Tutti gli sbagli dell’Occidente in Siria

Mentre il presidente Bashar al-Assad riconquista il paese, è tempo che coloro che hanno tentato di rovesciarlo facciano ammenda dei propri errori.

Se i politici occidentali si stanno chiedendo perché non hanno realizzato molti dei propri obiettivi nel corso della guerra civile siriana, allora dovrebbero cominciare a rivedere le proprie decisioni. L’approccio occidentale alle rivolte siriane è stato fin dall’inizio dominato da un’eccesso di ottimismo. I politici hanno, a quanto pare, basato le proprie decisioni sul breve periodo ignorando la visione di lungo termine e il pragmatismo necessario alla risoluzione del conflitto.

La maggior parte dei politici occidentali si è fissata sull’idea che il conflitto siriano si potesse risolvere solo rimuovendo dal potere Bashar al-Assad. Diversi ambasciatori a Damasco si aspettavano che Assad fosse sconfitto entro l’estate del 2012. La forza del regime è stata completamente sottostimata, in parte a causa della scarsa conoscenza della politica siriane, e in parte per questo incauto ottimismo.

Intellettuali, giornalisti e consiglieri che hanno previsto la concreta possibilità che il regime di Assad avesse buone chance di sopravvivere, o hanno sollevato dubbi sulla moralità della cosiddetta “opposizione”, hanno corso il rischio di essere etichettati come pro-Assad, o addirittura di essere antidemocratici. Gli argomenti ideologici spesso hanno prevalso sul realismo. Perfino le Nazioni Unite e i suoi inviati speciali in Siria sono stati accusati di essere favorevoli ad Assad, quando non dicevano qualcosa che andasse contro i suoi interessi.

I politici occidentali, quando si è parlato di sostituire Assad, sapevano bene cosa NON volevano, ma nessuna idea concreta su chi mettere al suo posto. Volevano instaurare una sorta di democrazia in Siria, ma da una una reazione così violenta contro Assad non può nascere nessuna democrazia pacifica. I politici hanno spesso perso il contatto con la realtà e continuato a usare slogan “politicamente corretti” perfino quando la situazione in Siria ormai non li giustificava più.

L’opposizione siriana ha continuato a essere descritta come pacifica e democratica perfino quando il comando di essa è stato preso dalle forze islamiste e jihadiste. Di conseguenza, il concetto di “opposizione pacifica” è diventato più un mito che una realtà. Ma la retorica occidentale non è cambiata.

Nemmeno il supporto militare dell’Occidente per l’opposizione siriana è stato coerente con le parole dei politici. L’opposizione non ha mai ricevuto sufficiente supporto militare per mettere in ginocchio il regime, nemmeno quando questo supporto sarebbe stato necessario per ottenere la soluzione politica che l’Occidente auspicava. Con la combinazione di tutti questi fattori, la rivoluzione siriana è stata destinata al fallimento – tanto più dal momento che il regime ha ricevuto il supporto militare della Russia, dell’Iran e di Hezbollah.

I proclami occidentali di volere armare l’opposizione non si sono del tutto trasformati in realtà. Quando l’Unione Europea ha revocato l’embargo di armi contro la Siria nel 2013, su insistenza di Regno Unito e Francia, non ci sono stati grandi cambiamenti. È emerso come non ci fosse alcuna volontà politica di armare nessun componente dell’opposizione siriana in modo che avesse concrete capacità di abbattere il regime. Ci sono stati grandi dibattiti su quale fazione dell’opposizione andasse supportata, visto che nessun paese occidentale voleva ovviamente rendersi responsabile dell’instaurazione di una dittatura islamica estremista.

Ma ci sono state garanzie sul fatto che le armi fornite non finissero in mano a islamisti e jihadisti? E le armi servivano davvero ad abbattere il regime di Assad? O servivano invece alle opposizioni per difendere sé stesse? Oppure per combattere l’ISIS, il Fronte al-Nusra e altre organizzazioni jihadiste? È stato un gesto umanitario? Né gli Stati Uniti né l’Unione Europea hanno dimostrato di possedere una grande strategia, eccetto il fatto che distruggere l’ISIS era diventata la priorità numero uno.

Nel frattempo, molti altri gruppi islamisti radicali sono diventati più forti del relativamente moderato Esercito Libero Siriano. Paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar hanno supportato organizzazioni islamiste come Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam.

Ciò che l’Occidente desiderava ottenere dal conflitto siriano era l’avvento di un regime moderato, secolare e democratico; ma questa possibilità è oggi irrealistica, e certamente lo sarà nel futuro prossimo. I gruppi armati come il FSA sono diventati sempre più radicali. La corrente islamista conta sempre di più, quella secolare sempre meno.

I politici occidentali, tuttavia, hanno ignorato questo sviluppo, continuando a sostenere la presunta opposizione secolare. Ma questo sostegno morale non si è tradotto in un supporto materiale utile a rovesciare le sorti del conflitto; hanno, inintenzionalmente, solo contributo a prolungare la guerra e a portare alla vittoria Assad, in particolare dopo che la Russia è intervenuta dalla parte del regime nel settembre 2015.

I leader occidentali hanno spesso chiesto misure contro il regime di Assad che sapevano benissimo non avrebbero prodotto effetti concreti; perché, politicamente parlando, non fare nulla non era una soluzione accettabile per i governi democratici. Tutti si aspettano che i politici “facciano qualcosa”. Espressioni come “dobbiamo intervenire” o “come possiamo rimanere a guardare mentre i siriani vengono oppressi?” sono diventate comuni, ma nella pratica poco è stato fatto per dare una svolta alla situazione nel paese.

Una domanda fondamentale sulla crisi siriana è: è stata fatta giustizia? La risposta è stata: sì, ma a quale costo? È stato facile dire, per esempio, che Assad sarebbe dovuto essere incriminato per crimini contro l’umanità. Ma questo non ha aiutato a trovare una soluzione. L’idea che Assad sarebbe uscito vivo dalla Siria per apparire davanti a un processo era estremamente irrealistica. Alcuni hanno persino pensato che Assad si sarebbe comportato diversamente davanti all’idea di venire incriminato all’Aia. Sono tutte illusioni. Evocare la giustizia dovrebbe essere pare di uno sforzo più ampio per costruire la pace. Prima bisogna trovare una soluzione politica, poi chiedere giustizia. Non viceversa.

L’Occidente ha creato false aspettative e dato all’opposizione l’illusione di un supporto che, nel concreto, non c’è stato. Etichettando Assad come illegittimo, forse l’Occidente aveva moralmente ragione, ma ha bloccato prematuramente qualunque opportunità di giocare un ruolo costruttivo nel trovare una soluzione politica alla crisi. La domanda è: cosa aveva la priorità? Trovare una soluzione o essere moralmente corretti?

I fattori politici domestici sono stati considerati di secondo piano. Robert Ford, allora ambasciatore USA in Siria, si è fermamente opposto al rovesciamento di Assad, sostenendo che gli USA non sarebbero stati in grado di rimuoverlo, ma il suo parere non è stato preso in considerazione. Secondo Christopher Collins, “opporsi al rovesciamento di Assad negli USA è un suicidio politico”. La visita di solidarietà di Ford e dell’ambasciatore francese Eric Chevallier all’opposizione a Hama nel luglio 2011 ha creato false speranze nell’opposizione su un supporto occidentale che non sarebbe mai arrivato.

Per certi versi, la situazione in Siria è molto simile a quella dell’Iraq del sud nel 1991, quando gli Stati Uniti incoraggiarono gli sciiti a insorgere contro Saddam Hussein, ma non fecero nulla per aiutarli quando la loro rivolta fu repressa nel sangue.

Quando, più di cinque anni dopo la visita di Ford all’opposizione siriana, il regime di Assad ha riconquistato la parte orientale di Aleppo nel dicembre 2016 – la quale è stata sotto il controllo dell’opposizione per oltre quattro anni – la maggior parte della comunità internazionale, inclusi i paesi occidentali e del Golfo arabo, non hanno potuto fare altro che restare a guardare e urlare condanne contro le presunte atrocità che hanno avuto luogo da parte dell’esercito siriano.

Non hanno potuto intervenire né politicamente né militarmente perché avevano escluso qualunque intervento militare in Siria già anni prima, e non avevano ormai più alcuna influenza sul regime siriano né sulla Russia o l’Iran. Oltretutto, non hanno fornito supporto sufficiente all’opposizione per vincere la battaglia di Aleppo.

Nel 2012, gli alti comandi del Consiglio Nazionale Siriano ancora parlavano di intervenire militarmente, come se fosse stata un’opzione realistica. I leader regionali sono stati rassicurati del fatto che l’intervento militare sarebbe “sicuramente arrivato” ma si sono rifiutati di accettare la possibilità che gli USA avessero scelto di non intervenire più militarmente.

Per l’opposizione siriana c’è voluto molto tempo per capire di essere stata vittima di false aspettative create dai falsi amici occidentali, i quali non hanno voluto fare i conti con la situazione reale.

(da Foreign Policy – Traduzione di Federico Bezzi)