Siamo onesti: chi odia l’Italia non è gradito

Il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari ha sempre approfondito e diffuso cultura antinazionale: in particolare dagli anni Novanta, dall’epoca di “mani pulite”, fino a giungere alle sponsorizzazioni delle migrazioni di massa e anche alle ipotesi eugenetiche proferite dal suo stesso fondatore, auspicanti un’ estinzione degli indoeuropei a favore della nascita di un popolo unico, meticcio, senza differenze e e peculiarità. Un bel genocidio edulcorato.

In conseguenza di questa premessa, non stupisce l’apice toccato dal giornale in questione una settimana fa quando Ilvo Diamanti, una figura culturalmente cresciuta in quel meraviglioso mondo di potere che è il sistema sindacale italiano, ha pubblicato una sorta di “lettera” ai giovani partiti dall’Italia, chiedendogli apertamente di non tornare più a casa.

Curioso che un giornale che si schiera un giorno sì e l’altro pure per accogliere migranti e che ha svolto campagne propagandistiche per far approvare la “legge di civiltà” dello ius soli, esorti i giovani italiani a lasciare il loro Paese e a non tornarci mai più. Che spiegazione si potrebbe dare ad un approccio simile? Come potrebbero pretendere i lor signori progressisti di non essere considerati individui che hanno esplicitamente a cuore la morte dell’Italia sotto ogni punto di vista: etnico, culturale e nazionale? Se non ce l’hanno, gli rivolgiamo un invito provocatorio: potrete sempre ravvedervi, perché quanto scrivete non ha altri significati.

Concentriamoci su due altre questioni. La prima è che curare i propri cittadini, per farli restare e non partire, dovrebbe essere una priorità, e sviluppare discorsi diversi non è incivile o semplicemente sbagliato, ma immorale. Il mese scorso il National Economic rilevava che il giro di vite di Trump sulle delocalizzazioni industriali ha fatto aumentare gli stipendi nel settore dell’edilizia negli USA.

Come a dire che dare la priorità alla propria comunità dovrebbe essere sempre la strada logica da seguire, invece che inneggiare alla sua sostituzione come se non ci fosse un domani (perché insisto dieci volte, questo significa chiedere ai giovani di non tornare e ai profughi di arrivare: non c’è un altro modo per vedere la cosa, mi spiace).

La seconda è la risposta, accorata e indubbiamente condivisibile, che ha dato Marcello Veneziani sul suo sito web. Ragazzi, tornate per fare grande l’Italia è il titolo dell’articolo. Bel pensiero, senza dubbio. Ed è altrettanto indubbio che Veneziani, che come al solito dimostra di capire l’Italia molto più di tanti soloni che ci sono in giro, anche questa volta tocchi le corde giuste.

Il consiglio dato ai ragazzi di non tornare considera solo il loro interesse individuale, non si cura del resto, anzi va a scapito del resto: mors mea, vita tua. Possiamo capire la priorità assegnata alla loro vita e alla loro riuscita, ma teniamo a mente l’effetto devastante sul paese, su chi resta e sulle famiglie, a cui si aggiunge la vera e propria sostituzione di popolo, dei nostri figli coi migranti.

Le migrazioni, si sa, sono il male dell’umanità. Da e per l’Italia. Non esiste il minimo dubbio su questo dato scientifico spacciato – da chi evidentemente non vuole vedere la realtà – per opinionistico.

Io però propongo una terza via: ho conosciuto tanti, troppi giovani innamorati dell’estero. Troppe persone aprioristicamente convinte della superiorità dell’Europa continentale, una superiorità che non ho mai riscontrato nei miei numerosi viaggi, soprattutto per un mondo che ha prodotto danni inenarrabili alla stessa civiltà di cui si dice portatore: percentuali di suicidi tra le più alte al mondo, terrorismo jihadista provvisto di cittadinanza, diseguaglianze che noi, fino a quando siamo rimasti nel nostro orticello tanto criticato, non potevamo neanche sognare.

Nel corso di un soggiorno mensile a Londra, diversi anni fa, ho avuto modo parlare con tantissimi italiani felici di lavorare nei bar e di lavare i piatti, il “lavori che qui non si vogliono più fare”: il che potrebbe sembrare retorico, visto che – finalmente, a mio modo di vedere – il fenomeno sta attraversando anche una fase di denuncia ironica sui social, visti i numerosi meme che prendono giustamente in giro l’imbarazzante tendenza. Una sola eccezione: un’italiana che lavorava in un negozio a Notting Hill, con uno stipendio da fame ma con il costo della vita altissimo della capitale inglese. “Sinceramente non vedo l’ora di tornare, qui sto morendo dentro”.

Dunque, il discorso è molto semplice: Repubblica che fa la sua solita propaganda alla distruzione delle comunità e alle sostituzioni etniche, andrebbe trasferita all’estero insieme ai numerosi giovani così innamorati dell’Europa dei suicidi per legge.

Veneziani ha dal canto suo pienamente ragione, ma dovrebbe essere più cattivo, perché di giovani che non amano la penisola ne abbiamo troppi. Trabocchiamo, siamo saturi. Vanno esclusi, come gli immigrati irregolari. Per carità, hanno un attenuante: sono stati educati al disprezzo dell’Italia dalla culla. Ma il risultato è stato talmente riuscito che, forse, sarebbe meglio ripartire da zero. Trattenendo tutti coloro che, indipendentemente dalla loro condizione economica, hanno davvero a cuore le sorti di questo Paese. Saremo pochi? Meglio ancora.

Le vittime o i complici della cultura esterofila “da Repubblica” possono accomodarsi altrove.

(di Stelio Fergola)