L’UE e il tramonto dell’Occidente

Poco meno di cent’anni fa usciva a Vienna la prima edizione di un saggio che avrebbe meritato probabilmente molta più attenzione da parte della filosofia del novecento, e che anzi, invero, andrebbe considerato come un testo cardine della filosofia della storia per via della sua impressionante abilità profetica:“Il tramonto dell’occidente”, di Oswald Spengler.

Leggendolo oggi, si rimane stupefatti dal modo con il quale Spengler, già agli inizi del novecento, aveva compreso un processo, quello del declino dell’occidente, che all’epoca era solamente agli albori o che, anzi, non era minimamente percepito dai più (del resto nemmeno viene percepito oggigiorno), anche per via dell’affermarsi, nei medesimi anni, di una nuova stagione culturale positivista.

Schematizzando, le tesi principali che sostiene Spengler, che costituiscono le categorie di analisi storiografica che l’autore compie nella medesima opera di civiltà passate e di quella moderna occidentale, sono le seguenti:

1)Ogni civiltà è come un organismo che attraversa un ciclo naturale di sviluppo e di decadenza;
2)Ogni civiltà è un mondo a sé stante, con un proprio linguaggio formale, un proprio simbolismo, una propria concezione della natura e della storia e si regge, nella sua fase di ascesa, su valori assoluti;
3)Il decadimento dei valori assoluti su cui si regge e il conseguente relativismo culturale portano al declino della civiltà stessa;
4)L’occidente è nel pieno della fase del suo declino, ed è destinato a dissolversi se non recupera il suo ceppo originario e i suoi valori spirituali.

Un’altra categoria fondamentale che Spengler individua è la differenza tra la “Kultur” e la “Zivilisation”, che potremmo tradurre, in maniera non del tutto soddisfacente, in “civiltà” e “civilizzazione”. La Kultur è la cultura vitale, positiva, si confà agli aristocratici, ricerca uniformità e unità con i principi naturali, ed è propria di una civiltà tradizionale. La Zivilisation è invece la cultura raffinata, borghese, asfittica, votata alla consunzione e al relativismo, e i suoi valori principali sono il pacifismo, l’umanitarismo, l’egualitarismo, il materialismo e l’internazionalismo.
C’è chi pensa, oggi, che il tramonto dell’occidente, dove l’occidente è inteso come “Europa”, sia unicamente dal punto di vista geopolitico o al massimo di ordine economico, senza accorgersi -ci perdonino i fautori del materialismo storico- che questa non è altro che la superficie. Dietro ai problemi che affliggono l’occidente moderno c’è una crisi di civiltà.

Ed è una crisi che non riguarda unicamente l’ambito geopolitico ed economico, ma, in primis, l’ethos del popolo europeo, dalla cui corruzione è derivata la decadenza percepibile e palpabile in tutte le arti plastiche, pittoriche, letterarie e musicali. E’ la civilizzazione che oggi anima l’uomo europeo, la civiltà è morta da tempo. E’ interessante notare come buona parte dei democratici e dei progressisti (ma non solo) considerino la loro creazione, la civiltà occidentale moderna, come erede della civiltà greca e romana.

Addirittura, tutti i manuali di storia del pensiero e della civiltà occidentale iniziano sempre a parlare della filosofia greca, considerata come la prima “filosofia occidentale”. In realtà, gli aspetti che vengono ripresi dal mondo classico sono solo quelli più decadenti, come aveva già fatto notare Spengler, i quali, non a caso, si erano affermati nelle rispettive civiltà solo verso il loro crepuscolo.

Parliamo ovviamente della democrazia greca e del diritto romano. Tutti gli altri aspetti più energici e vitali che animavano la civiltà classica nel pieno della sua ascesa non vengono minimamente presi in considerazione; tra la civiltà occidentale moderna e il mondo classico non c’è che un abisso, ma del resto ogni simbolismo che possa rievocare la nostra eredità con la civiltà classica è stato cancellato dalle istituzioni che oggi ci governano.
Chi pensa che la risposta a tutti i problemi che affliggono l’Europa oggi sia l’Unione Europea è miope. L’Unione Europea è uno stato che, in una civiltà in ascesa, non avrebbe alcuna legittimità storica e spirituale di esistere, perché essa non è che l’immagine di una Europa ormai nella più profonda decadenza, costretta a fare una brutta copia degli Stati Uniti d’America per imporre il loro stile di vita e la loro cultura consumistica anche nel nostro continente che può vantare una storia millenaria.

Ma il punto è che la spinta unificatrice non viene dal basso, non c’è alcun furor di popolo che vorrebbe questa unione, la maggioranza della popolazione non svolge che un ruolo passivo, fuorché gli europeisti più fanatici esaltati da uno spirito oggettivo per il quale, francamente, non se ne comprende il fascino. Al contrario, tale spinta unificatrice è stata dettata unicamente da processi economici e dall’integrazione finanziaria voluta e diretta dall’alto. Gli unici vanti di questa Unione Europea oggi sono l’aver creato uno spazio globalizzato di libero mercato e una moneta unica.

Insomma, è uno stato che nasce dalla materia. Mai una nuova istanza statale nella storia fu animata da ideali di un ordine così basso. L’Europa, se vuole sopravvivere, deve riscoprire le sue radici e il suo spirito originario, e tale spirito non può essere incarnato dal modello liberal-democratico e dalla globalizzazione.

Un tale modello è solo espressione della più profonda e decadente civilizzazione disagiata, che non incarna lo spirito dei molteplici padri dell’Europa (dei veri padri dell’Europa, non di Spinelli, De Gasperi e Schuman, sia chiaro). Gli europeisti sono tali solo per mero opportunismo derivante dalle contingenze storiche di questo periodo.

Ma più popoli che si uniscono solo per opportunismo e non perché guidati da un’idea, da un ethos e da una weltanschauung comuni sono inevitabilmente destinati a disgregarsi non appena le contingenze storiche per le quali si sono uniti vengono meno.

(di Riccardo Calabretta)