Yukio Mishima, la purezza dell’ultimo samurai

Yukio Mishima si diede la morte il 25 Novembre 1970 davanti a una platea di giovani soldati. Data e modalità non lasciati al caso, ma scelti con cura: il significato intero della sua vita, lo scopo alla quale essa era stata votata, si cristallizzò nell’atto estremo del suicidio rituale giapponese, il seppuku. Al termine di un infuocato discorso volto a risvegliare le coscienze dei suoi concittadini, si trafisse il ventre con la folgore del Paese degli dei immortali. Mai uomo condusse esistenza più limpida e coerente con il proprio pensiero. “Non la morte della carne dobbiamo temere, ma quella dello Spirito”, parole che nella mente gli risuonavano forti e solenni come i colpi di un martello.

Personalità poliedrica, difficilmente etichettabile come “fascista”, liquidato all’epoca come “pericoloso nazionalista”, trova maggior riscontro negli ambiti del conservatorismo tradizionale nipponico. Le sue opere sono tragedie perfettamente compiute. Sono i resoconti di avvenimenti politici così straordinari e dotati di una tale coerenza interna da somigliare quasi a opere d’arte. Convinto a sradicare dal suolo giapponese le due dottrine materialistiche importate dall’Occidente, il capitalismo ed il comunismo, riscattando il proprio popolo dalla situazione disperata in cui esso volgeva, facendosi personificazione di tale malessere, avendo dimostrato con il sacrificio della propria vita l’aderenza al principio di Wang Yangming dell’unità di pensiero e azione: rappresentava dunque l’incarnazione stessa dell’insegnamento del filosofo cinese secondo cui “sapere e non agire equivale a non sapere”.

Mishima iniziò ad evidenziare tutte le contraddizioni insite nel Giappone post bellico criticando il repentino processo di ammodernamento voluto dagli Stati Uniti a discapito della tradizionale cultura millenaria del Paese. L’americanizzazione forzata portò Mishima a fondare, nel 1968, la Tate No Kai, la “Società degli Scudi”, un esercito paramilitare simobolicamente composto da cento uomini aventi come obiettivo la salvaguardia dello spirito tradizionale giapponese. La linea di pensiero del gruppo è ben esposta nel discorso che il loro leader fece alle truppe prima di compiere l’ultimo gesto:

«Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! E’ bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! E’ il Giappone! E’ il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo.»

I rapporti tra esseri umani si riducono di solito a un torbido e confuso miscuglio di bene e di male, di fiducia e di diffidenza, distillati in piccole dosi; tuttavia, nell’ipotesi in cui un gruppo di uomini riesca a stringere un patto fondato su una purezza d’animo che non è di questo mondo, ecco che il consumismo, il relativismo, il nichilismo, l’individualismo e tutti i valori squisitamente occidentali post bellici si sciolgono come neve al sole. Mishima compì ciò. Riuscendo a trasformare la propria esistenza in un attimo di poesia.

(di Carmelo Longo)