Operazione Barbarossa: due giganti a confronto

Mai un’azione militare fu più vasta ed ambiziosa dell’Operazione Barbarossa. L’invasione dell’URSS da parte della Germania Nazionalsocialista, voluta fortemente da Hitler, il quale temeva temeva di essere in un futuro attaccato da Stalin, aveva come obiettivo il controllo del grande continente Eurasiatico, centro geopolitico continentale del mondo.

L’attacco alla Russia venne pianificato con attenzione dagli alti comandi tedeschi da molto tempo; vennero infatti proposti diversi piani d’attacco, anche se centrale in tutti era l’utilizzo della dottrina del Blitzkrieg, ideata da generali geniali del calibro di Guderian e Von Manstein, messa in atto con successo contro la Francia e la Polonia. Alla fine prevalse il piano che prevedeva l’avanzata di tre gruppi d’armate (Heersgruppe): l’Heersgruppe (forte di 31 divisioni) doveva attraverso i paesi baltici, arrivare a Leningrado. L’Heersgruppe Mitte (ovvero il più numeroso, con 57 divisioni) aveva come obiettivo finale Mosca e doveva avanzare seguendo la direttrice Smolensk-Mosca. Infine l’Heersgruppe sud, diviso in due differenti colonne, puntava verso il Dnepr, Kiev ed il Caucaso.

Se l’ammontare dei soldati tedeschi per l’offensiva arrivava a 3.500.000 con 3.300 Panzer, l’esercito russo poteva contare su un numero molto maggiore di uomini. Qui sta il primo errore alla base del fallimento dell’Operazione Barbarossa e della vittoria finale della Russia. I servizi segreti e l’alto comando tedeschi valutarono erroneamente la forza dell’esercito sovietico stimandola intorno alle 145 divisioni quando in verità esse assommavano a 300 per un totale di 4.700.000 soldati e ben 17.000 carri.

I tedeschi sottovalutarono enormemente i russi per varie cause: innanzitutto la guerra persa dall’Unione sovietica contro la Finlandia fece sì che l’esercito sovietico fosse ritenuto non solo obsoleto ma anche imbelle; in secondo luogo i quadri degli ufficiali non si erano ancora colmati dei vuoti causati dalle grandi purghe degli anni precedenti (su 80.000 ufficiali si è stimato che ne vennero deposti 40.000); infine si riteneva che tutte le popolazioni soggette a Stalin si sarebbero ribellate al dominio dell’URSS ed avrebbero accettato di buon grado i tedeschi.

Questi errori di valutazione fecero credere all’Alto Comando tedesco di poter addirittura chiudere la guerra in 10 settimane: non fu previsto infatti equipaggiamento invernale. L’operazione, inizialmente pensata per il 15 maggio, fu ritardata al 22 giugno per via del colpo di stato antitedesco avvenuto in Jugoslavia e delle difficoltà italiane nei Balcani contro i greci. L’iniziale assalto tedesco fu fulmineo e sconcertante, le divisioni corazzate di Panzer della Wermacht tritavano terreno e distanze: in soli sei giorni alcune divisioni percorsero una distanza di ben 650 km.

I caccia Stuka tedeschi planavano con la sirena accesa seminando distruzione come angeli della morte, mentre i Polikarpov russi non riuscivano il più delle volte ad alzarsi in volo. I cingoli dei Panzer macinavano un km dopo l’altro tuonando contro le impreparate truppe nemiche. L’esercito sovietico si sciolse come neve al sole, in poco più di due settimane vennero catturate e distrutte dai tedeschi ben 40 divisioni russe. Tutte le previsioni dello Stato Maggiore tedesco e di Hitler sembravano avverarsi: l’avanzata era inarrestabile. I russi persero migliaia di soldati fra morti e prigionieri, migliaia di tonnellate di rifornimenti e di bocche da fuoco: ciò però non limitò la loro tenacia e il desiderio ardente di difendere la patria. Il mondo intero guardava con il fiato sospeso gli avvenimenti del fronte orientale, riconosciuto, giustamente, come quello centrale della guerra.

Le armate del III Reich erano inarrestabili, i suoi soldati e le sue strategie avevano stupito e lasciato a bocca aperta il mondo, eppure ora il destino di quello che doveva essere il Reich millenario si infranse contro la cocciutaggine ed il patriottismo di contadini e proletari russi. Tutta la nazione fu chiamata a combattere e a partecipare alla Grande Guerra Patriottica, per la difesa della patria dal nemico invasore. Il governo sovietico decise allora di trasferire le industrie pesanti il più possibile lontano dal fronte: gli impianti venivano smontati, caricati su convogli ferroviari e inviati oltre gli Urali, nell’Asia centrale dove venivano rimontati.

Vennero fatte affluire truppe fresche dall’estremo oriente (dove ormai il pericolo di un attacco giapponese veniva dato per nullo) e con essi nuovi mezzi e gli ottimi carri armati T-34 e KV-1, prodotti senza sosta dai proletari delle repubbliche sovietiche nelle fabbriche. L’intero popolo si era mobilitato intorno la figura di Stalin per difendere la patria. Intanto i generali tedeschi propendevano per un’immediata azione verso Mosca, ma Hitler respinse l’idea sostenendo, invece, l’importanza che avrebbero avuto il grano e l’industria pesante dell’Ucraina se fossero riusciti a venirne in possesso. Ciò portò il 5 settembre alla cattura di 665.000 soldati sovietici ed alla conquista di Kiev il 19 settembre. Ora l’unico grande obiettivo rimasto era Mosca.

L’offensiva verso la capitale dell’URSS fu ben congegnata e preparata. Nonostante ciò ancora una volta i tedeschi si trovarono a dover combattere casa per casa, villaggio per villaggio contro l’accanita resistenza delle truppe sovietiche e della popolazione in armi. Il fango, il freddo e la mancanza di rifornimenti e di equipaggiamenti adeguati, la stanchezza e la difficoltà logistica di rifornire le truppe portarono, insieme alla gloriosa resistenza delle forze russe guidate dal Generale Konstantinovič Žukov alla fine dell’assalto verso Mosca e alla grande controffensiva sovietica. La controffensiva russa iniziò venerdì 5 dicembre sull’intero fronte tedesco, partendo da quello di Mosca, che distava circa 40 chilometri dalla città.

La mancata conquista di Mosca infine precluse la realizzazione del piano strategico dell’Alto comando tedesco, che prevedeva la conquista della capitale prima del sopraggiungere dell’inverno. La guerra sul fronte orientale si prolungò per molti anni ancora con sorti alterne, vennero combattute alcune tra le battaglie più importanti e famose della storia. I migliori generali e strateghi del Reich affrontarono i migliori ufficiali dell’URSS in un duello mortale che vedeva i secondi nettamente avvantaggiati per via delle migliori industrie russe e del continuo affluire di uomini e mezzi nelle loro divisioni.

Il fallimento dell’invasione Barbarossa si deve ad una serie concatenata di motivi: innanzitutto le grandi distanze. Logisticamente era impossibile riuscire a rifornire le truppe ad una così grande distanza dalla Germania, e con l’andare del tempo mezzi ed equipaggiamenti scarseggiarono sempre di più fra i tedeschi. I carri T-34 e i KV-1 russi furono tra i mezzi bellici dell’URSS più rilevanti di tutto il conflitto, infatti questi ottimi carri tennero testa ed anzi in alcuni casi superarono i rivali Panzer tedeschi.

L’erronea valutazione del numero dell’esercito sovietico e la decisione di Hitler di ritardare la conquista di Mosca furono cause rilevanti per l’insuccesso finale di Barbarossa. Il fallimento di Barbarossa non voleva dire però la definitiva sconfitta del Reich, che avvenne infatti quattro anni dopo. Furono la determinazione, il fanatico amore per la grande madre Russia ed il coraggio indomito dei soldati delle repubbliche sovietiche a permettere la vittoria finale dell’URSS.

(Di Marco Franzoni)