Eroismo e sacrificio per la Patria: la battaglia per la Cima 776

Durante la Seconda guerra cecena, dopo un brillante inizio che porta alla conquista della capitale Grozny e alla ritirata delle truppe nemiche verso Shatoy, Argun e Vedeno, nel febbraio del 2000, l’esercito russo riesce a circondare un grosso distaccamento di quel che rimane delle milizie separatiste.

Tuttavia, nel corso della battaglia che si svolge tra l’esercito federale e i ceceni, un piccolo gruppo di 77 paracadutisti delle VDV, rimasto separato dal resto dell’armata con il compito di presidiare l’uscita di una profonda gola nella valle del fiume Argun, viene accerchiato da un nutrito gruppo di guerriglieri, secondo fonti federali quasi 2000 (molti dei quali stranieri, combattenti per la jihad islamica internazionale), comandati da Ibn Al-Khattab.

I paracadutisti, che fanno parte del 104° reggimento aviotrasportato della Guardia della 76° divisione, sono comandati inizialmente dal maggiore Molodov e poi dal tenente colonnello Mark Yevtyukhin e dal capitano Viktor Romanov. Tra di loro, sono presenti anche alcune squadre Spetsnaz, del GRU (servizio informazioni delle forze armate russe) e alcuni membri del gruppo Spetsnaz Vympel delle FSB.

La battaglia inizia all’alba del 29 febbraio; mentre una fitta nebbia avvolge la zona dove si trovano i russi, questi vengono sorpresi da un attacco sferrato su più lati. Inizia con un assalto alle spalle: un gruppo di venti guerriglieri ceceni tenta di accerchiare le truppe russe che, spiazzate dalla rapidità della manovra e dalle inclementi condizioni climatiche che non consentono di avere una buona visibilità, si trovano in difficoltà. Presto, ai venti ribelli, se ne aggiungono molti altri. L’azione fulminea provoca diverse vittime tra le fila russe e nell’agguato perde la vita anche il maggiore Molodov.

I paracadutisti, posizionati all’imboccatura della gola, si accorgono di essere troppo esposti ai nemici e, per difendersi meglio, ripiegano sulla collina, chiamata Cima 776. Una volta giunti sulla vetta i paracadutisti creano con la massima rapidità delle postazioni difensive e si preparano ai nuovi assalti dei separatisti, che non tardano ad arrivare.

I russi, in notevole inferiorità numerica, contrattaccano e oppongono agli assalitori una tenace resistenza, invocando più volte il supporto dell’artiglieria pesante e dell’aviazione. Vengono inviati sul posto due elicotteri Mi-24 che colpiscono efficacemente le milizie separatiste ma uno di essi viene centrato da un RPG (arma anticarro di fabbricazione sovietica) nel corso dell’azione ed entrambi sono costretti a ritirarsi.

L’unico supporto che rimane ai paracadutisti, che continuano a combattere sulla Cima 776, è l’artiglieria; i mortai da 120 mm russi colpiscono ripetutamente le truppe cecene che sono costrette a ritirarsi a più riprese. Il tenente colonnello Mark Yevtyukhin, allora, prova a richiedere rinforzi ma gli unici che arriveranno saranno solo 14 soldati del terzo plotone della IV Compagnia con il maggiore Dostavalov.

Più volte la I, la III e il resto della IV Compagnia tentano di accorrere in soccorso dei propri compagni ma senza successo. Dopo diverse ore di battaglia sei soldati russi, di cui quattro feriti, riescono a lasciare il campo di battaglia e, inoltrandosi nei boschi limitrofi, riescono finalmente a ricongiungersi al resto delle truppe russe; essi devono le loro vite ai valorosi commilitoni che, combattendo fino all’ultimo respiro, hanno permesso loro di ritirarsi e di raggiungere le linee amiche.

Dopo la perdita di tanti compagni, tra gli ultimi superstiti che rimangono sulla Cima 776 restano il Tenente Colonnello Yevtyukhin e il capitano Romanov. Finite le munizioni, feriti ed esausti, privi di alcuna speranza di vittoria, sotto i colpi finali dei guerriglieri, Yevtyukhin e Romanov richiedono un attacco di artiglieria sulla loro posizione e sacrificando le proprie vite permettono infine all’artiglieria russa di colpire tutti i nemici che, senza incontrare più opposizione, hanno ormai conquistato la cima della collina.

Come spesso capita in questi casi, mescolando ideali e realtà nella fitta nebbia della memoria storica, attorno alle figure dei due ufficiali si è consolidato nel tempo un alone mitico e secondo la storia che ormai è divenuta leggenda nell’esercito russo, prima di morire in mezzo al bombardamento, essi urlarono “Slava Rossii”, ovvero “Gloria alla Russia”. Dei 91 soldati russi che hanno combattuto sulla Cima 776, ne morirono 84. Dei 7 sopravvissuti, solo 6 riuscirono a raggiungere i propri compagni mentre il settimo fu catturato dai ceceni.

Questa battaglia, che pure presenta uno schema di svolgimento apparentemente classico, va inquadrata all’interno di un conflitto più ampio in cui non vediamo uno scontro tre due eserciti regolari o tra due fazioni politiche inquadrabili nelle logiche della guerra civile; ci troviamo invece in una situazione in cui i soldati russi combattono contro dei miliziani islamisti provenienti da tutto il mondo e che lottano non tanto per l’indipendenza o per l’autodeterminazione ma piuttosto per motivazioni legate ad una politica religiosa estranea a gran parte della popolazione e legata a movimenti privi di personalità giuridica estesi oltre le frontiere nazionali.

Se poi in questo tipo di fenomeni emergenti a livello globale possa trovare sostegno la tesi secondo la quale la parabola dello Stato si starebbe avviando verso un lento declino, questo è da discutere in altro luogo. Sembra comunque che i protagonisti di questo scontro dalla parte russa (e coloro che poi ne costruirono il mito tra le fila dell’esercito) fossero ancora pienamente animati dai grandi valori delle epoche precedenti, che fossero amor di patria, senso dell’onore o di responsabilità.

Questo episodio potrebbe essere ricordato accanto ad altre grandi battaglie del passato che la tradizione continua a tramandare e che videro un piccolo gruppo di uomini andare incontro a una morte certa nel fronteggiare vaste schiere di nemici e ciononostante restare saldi e risoluti nell’andare consapevolmente incontro al proprio destino, lottando fino all’ultimo respiro in difesa della loro causa.

Senza dover tornare indietro nei secoli fino al pluricelebrato scontro delle Termopili, questo episodio si può avvicinare alle più moderne ma pur sempre famose battaglie di Camerone (tra 64 soldati della Legione Straniera e 2000 dell’esercito messicano), di Wizna (durante la Seconda Guerra Mondiale, quando 700 polacchi affrontarono per tre giorni più di 40.000 soldati tedeschi) , della Collina 3234, in Afghanistan (durante la quale 39 paracadutisti sovietici si scontrarono con più di duecento mujaheddin) e in ultimo il sacrificio di Alexander Prokhorenko, il soldato russo delle Spetsnaz morto il 24 Marzo 2016 in Siria che, circondato da forze soverchianti ed esaurite le munizioni, aveva richiesto al Comando un bombardamento sulla sua posizione, per eliminare più nemici possibili e per non essere catturato vivo.

In tutti questi episodi i valori, gli ideali e uno straordinario senso del dovere dei soldati verso la propria patria permise loro, oltre qualsiasi logica e senza alcuna speranza di vittoria, di difendere, per ore o per giorni, un pezzo di terra come gli era stato ordinato.

(di Marco Montanari)