Un libro per conoscere Roma, Annibale e il loro scontro fatale

“Questo è l’orrore della battaglia antica in Italia; superato, credo, solo dagli effetti della guerra contemporanea, disumanizzata perché affidata alle macchine e assai meno discriminante di quella antica. Come epigramma a uno tra i più bei romanzi della saga del capitano Alatriste, “Il sole di Breda”, Arturo Pèrez-Reverte pone una frase che chi ha frequentato le lezioni di Gianfranco Tibiletti, sommo storico dell’Università di Bologna, aveva già sentito: -Chi uccide da lontano non sa assolutamente cosa significhi uccidere- (e, quanto a questo, neanche morire).Tibiletti aggiungeva che almeno inizialmente, prima che gli influssi ellenistici lo trasformassero nella celebrazione della vittoria, il trionfo romano era una cerimonia di purificazione per il troppo sangue versato: il transito sotto l’arco, una porta dapprima,  era un –rito di passaggio- e rappresentava l’atto di liberarsi da una violenza che non doveva entrare in città.”  Giovanni Brizzi

Questo libro possiede un valore storico e culturale immenso. Basti immaginare che è l’unico nel suo genere. Si tratta di una ricostruzione completa di ciò che fu la Battaglia di Canne, dal cosa portò alla guerra, al cosa accadde dopo. Un libro che esprime bene il vero concetto della guerra, la guerra reale, diametralmente opposta ai conflitti odierni, ove i militari spesso non sanno bene cosa significhi uccidere. Giovanni Brizzi, docente di storia all’Università di Bologna, ripercorre nei suoi scritti la storia, i luoghi, le cause, le conseguenze e spesso correla citazioni famose agli eventi che racconta.

Edito da Il Mulino, Canne – La sconfitta che fece vincere Roma è stato pubblicato nel 2016. Riporto alcuni dei punti salienti del libro, per poterlo percorrere in breve:

Perché la guerra?  La politica cartaginese all’epoca di Canne era, come una volta detto da Luigi Loreto, “in posizione ancillare rispetto all’economia. Una guerra, quindi, si fa fintanto che conviene; poi vi si rinuncia, onde evitare che ne risultino compromesse le strutture di una città-stato la cui politica si ispira a criteri prevalentemente mercantili”. Addirittura secondo Brizzi l’atteggiamento bellico dei Cartaginesi sarebbe analogo all’attuale comportamento degli Stati Uniti. In pratica sia Cartagine ieri, sia gli Stati Uniti oggi accompagnano l’inizio di una guerra con un abitudinario monito sottointeso: “Vai, combatti fino a quando conviene, proclamati vincitore e abbandona il campo”. In questa categoria rientra la guerra che i Cartaginesi vollero su Roma per il controllo della Sicilia.

Sagunto: la costruzione di un casus belli. Gli interessi cartaginesi per far esplodere una guerra senza precedenti, furono tali che nel 219 a.C. Annibale distrusse una polichnion (cittadina iberica) posta sulla costa orientale della Spagna: Sagunto. Bastò questo gesto provocatorio da parte di Cartagine, per far risvegliare Roma dalla pace raggiunta nel 229a.C.. Fu quindi immediata la reazione romana all’attacco di Sagunto: venne dichiarata guerra all’Impero cartaginese.

218a.C. In marcia verso l’Italia. Prima di poter partire per l’Italia il Barcide inviò in Africa un contingente, reclutato tra i popoli iberici, di 13.580 fanti, 1200 cavalieri e 870 frombolieri balearici, al fine di presidiarla adeguatamente. Mentre per la spedizione di Spagna, affidò al fratello Asdrubale una flotta composta da: 50 pantere, 2 tetrera, 5 triere e un contingente di 12.650 fanti (i famosi “libici”), 2.250 cavalieri e 21 elefanti. All’inizio della bella stagione del 218 a.C. Annibale si mise in marcia con un esercito di dimensioni maestose, composto da 90.000 unità di fanteria e da 12.000 cavalieri. Tale esercito, secondo le tesi di Polibio, si ridusse a 38.000 fanti e 8.000 cavalieri al passaggio del Rodano.

2 agosto 216 a.C.. Nei pressi di Canne, non troppo lontani dagli accampamenti, erano schierati i corpi armati dei due Imperi avversari. A ovest l’esercito di Annibale, a est quello di Scipione, e in mezzo qualche metro di terra a separare i legionari dai “libici”. La battaglia cominciò. I primi a subire l’impatto dello scontro furono i soldati della fanteria leggera seguiti dai più esperti, nel caso romano i legionari, in quello punico i “libici” (i quali però non si scagliarono subito come gli omologhi avversari). Le legioni romane erano posizionate al centro del campo di battaglia e riuscirono a dominare con successo lo scontro con i Celti, di cui Annibale si disinteressò e ne lasciò conseguire il disintegro, impedendo ai fanti libici di intervenire. Sul lato destro del campo di battaglia comune (oggi diremmo “terra di nessuno”) i Numidi misero a dura prova la cavalleria ausiliaria, che però riuscì a non cedere. Sul lato sinistro invece, si fronteggiò la cavalleria gallica assieme alla cavalleria iberica, con la cavalleria romana. Questo scontro fu decisamente vinto dai cavalieri di Annibale, che annientarono completamente gli avversari romani. Al centro i legionari stavano assumendo una posizione sempre più incuneata, internandosi nel semicerchio di fanteria cartaginese. Una volta bloccati e privi di vie di fuga, i legionari vennero assaliti dai “libici”, ancora freschi di forze. La situazione già critica per i posizionamenti assunti divenne una despota che favorì i Cartaginesi, fu quindi una carneficina per le legioni dell’impero immortale, che accerchiate su ogni lato furono impossibilitate nella manovra vitale di ricostituzione (a questo punto, quasi)integrale dell’esercito. I Romani, circondati e sempre più ammassati trovarono nel panico e nelle spade nemiche gli accompagnatori della morte.

Roma dopo Canne.. Senza considerare le ingenti spese sostenute dalle finanze statali, a pesare maggiormente per Roma fu il trauma della distruzione, del disonore e dell’odiosa presenza cartaginese durata per ben 15 anni. Le città sottratte alla res publica furono oltre 400. Talvolta, per questioni d’onore, alcune vennero riconquistate, spesso col sangue agli occhi. Dal censimento demografico rilevato nel 204a.C. fu riscontrato un calo demografico notevole: 56.000 cittadini in meno rispetto al 233a.C.. Questi dati sconcertanti andrebbero d’altronde attribuiti alla conseguenza inevitabile della guerra, che portò alla scomparsa di 100.000 uomini, tra cavalieri e legionari. Ma le vittime totali si aggirano alle 250.000 unità.

Gli insegnamenti di Canne e la vittoria a Zama. Dopo l’immensa sconfitta militare incassata dall’Impero romano, i Cartaginesi esplosero a Zama per la supremazia marittima totale del Mediterraneo. I Romani con 30.000 fanti e 6.000 unità di cavalleria affrontarono gli 80 elefanti, 50.000 fanti e 4.000 cavalieri cartaginesi a Zama. Scipione sfruttò la stessa metodologia tattica (ancora oggi studiata dai generali) di cui si servì Annibale a Canne. E stavolta in minoranza numerica accerchiò le truppe di Cartagine e fece sì che si ammassassero, riuscendo a eliminare l’organizzazione sistematica nemica. Poiché i Cartaginesi contavano una quantitativo molto più ampio di uomini rispetto ai Romani, riuscirono ad aprirsi un varco nel muro di legionari per far fuggire Annibale e pochi altri cavalieri. L’esito della battaglia fu positivo, Roma vinse in maniera netta e si assicurò il titolo di Impero immortale, così come lo definì Cesare. Alla fine Roma conquistò, seppur dopo una dura sconfitta iniziale, il dominio totale del Mar Mediterraneo. Con un insolito bottino di 12 elefanti.

Una grande sconfitta sarebbe poi diventata la necessaria esperienza per poter vincere i Cartaginesi. Le Guerre puniche hanno differenziato l’intelletto e le capacità romane da quelle del resto del mondo. Oggi potrebbe ancora essere così, in maniera attualizzata alla nostra epoca ovviamente. Le grandi sconfitte che abbiamo ricevuto come Paese, anche di tipo economico, andrebbero studiate e sfruttate per la rivincita su chi ci sta opprimendo. Potrei riferirmi al liberalismo in stile “laissez faire” che ci impone la bestia europea. Uno stile di commercio che aggrava la nostra economia e la nostra sovranità tesoriera, uno stile di commercio a cui però non possiamo sottrarci, a scapito dei nostri agricoltori, allevatori e artigiani. Tutto per far crescere le potenze a capo dell’UE, mi riferisco alla Germania. Allora se avessimo al governo persone che lavorassero per il nostro interesse, la nostra sicurezza e la nostra sovranità dovrebbero ispirarsi ai grandi della storia, come Scipione, che raggirato da Annibale, studiò le tattiche dell’avversario per poterlo vincere in seguito.

(di Antonio De Vita)