Per i progressisti l’impero romano era multi-culturale: basta inventare le prove

Il caldo è un vaso dilatatore. Di conseguenza, secondo le poche nozioni mediche di cui dispongo, dovrebbe migliorare la circolazione. E quindi anche il funzionamento del cervello.

Ma non è detto che sia un bene: dipende dal cervello. Se quest’ultimo ha già qualche vizio di forma o qualche limite, la circolazione non fa altro che alimentarne la produzione.

Così è probabilmente per l’ultima, geniale trovata di Repubblica: nel pezzo pubblicato ieri la testata fondata da Eugenio Scalfari si allinea e rafforza il nuovo filone di “studi” sull’Impero romano, teso a “dimostrare” quanto questo fosse multietnico e sostanzialmente razzialmente misto. Cosa che viene mostrata in un documentario “educativo” della BBC risalente al 2014. Neri subsahariani nella società britannica del tempo.

Un’interpretazione sui generis che cozza con l’unica verità finora accertata sull’Impero, ovvero: multinazionalità. Beninteso che dobbiamo metterci d’accordo su cosa si intende per multietnicità: se la definiamo come un gigantesco contenitore in cui differenti popolazioni convivevano, ciascuna con il suo spazio e la sua popolazione che non venivano reciprocamente invasi,  allora l’Impero romano era multietnico. Se invece intendiamo una mescolanza basata sull’integrazione, beh, non ci sono molti santi da pregare: Roma non ha mai mescolato etnie diverse. Perfino dopo la Constitutio antoniana del 212 d.C. che attribuiva cittadinanza romana a tutti i cittadini liberi. E che comunque, guarda un po’, viene approvata nella fase calante, quella che porterà all’inevitabile crollo del 476.

Quello che cerca di dimostrare Repubblica, basandosi sull’operato social di tale Mike Stuchbery, che lo stesso articolo definisce “divulgatore” (ma noi diremmo blogger) perché non riesce a trovare altra definizione (non c’è, almeno nelle maggiori librerie, un suo lavoro storico degno di nota), è proprio che negli anni imperiali, la città capitolina abbia prodotto un’entità statale dedita alla mescolanza etnica.

In una furiosa lite su twitter con – non abbiamo timore di dirlo – un altro divulgatore “di destra”, gestore del sito Infowars, Paul Robert Watson, Stuchbery riporta come fonte un articolo dell’Independent, in cui si cita la “prova che nella romana York ci fosse un’alta classe sociale africana”. Quale sarebbe la prova? Che alcuni studiosi – che non vuol dire “puri da ideologia” –  cerchino sostanzialmente la presenza di “nord-africani” nell’antica Britannia. E ne trovano. Qualcuno pure famoso, Quinto Lollio Urbico, un romano berbero che comandò sulla Britannia tra il 139 e il 142 e il cui mausoleo è ancora visitabile a Tiddis, in Algeria.

Watson risponde in un video su youtube: dove se non altro porta degli esempi statistici. E dice un’ovvietà, facendo anche l’esempio della società giapponese. Nel Sol levante, il 98,05% della popolazione è giapponese. Esiste una piccola minoranza immigrata. Significa che la società asiatica sia multi-etnica? Ovviamente no, non ci dovrebbe nemmeno volere un genio per capirlo.

Secondo Repubblica, “alle prove di Stuchbery” (quali? che ci fossero alcuni neri o meglio nordafricani nell’antica Britannia? Altre scoperte dell’acqua calda?) Watson non opporrebbe nulla, anche se per lo meno si sforza di produrre dei dati. Vabbé.

Poi arriva il jolly. Il professionista ideologicamente orientato che certifica, poi veicola le coscienze e le idee delle masse. Tattica vecchia come il cucco, da noi ha funzionato, nell’ordine, per: aborto, nucleare, referendum istituzionali.  Mary Beard, professoressa di studi classici a Cambridge, definisce il documentario Bbc “abbastanza accurato”. E riprende l’esempio di Lollio Urbico. Giro giro tondo.

Voce autorevole? Può darsi. Ciò che sfugge ai semicolti di tutto il mondo è che “autorevole” non vuol dire necessariamente “genuina”. Il mondo è pieno di professionisti che, viziati da movente ideologico, prendono un esempio fuorviante e ne fanno una regola.

Anzitutto, Lollio Urbico era, come si scriveva sopra, berbero: quindi nordafricano, quindi “arabo” e, guarda un po’, etnicamente meno differenziato rispetto alle razze che popolavano l’Europa millenni fa.

Senza considerare che il nord-africano dell’epoca fosse etnicamente molto più “indoeuropeo” di quello sviluppatosi dopo la fine dell’impero, a causa dell’espansione commerciale greca nelle ere antiche: ma ignoriamo questo dato. Facciamo finta che non esista. Facciamo finta di ignorare pure che il cartone della Bbc mostra un uomo di razza nera subsahariana, mentre gli “studi” che mostrebbero la Londra “multietnica” parlerebbero di alcune persone singole nord-africane.

Che dire: possiamo sempre consolarci notando quanto il signor Urbico fosse così integrato, che il mausoleo a sua commemorazione si trova nientemeno che nella britannicissima Algeria.

Seconda cosa: un caso, o un certo numero di singoli casi senza dubbio possibili, di integrazione soggettiva, sono del tutto naturali in qualsiasi epoca della storia umana. Ciò che non è naturale, che è distruttivo, è quanto stiamo vedendo in questi anni: centinaia di migliaia di persone che, mosse dalla disperazione, spinte da strozzini senza scrupoli e da articoli di propaganda come quello summenzionato, vengono introdotte con la forza in società completamente diverse, abbandonando e impoverendo i propri Paesi e distruggendo i tessuti sociali dei nostri. Ciò che non è naturale è forzare gruppi etnici di medie e grandi dimensioni a convivere e a mescolarsi.

Roma, come è storia nota, sottometteva le popolazioni lasciandole libere di mantenere le proprie prerogative culturali. Non ha mai mescolato popolazioni. Non c’è mai stata alcuna integrazione tra di esse.  Il fatto che esistano esempi di singoli insediati appartenenti ad altre razze è del tutto naturale, ma non prova in alcun modo la sussistenza della distruzione dei popoli né dà alcun credito all’apologia della estinzione delle etnie e del trionfo del meticciato tanto caro ai progressisti di tutto il mondo.

Tutti i popoli hanno diritto di vivere e di conservarsi. C’è qualcuno che non recepisce questo banalissimo diritto umano (loro lo definirebbero così), o che non vuole capirlo. Non ci interessa granché: il risultato è lo stesso. L’ignoranza, ma anche la piscologia criminale (“Lezione imparata? È vano sperarlo”, pontifica l’articolo di Repubblica: eh già). Perpetrata con una propopea sempre peggiore, con un’arroganza senza pari, per imporre – con violenza – una realtà che non esiste se non nella mente di ideologi ormai tesi a dimostrare la loro palese malafede.

I risultati non si lasciano attendere: basti leggere i commenti sotto l’articolo. L’ingegneria sociale funziona sempre.

(di Stelio Fergola)