“Cavalieri e principesse”: difendiamo le differenze tra i sessi

Molte sono le ovvietà che vengono messe in discussione dalla retorica politicamente corretta e dal progressismo globalista: la famiglia, l’importanza dei confini a protezione di una comunità, la necessità per i bambini di avere figure ambosessi come genitori.

C’è n’è una in particolare, però, che volutamente mettiamo da parte non solo in quanto protagonista necessaria di questo articolo, ma anche perché rappresenta forse la base della società in qualsiasi epoca storica. Si tratta della differenza tra uomo e donna, un tema a cui è dedicato l’ultimo lavoro del scrittore Giuliano Guzzo, Cavalieri e Principesse, uscito nelle librerie quest’anno.

Laddove la copertina e il titolo potrebbero far pensare a un lavoro “semplice” e tutto sommato improntato alla comunicabilità diretta ai lettori, una volta sfogliate le prime pagine, esso si mostra come una prepotente analisi sociologico-culturale, caratterizzata anche da diversi approfondimenti di accattivante livello scientifico.

Lo stile è decisamente saggistico e poco cronistico. Ciononostante si dimostra di fruibile lettura. Non era facile, considerando il campo che stava per affrontare.

Infatti, anche solo dando uno sguardo ai dibattiti televisivi, ai talk show, alle narrazioni di gran parte dei prodotti cinematrografici, ci si rende ben presto conto che il messaggio è orientato, con ben poche discussioni, nel contestare la differenze tra i sessi, in una sorta di meccanismo perverso che dalle battaglie femministe del XIX e XX secolo, che nacquero per la concessione di alcuni diritti sociali alle donne, è passato nel giro di un secolo all’annullamento totale delle identità sessuali.

Ma essere diversi non significa non avere eguali diritti, precisa Guzzo, partendo all’assalto con un primo capitolo che attacca uno dei grandi pregiudizi del nostro tempo, quello contro il Medioevo, considerato superficialmente come un’epoca di oscurantismo che coinvolge anche la considerazione della donna stessa.

Si può dire che l’autore parta proprio con il piede giusto, anzi azzarderei a definirlo – se non il migliore – il capitolo che più ha colpito il nostro interesse storico.  Non perché gli altri contenuti non meritino uguali attenzioni (pregevoli gli studi sulle preferenze cromatiche, interessantissimo quello sui balocchi, dove Guzzo cita le statistiche Istat che dimostrano, nonostante la campagna ossessiva degli ultimi decenni, la preferenza che le bambine hanno per le bambole al contrario dei balocchi da competizione, macchinine e quant’altro, appannaggio dei ragazzini) ma perché sull’argomento è stato scritto veramente poco.

Smentire almeno in parte la discriminazione della donna in era medievale significa infatti contestare uno degli assiomi più indiscutibili della modernità. Guzzo lo fa con audacia, ricordando non solo l’importanza che avevano in quell’epoca i ruoli sessuali, ma anche enfatizzando quelle  donne “non solo particolarmente rispettate, ma anche potenti:  Basti pensare, per brevità, a tre casi soltanto: a Matilde di Canossa (1046-1115), che governò da sola mezza Italia, a Eleonora d’Aquitania (1122-1204), che stanca del giovane primo marito chiese ed ottenne l’annullamento delle nozze nonché la restituzione dei suoi domini finendo per risposarsi con Enrico II d’Inghilterra (1133-1189), di undici anni più giovane, e a Bianca di Castiglia (1188-1262) che, morto Luigi VIII (1187-1226), resse la Francia da sola, fra l’altro amministrandola con saggezza, per quasi dieci anni”.

Chi si aspetta un’opera monocorde, però, è in errore. All’autore infatti non manca l’onestà di riconoscere che “nell’Ottocento era convinzione abbastanza comune che le donne fossero meno dotate intellettualmente degli uomini per via della dimensione inferiore del loro cervello” (capitolo 4), una teoria che lo stesso Darwin sosteneva con certezza e che oggi, grazie anche alle progredite risonanze magnetiche, è possibile identificare semplicemente come differenza tra le conformazioni cerebrali dei due sessi.

Dalla metà del testo in poi le minuzie scientifiche si sprecano: dallo studio sui sogni e sulla generale propensione delle donne a dormire di più degli uomini (pag. 78), ai notevoli rilievi sulle differenze comunicative (capitolo 6). Uomini e donne parlano in modo diverso, si esprimono in modo diverso. E hanno attitudini lavorative diverse, anche se è pericoloso dirlo, perché l’accusa di sessismo è sempre dietro l’angolo.

La ricchezza documentaria è sicuramente ciò che colpisce di più dell’opera di Guzzo. Sono davvero poche le pagine che non abbiano un solido supporto scientifico. Perfino quando si trattano temi estremamente intimi, come l’innamoramento (siamo già nella seconda parte) l’analisi non solo psicologico-estetica, ma anche chimica, è piuttosto certosina.

La differenza è quindi una risorsa, oltre che essere un dono. Questa è la conclusione a cui giunge il libro. “La totalità della differenza diviene così non solo una complementarietà totale, ma anche una complementarietà benefica; sul piano fisico perché il fatto che i due corpi, maschili e femminile, siano diversi è fondamentale dal momento che ciò è la condizione stessa della loro fecondità e del godimento di gioie immense connesse all’unione; conseguentemente ciascun corpo è infecondo senza l’altro e solo l’unione fra un uomo ed una donna genera la vita e apporta una gioia piena infinitamente più intensa di quella procurata dai piaceri individuali.” (pag. 182)

Questo passaggio merita attenzione perché, a mio giudizio, sottolinea anche la virtù edonistica della differenza tra i sessi: un valore che la società della “dittatura del piacere e del desiderio” di sessantottine origini dichiara di perseguire da sempre, ma che nella pratica sta distruggendo senza troppi complimenti. Sissignori, lo stesso mondo che si proclama libertino, “sessualmente aperto”, sta estinguendo anche il senso naturale della libido, con una miriade di fattori che in questa sede sarebbe complicato enumerare. Ma leggendo questo breve periodo (come il resto del libro) potrete senz’altro farvi un’idea.

Nel complesso, Cavalieri e principesse è un’opera camaleontica, che passa dallo storico allo scientifico con una faciltà che lascia abbastanza sorpresi. Profondamente sociologica nell’animo, rappresenta una lettura fondamentale per contestare uno dei maggiori crimini che le società liberali stanno perpetrando contro tutti noi: l’eliminazione delle nostre identità. Non solo razziali, etniche e culturali. Ma anche quelle che rappresentano la base della vita, ovvero sessuali.

E forse, in questo senso, la dedica che l’autore fa ai suoi genitori, “un uomo e una donna straordinari” ha, nella sua semplicità, una grande importanza. Da leggere, per riflettere.

(di Stelio Fergola)