatenerebbe una guerra mondiale, ma resterebbe una tragedia di natura interna.

L’eventualità di un tale esecrabile atto non creerebbe tuttavia escalation internazionali (forse nemmeno interne, se l’altra fazione non dispone di tali armi) né scatenerebbe guerre nucleari tra Stati.

Per quanto riguarda quelli che Waltz definisce “radical regimes”, ma che nella volgata comune sono stati definibili anche “rogue States”, proprio il possesso dell’arma atomica tende naturalmente a moderare il comportamento in politica estera di Stati considerati “radicali” a livello interno.

Se l’esempio della Corea del Nord, l’ultimo ad entrare nel club nucleare, può non convincere (questo anche per la recente e incompleta gioventù di quel tipo di programma nucleare), si può constatare invece il progressivo diminuimento del “radicalismo” sovietico e maoista in politica estera dopo il possesso di armi atomiche. Più icastica resta la spiegazione di Waltz:

«Pochi Stati sono stati radicali nel condurre la propria politica estera, e ancor meno l’hanno mantenuta. Pensate all’Unione Sovietica e alla Repubblica Popolare Cinese. Gli Stati coesistono in un’arena competitiva. Le pressioni della competizione li obbligano a comportarsi in modo da rendere gestibili le minacce affrontate, in modo da poter andare avanti.

Gli Stati possono restare radicali in politica estera solo se sono incredibilmente potenti – e nessuno dei nuovi Stati nucleari lo è – oppure se i loro atti radicali riescono a danneggiare gli interessi vitali delle superpotenze. Gli Stati che acquisiscono armi nucleari non vengono più trattati con indifferenza. Gli Stati che vogliono continuare ad essere dei Freewheeler devono restare fuori dal business nucleare» (Ibid, II).

(di Leonardo Olivetti)