Addio a Gastone Moschin, ultima maschera del grande cinema italiano

“Addio papà, per me eri tutto”, annuncia su Facebook la figlia Emanuela la scomparsa del padre Gastone Moschin. L’attore si è spento a 88 anni alle 18.00 di ieri all’ospedale di Terni, dal quale era seguito da alcuni anni per problemi cardiaci. L’attore veronese, dai primi anni novanta, si era stabilito in una piccola frazione di Narni, affiancando alla direzione della sua scuola di recitazione una piccola attività di maneggio.

Attore poliedrico, e in alcune occasioni doppiatore, Moschin è stato l’ultima maschera del grande cinema italiano degli anni sessanta e settanta, capace di passare dal genere poliziesco alla commedia fino ai drammatici come “Il delitto Matteotti” di Florestano Vancini -nel quale interpreta il politico socialista Filippo Turati- e arrivando all’apice della carriera sotto la direzione di Francis Ford Coppola ne “Il padrino – parte II”, nel ruolo del bieco Don Fanucci. Ma i ruoli più ricordati dell’attore sono certamente il malavitoso Ugo Piazza in “Milano calibro 9”, capostipite della trilogia del milieu di Fernando Di Leo (tratti dalle antologie del celebre giallista Giorgio Scerbanenco), e il sensibile architetto Melandri nella saga monicelliana di Amici Miei.

Gastone Moschin nasce a San Giovanni Lupatoto nel 1929, intraprendendo la carriera di attore teatrale nei primi anni ’50 nelle compagnie dei grandi teatri di Genova, Milano e Torino. Debutta sul grande schermo nel 1955 con “La Rivale”, di Anton Giulio Majano, arrivando alcuni anni dopo sotto la direzione di Nanni Loy ne “L’audace colpo dei soliti ignoti”: questo film segna il suo debutto nel fortunato filone della commedia italiana, con film come “Gli anni ruggenti” di Luigi Zampa, “Sette uomini d’oro” di Marco Vicario e “Signore e signori” di Pietro Germi, formidabile ritratto di una provincia dove la domenica mattina si va a messa e la sera a letto con l’amante. Con quest’ultimo film Moschin vincerà il Nastro d’Argento come migliore attore non protagonista.

Proprio a Pietro Germi è legato il nome del leggendario Amici Miei. Ormai gravemente malato di cirrosi epatica, il regista genovese già celebre per “Divorzio all’italiana” e “Sedotta e abbandonata” riuscirà a concepire il film ma non a dirigerlo, passando il testimone a Mario Monicelli. Monicelli cambierà la location del film, da Bologna a Firenze, ma omaggerà il suo collega scrivendo nei titoli di testa “Un film di Pietro Germi – regia di Mario Monicelli”. In questo, e nei due fortunati capitoli che seguiranno, Moschin interpreterà il celebre ruolo dell’architetto Rambaldo Melandri: colto ed elegante, ma solitario e disposto perfino ad abbandonare i suoi più caro amici per inseguire l’ennesimo “grande amore” -che puntalmente lo deluderà-, Moschin ricorda così il suo periodo sotto la direzione di Monicelli: “Chi poteva immaginare che il film sarebbe diventato una specie di mito? Spesso mi chiedo come sia stato possibile. Credo per la freschezza della sceneggiatura, la felicità della scrittura che prendeva spunto da episodi accaduti davvero o che si raccontavano nei bar.”


La fortunatissima saga di Amici Miei nasce dall’unione astrale irripetibile di sei attori all’apice della carriera, anche con esperienze internazionali (Moschin stesso, Adolfo Celi e Philippe Noiret), e due registi oramai leggendari, segnando l’ultimo e definitivo capitolo della commedia italiana ed evidenziando il disincanto e la fine delle illusioni di benessere degli anni sessanta, sostituiti dall’amarezza e le tensioni sociali del decennio nel quale fu girato.

Il capolavoro monicelliano, per Moschin, è stato non solo il punto massimo della carriera ma anche uno spunto per profonde riflessioni sull’Italia contemporanea. Dice sempre in una intervista di due anni fa, “In Italia oggi si può ridere un po’ meno. Non mi sembra più un Paese per le zingarate mentre di supercazzole ne vedo ancora tante, ma quelle ci sono sempre state. [Amici Miei] è velato dalla malinconia della mancanza di Germi, che a volte pervadeva il set. La malinconia della domenica sera in attesa del lunedì, come nella scena delle giostre, dove facciamo i conti con il ritorno, il giorno successivo, alla vita reale”. Un declino artistico e culturale che può, per ironia della sorte, perfettamente rappresentarsi nel presunto -e disconosciuto perfino da Monicelli stesso- quarto capitolo di Amici Miei di Neri Parenti, al quale Moschin, per sua enorme fortuna si può dire, non fu chiamato a collaborare.

Dopo l’ultimo capitolo di Amici Miei, quell’Atto III diretto stavolta da Nanni Loy, Moschin farà altre poche apparizioni sul grande schermo -non altrettanto celebri né memorabili-, comparendo alcune volte in televisione ma non abbandonando mai il teatro, al quale si dedicherà fino agli ultimissimi anni.

(Di Federico Bezzi)