“La cultura della morte”, contro la decadenza progressista

 

“L’utero è mio, e ne faccio quel che dico io” (detto in modo più scabroso: “Mi coño, mis normas”); “La vita è mia, e decido io cosa farne”; “Sogno un mondo senza confini: aboliamo il genere”.

Da almeno due anni, la stampa europea, appendice del progressismo mondiale più intollerante, sembra propugnare con forza sempre maggiore i concetti che ispirano questi gridi di battaglia, vecchi di almeno quarant’anni. In alcuni casi, fungono da premessa per notizie che lasciano il lettore poco più che interdetto.

Il delirio della libertà da ogni cosa, e di ogni cosa, nasceva come capriccio del singolo giustificato da un positivismo in chiave post-moderna. Da moto di ribellione di matrice adolescenziale, contro uno Stato colosso poco meno che totalizzante, ora rischia di divenire un affare, ironia della sorte, proprio di Stato. Bisogna fare attenzione: lo Stato odierno nulla possiede in termini di solidità e immanenza. Basti considerare la seguente drammatica ricorrenza.

I gridi di battaglia appena invocati coonestano una “cultura della morte” diametralmente antitetica al principio cardine dell’azione di uno Stato sovrano. Invocata da sparute minoranze di cittadini, ispirata dalle pubblicità dei soliti gruppi di interesse finanziari, la fondazione dei diritti alla “bella morte”, all’aborto e al matrimonio omosessuale, è inizialmente sancita da singole sentenze di un giudice ordinario. Pure, non essendo tutelati da una normativa nazionale lacunosa perché retriva, origina dalla creazione di pericolosi precedenti giuridici non solo per la nostra libertà, ma per la vita.

La giurisprudenza non solo si impone sulla legge, ma la ispira. L’apparato giuridico occidentale, basato sulla codificazione, lascia spazio a un modello più “flessibile” sulla falsa riga del modello anglosassone di common law. Ecco la cifra più evidente dello “Stato liquido”. Faremmo meglio a dire: uno Stato in penosa, agonizzante metamorfosi.

Questa rassegna di riflessioni difficilmente rende l’idea dell’organica e appassionata ricostruzione del problema, portata avanti da Stelio Fergola nel suo libro La cultura della morte, edito per i tipi de “La Vela” nel maggio del 2017.

Con uno stile opportunamente improntato alla trattazione saggistica, ma che indulge, con risultati apprezzabili, al registro giornalistico e talora al colloquiale, Fergola procede la sua trattazione da fatti di cronaca, più o meno recenti, incentrati sul tema dell’eutanasia. Fra questi ultimi, lascia sgomenti l’autore, e soprattutto chi scrive, il caso della ventenne belga, chiamata “Laura”, che, affetta da depressione, ma in perfetta salute per tutto il resto, decide di morire avvalendosi di una normativa più che favorevole alla sua decisione. È noto ai paladini del progressismo più sfrontato che il Benelux è il faro di ogni avanguardia europea. Dunque, niente di nocivo, o pericoloso.

Pieno di traversie è stato il percorso compiuto da alcuni nostri connazionali per seguire un analogo destino. Essi, a fronte, questa volta, di una paralisi procurata, o di una malattia terminale, hanno deciso di seguire un destino affine fuori dall’ingrata Italia, nella illuminata Svizzera. L’Italia è pertanto degna delle solite accuse. “Per porre fine al suo dolore, ha dovuto emigrare, con un biglietto di sola andata, in Svizzera. Questo perché viviamo in un paese dove vige una regola ipocrita, quella del ‘si fa ma non si deve dire’, dove o lo si fa clandestinamente, oppure si è costretti a emigrare” (pp. 24-25).

Qui Fergola riporta il commento di Maria Antonietta Farina Coscioni, presidente della Fondazione Luca Coscioni, e deputata per il movimenti dei radicali, in riferimento alla scelta del giornalista Luca Magri a ricorrere all’eutanasia. L’Italia è come sempre colpevole di arretratezza culturale e provincialismo. Ne discende un’emergenza legislativa, senza che la moltitudine, motore di ogni iniziativa democratica, la invochi. Poco importa, dunque, se ca ciò consegue, per chi vuole morire assistito, il pagamento di cifre, che da elevate si sono fatte astronomiche nel giro di un decennio: ciò era necessario.

Fergola correttamente riconosce un fatto: dietro questa nuova tendenza sussiste un cinico risvolto di quel consumismo che giustifica siffatto colossale giro di affari. “Gli invalidi rappresentano costi a perdere per un’economia che ha bisogno di correre e correre senza pause […] Negli ultimi venti anni la privatizzazione ha investito tutti i settori dell’economia, lasciando fuori solo la sanità. Che continua a costare tantissimo, circa 118 miliardi di euro nel 2016” (p.39).

Cosa succederà, Fergola si chiede, quando la pratica dell’eutanasia sarà stata sdoganata ovunque? Chi scrive intravede in questa domanda retorica un moto di ripulsa, da parte dell’autore, dinanzi al profilarsi, ai suoi occhi, dello scenario più verosimile in tal senso. Lo Stato cesserà di proteggere i più deboli, troppo costosi per le proprie dimidiate finanze, e li incoraggerà a morire, dietro assistenza medica privata. Solo chi è funzionale all’azienda, solo chi ossequierà l’Idea del Progresso, senza necessità che divenga Storia, dovrà sopravvivere – si badi, non vivere. L’esatto contrario della mentalità di sinistra, la stessa che oggi raccomanda l’abbattimento dei muri – e con quale radioso futuro! Uno scenario, questo, che rende carezzevole fiabetta ogni altra superfetazione a sfondo fantascientifico o complottistico. In queste c’è una concreta possibilità di redenzione, in quello no.

Fergola non manca di riconoscere nei deliri del Sessantotto la matrice di ogni successiva pubblicità diffusa a favore dell’aborto. Se ciò può sembrare banale, significativo è l’atto di far proprio il monito di Amintore Fanfani del 1974 sulle nefaste conseguenze della legalizzazione dell’adulterio e del divorzio, su cui, pure, l’autore è più indulgente: “Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l’aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la serva!” (p.119). Se il suo indugiare sugli effetti nefasti della “rivoluzione dei costumi” può sembrare affrontato, agli occhi di qualche detrattore, con apparente dabbenaggine, ciò non deve trarre in inganno. Fergola ha affrontato il tema in altra sede, e segnatamente nel suo bel saggio Dallo Stato confessionale allo Stato ateista pubblicato sulla rivista in rete Il Pensiero Storico (I, 2016, 1, pp. 96-118).

Fergola, quindi, va oltre. Dopo aver identificato nel Sessantotto il movimento “de-ideologizzante” per antonomasia, e, citando Costanzo Preve, la fine del comunismo storico, con le rispettive conseguenze a tutti note, egli ha il sommo merito di mostrare, dati alla mano, quanto l’emergenza legislativa, dovuta alla mancante disciplina in tema di aborto in Italia, era fondata su notizie artatamente false. Complice di questa mistificazione l’UNESCO, oltre che, nel giardino di casa nostra, gli stessi radicali, e persino i socialisti.

In quel frangente, l’ideologia che ispirava certi movimenti femministi dell’epoca abbia mostrato la sua reale sostanza. Altamente evocativa sono, in questo senso, la militanza del Movimento di liberazione della donna e le attività del Centro di Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto. Quindi, più che un moto di affrancamento, un programma.

Il fine di questo atto proditorio è presto svelato: ridimensionare la crescita del PIL, e dunque il volume dei consumi, secondo le nuove esigenze della finanza, attraverso un ben preciso controllo demografico. Oggi, specifica Fergola, in Italia il numero di nati per donna è pari a 1,64, “ben al di sotto del tasso di sostituzione, che notoriamente è pari a 2” (p. 77).

Utile sarebbe stato, tuttavia, specificare che altrove, nell’Europa istituzionale e non solo, le cose non vanno meglio. Un altro tipo di sostituzione, per salari più bassi, e, dunque, più competitivi nel mercato globale, non pare certo un’idea invisa al mondialismo. Ma su questo Fergola, ancorché fugacemente, non fa mistero.

Dopo il 1989, riproporre ai giovani i dettami di cui sopra così com’erano era rischioso. Bisognava tener fede ai cambiamenti frattanto succedutisi. Ecco, quindi, che veicoli di diversa potenza sotto culturali passano all’attacco. Stiamo parlando dei telefilm e delle serie televisive americane, in parte consacrate alla sacra rappresentazione del teen drama. Ne nasce un’intera generazione di donne convinte della propria onnipotenza, tese a giustificare ogni propria nequizia nei riguardi del maschio con il loro diritto all’emancipazione.

Ma l’effetto che Fergola denuncia in questa nuova operazione di ingegneria social-culturale è ben altro: il colpo di grazia inferto all’istituzione famiglia. Il giovane ha sempre ragione. Il genitore ha sempre torto, e deve farne ammenda ogni giorno. Le gerarchie vengono apparentemente scardinate, per essere ristrutturate, transustanziate. Anche qui, sarebbe stato opportuno rilevare il peso, massiccio, avuto dalle canzoni, anche di cantautori italiani, a questo fine seppur in fasi precedenti – come, ad esempio, negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta.

Se, dunque, emanciparsi è un diritto, lo è anche quello di abortire? Come superare l’antinomia che vede il “diritto alla morte” come entelechia delle lotte secolari consacrate al “diritto alla vita”, lungo la via del costituzionalismo? Come accettare un consimile movimento dialettico, invocato proprio dal Progresso, che non comporta i già noti effetti di una hegeliana Aufhebung, ma una palese beffa nei rispetti del principio di non contraddizione – che già Hegel aveva superato, ma con ben altro criterio?

Fergola tenta di attenuare il tema – ma ben prima di storicizzarlo – intervistando due giovani ragazze contrarie all’idea di aborto come diritto. Una di esse afferma, con chiaroveggenza, quanto segue: “Io penso che esista sopra ogni cosa il diritto alla vita. E credo che l’aborto, prima di essere un problema giuridico, sia un problema culturale e politico”.

Non è più lo Stato, dunque, a infliggere una deminutio capitis all’individuo, ma l’individuo a sé medesimo, maturo a priori grazie ai frutti del Progresso stesso, non ultimi la lotta contro l’ignoranza e l’oscurantismo. Lo Stato assistenziale che indirizza le scelte del singolo non è, ora, un concetto superato, ma ripugnante. Spazio per la filosofia non ve n’è. Solo per la politica.

Se lo Stato è messo da parte, peggiore destino è riservato alla Chiesa. Nel capitolo riservato alla questione, Fergola sembra mostrare il suo più acuto disappunto in merito. Riconosce che la Chiesa più di ogni altra è asservita ai voleri mondialisti. Prova ne sia lacerante differenza ideologica che papa Francesco oppone al suo predecessore, ritenuto, con buona ragione, scalzato dal soglio pontificio per volontà dell’amministrazione Obama – due giorni dopo il suo insediamento, Trump fu richiesto di far luce sulla cosa.

L’impotenza della Chiesa, chiamata a “non fare politica”, perché forza ideologica al laicismo coatto, è occasione unica perché anche il vangelo del matrimonio omosessuale, e di tutto quel che ne consegue, possa essere diffuso. Ecco che anche, e soprattutto per questo nuovo “diritto civile”, si pone la solita strategia dell’emergenza, secondo un copione già collaudato, e ben descritto nell’ultimo capitolo, incentrato sul tema.

In conclusione, il titolo del libro è La cultura della morte, a ben dimostrare che la morte è ben lungi dall’essere un diritto. Diremmo che il nuovo vangelo progressista ripudia terrificato la tradizione, prettamente nostrana, della “comunione con i morti”, intesa come strumento di continuità fra il mondo sensibile e sovrasensibile. Il Preternaturale, il pensiero umano, è diretta transustanziazione della Natura.

La Morte non deve essere oggetto di condivisione umana, ma sopravvenire in silenzio. Ne segue una passata di disinfettante, e si passa ad altro. Ricordiamo come nella “Montagna incantata” di Thomas Mann, Hans Castorp individuava la stanza di un morto di tisi nel sanatorio, guarda caso, svizzero di Davos, dall’odore del disinfettante. Quel morto che, con discrezione, era scivolato con un sordo sibilo attraverso un apposito tubo a valle, per essere interrato.

(di Fabrizio Rudi)