Consuma, ingrassa, crepa: la decadenza del corpo nel capitalismo

Ayn Rand, la filosofa statunitense dell’anarco-capitalismo, sosteneva che la più piccola minoranza esistente titolare di diritti fosse l’individuo. A sua volta, la filosofia postmodernista nata alla fine degli anni ’70 da Jean-François Lyotard ha imposto il rifiuto delle “metanarrative” (spiegazioni coesive e di ampio raggio per un fenomeno; le religioni e i totalitarismi sono metanarrative in quanto tentano di spiegare il senso della vita e i problemi della società) sostituendole con le “mininarrative”: la realtà non deve essere esaminata perciò da un punto di vista esterno, generico e totalizzante, ma attraverso gli occhi dei tanti soggetti che la compongono e interpretano ognuno in modo diverso; un pluralismo che privilegia il punto di vista dei gruppi minoritari sul consenso generale.

Interpretando la realtà attraverso questa filosofia, qualunque fenomeno umano è soggetto alle più svariate interpretazioni filosofiche e metafisiche fino a sconfinare nell’Iperuranio. Prendiamo un termine molto in voga tanto sui media liberal quanto quelli più estremisti: microaggressione. Coniato nel 1970 dallo psichiatra Chester M. Price, si intende per microaggressione “brevi parole o frasi di uso comune che inviano messaggi discriminatori verso persone di un determinato gruppo”.

Una spiegazione -paradossalmente- talmente “metanarrativa” che può intendere tutto e il suo contrario. E’ “microaggressione” quando un americano bianco chiede a un americano di origine asiatica, per esempio, “qual è la tua vera origine?”, o quando una donna bianca decide di indossare una capigliatura afro o rasta – in quel caso si parla anche di “appropriazione culturale” in quanto questi stili di acconciature sarebbero patrimonio della popolazione nera. Ma non divaghiamo.

Il punto è, mai come in questi tempi le minoranze hanno assunto un potere tale da determinare le scelte e le influenze culturali della società. Poche centinaia o migliaia di persone hanno a disposizione, grazie ai media e i social network, il potere di imporre la propria volontà a milioni. Gli esempi abbondano: chi pensava che una pietra miliare del cinema come “Via col vento” fosse un manifesto dello schiavismo? Chi trovava offensiva una modella bianca vestita con abbigliamento africano o indiano? Chi, se non un percentile di individui minoritario appartenente a sua volta a una minoranza di persone su oltre trecento milioni di statunitensi, ha voluto questo?

Nella società italiana ed europea questa tendenza esasperante non pare ancora avere preso del tutto piede, ma in quanto colonia -tanto militare quanto culturale- i riflessi della cultura statunitense tendono a giungere a noi, presto o tardi, e non vanno perciò sottovalutati.

La decadenza della società ultracapitalista, foraggiata da questa delirante filosofia della postmodernità, colpisce non solo la sfera della mente umana, determinando nuove mode e stili di comportamento, ma influisce di conseguenza sul tempio supremo dell’individuo: il corpo.
Qualche anno fa in Europa fece scalpore la scoperta di gruppi segreti su internet detti “pro-ana” o “pro-mia”, rispettivamente inneggianti all’anoressia e alla bulimia, con ferree regole imposte ai membri per raggiungere un BMI (Body Mass Index, il calcolo del rapporto tra peso e altezza) “degno” di appartenere a quella che è a tutti gli effetti una comunità che ha trasformato un disagio psicofisico in una religione.

Patologie alimentari, queste appena citate, che in Italia contano tre milioni e mezzo di malati. Tra le cause che gli psichiatri indicano come scatenanti dell’anoressia ci sono le cause socio-culturali. Citando il sito Pharmamedix: “Nei paesi occidentali industrializzati lo sviluppo dei disturbi del comportamento alimentare ruota attorno all’ideale di magrezza e al culto dell’apparenza […] I media, e la moda in particolare, hanno una responsabilità importante nel veicolare come vincente e accattivante un certo modo di apparire e di essere.”

La società capitalista si accompagna alla videocrazia, al potere dell’immagine trasmesso sui televisori per veicolare un messaggio funzionale alla direzione del mercato, all’imposizione di un modello “ideale”, veicolando per inverso il messaggio che ciò che si allontana da questo modello è negativo, asociale, infedele al credo edonistico.

L’antica società greca poneva molta enfasi sulla cura del corpo, culminando nella corona di olivo imposta sulla testa del Migliore nei giochi delle Olimpiadi, intuendone l’importanza per lo sviluppo tanto delle capacità mentali quanto nella formazione di cittadini e guerrieri d’eccellenza. Aristocle, passato alla storia come Platone (“dalle spalle larghe”), fu campione di lotta e pugilato nonché uno dei massimi esponenti della filosofia occidentale.

Vita civile, vita militare e vita spirituale erano intimamente interconnesse nella creazione del cittadino, e la cura del corpo era un elemento fondamentale e imprescindibile. Quale utilità ha oggi all’interno della nostra società l’inseguimento della forma fisica “perfetta”? La ricerca del BMI ideale, capace di sfociare in patologie psichiatriche, non si accompagna ad alcuna utilità comunitaria, bensì all’accettazione di sé stessi in un contesto che privilegia ed esalta l’individualità e l’individualismo e respinge con disprezzo qualunque ideale collettivo.

Se la videocrazia della stampa e della moda esaltano la donna sotto una determinata taglia, e l’uomo con un determinato grado di grasso corporeo pur senza alcun motivo che non siano il narcisismo e l’apparenza fini a sè stessi -in quanto nessuno oggi è costretto a cacciare o a lottare, e forse anche il pensiero presto non sarà più tanto à la page-, il maschio e la femmina che intendono ottenere la “corona di olivo” di queste Olimpiadi dell’automiglioramento devono obbedirne fedelmente ai dettami, pregando nel tempio delle palestre con le vetrine e saziandosi del corpo di Cristo biologico con poche calorie.

C’è tuttavia un rovescio della medaglia, una contraddizione intrinseca nella società capitalista dei corpi perfetti e disfunzionali: dall’esaltazione dell’immediato, della velocità, nasce a sua volta l’ideologia del godimento immediato. Accanto al modello anoressico e alla modella “fit” c’è il cibo veloce dei fast food, l’euforia immediata ed economica dello zucchero, la vita comoda e sedentaria spinta al limite delle capacità umane. Si, l’opposto delle adolescenti che propagano l’anoressia come una religione sono le nuove sacerdotesse della “fat acceptance”.

Una nuova minoranza ai quali i media si sono rapidamente adeguati, adottandone la perversa filosofia: si può essere belli e in salute ingurgitando diecimila calorie al giorno e sollevando telecomandi, morendo preferibilmente prima degli “anta”. Questo è il riassunto di tale nuovo pensiero, sempre più riflesso dai dispacci di moda che ieri presentavano donne secche, vuoti gli occhi e secco il grembo, private persino delle basilari forme femminee, e oggi pongono sull’altare sempre più donne sovrappeso se non addirittura obese; o, come dicono i politicamente corretti, “plus size”. Una taglia in più, che sarà mai.

E’ inutile riassumere quali danni fisici comporta l’obesità: basti sapere che ad oggi le morti per malattie legate al peso hanno superato quelle per il fumo -giusto per sfatare da subito l’idea che si possa essere grassi e in salute-. Avendo già abbattuto il “limite” del genere sessuale, l’obesità, un malessere che oggi colpisce 1.5 miliardi di persone nel mondo (pensate che mercato) era rimasto come ultimo tabù. Ma di nuovo, da una parte si esalta il mito della prestanza fisica e dall’altro si eleva la decadenza: l’obeso è oggi una persona che ha fatto -gli fanno credere di avere fatto- una libera scelta di vita, che si identifica in una comunità che si muove nelle case grazie a dei piccoli scooter elettrici e si inietta insulina per salvarsi dagli amati zuccheri.

Al pari di loro, quelli che mettono l’acido negli occhi o si tagliano una gamba perché si “identificano” come disabili. Chi siamo noi, bianchi privilegiati in salute, per giudicarli? A noi, che cosa toglie se queste persone vogliono vivere così? “A te che cosa toglie?”, se ci avete fatto caso, è un mantra ricorrente tra i sedicenti difensori dei diritti civili. Gli amatissimi diritti civili, di quelli sì che si sta facendo bulimia. Se una minoranza vuole un diritto, pretende una presunta dignità negata, esige che tutto il globo si adegui e non la “discrimini”, i media cavalcano la tigre e portano all’attenzione dei telespettatori la “nuova tendenza”, “the new black”, l’asessuale trendy e l’obeso in salute.

Il nuovo dettame del buon obeso è sì in contraddizione con il messaggio del corpo perfetto, ma perfettamente funzionale a una diffusa condizione di decadenza morale. In fondo, le malattie derivanti dal consumo spasmodico di grassi e zuccheri che altro sono se non un ostacolo al godimento immediato? Qual è il senso di una vita, di una collettività che per il piacere dell’istantaneo ha sacrificato qualunque ideale più grande? Perché si viva secondo i dettami del liberismo sfrenato, si elimini ogni barriera morale e fisica e si goda del piacere subitaneo, si dimentichi ogni orizzonte futuro. Forse il senso di tutto si riassume nel concetto di “delega”: si deleghi la responsabilità a qualcuno, si deleghi a una macchina il gravoso compito di muoverci, si deleghi a qualcuno più intelligente di noi la capacità di pensare.

E si vive così, perché quella che una volta si chiamava “patologia” oggi è uno stile di vita e merita diritti. L’emozione, la sensazione intima è il fulcro della postmodernità: così è, se lo percepisci così. Il mondo si adeguerà, volente o nolente.

Il corpo, tempio dell’anima, è stato assorbito e ricostruito dalla società dell’immagine, ridotto a un oggetto con un valore intrinsecamente economico, un fardello del quale un giorno le macchine ci libereranno. Osserviamoci allo specchio e chiediamoci: togliendo una smagliatura qui e un capello in meno là, quanto valiamo sul mercato dell’apparenza?

In caso di risposta insoddisfacente, non ci resta che scegliere: vogliamo essere i Gesù del fitness, o i Buddha dell’orgoglio grasso? In entrambi i casi, ci sarà un giornale che ci dirà quanto siamo belli e bravi.

(di Federico Bezzi)