La solitudine e i suoi volti

Potrebbe essere tracciata una storia della solitudine a partire dal rapporto dell’uomo con Dio. L’umanità, in assenza del divino, è abbandonata a un tragico vuoto metafisico che la fa sentire dolorosamente sola, anche quando questo buio pare meno fitto. L’arte occidentale ce ne fornisce un’idea chiara con il Romanticismo nordeuropeo. A partire dall’Umanesimo affiorò la centralità dell’uomo definita artisticamente secondo l’uso scientifico della prospettiva. Tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento si approdò a una visione nuova, di un uomo amareggiato nel mezzo della scarsa sicurezza fornitagli da una natura ingestibile e tiranna. I dipinti di Turner e Friedrich affermano una tendenza alla perdita radicale della concezione antropocentrica dell’universo, fino allo spegnimento di ogni miracolosa fiammella, ossia al raggiungimento della disperazione nichilista.

Tutto ciò coincise con la distruzione dello spazio prospettico-razionale, arrivata a trascinarsi con linea di continuità dal Romanticismo all’Impressionismo di Monet, giungendo alla pittura di Jackson Pollock. Un’altra corrente mirerà invece alla deformazione espressionistica dei volti; a inaugurarne l’atmosfera sarà già Albrecht Dürer, in un clima che si avviava verso la Riforma luterana, approdando ben più tardi al Novecento con il gruppo Die Brücke (il Ponte), sempre in territorio tedesco. Il rapporto tormentato e drammatico con la divinità è la chiave di lettura delle opere di questi artisti, nel progressivo affermarsi di un mondo allertato dalla minaccia delle tenebre, in cui la perdita di orientamento data dallo stravolgimento prospettico viene a concordare con uno smarrimento d’identità, enfatizzato dall’utilizzo di maschere bizzarre che suggeriscono un penetrante senso di angustia. La forza creativa dell’arte ha messo in luce come il venire meno di manifestazioni di carattere superiore sia connesso con la diminuzione di felicità e con l’avvento di una solitudine dissipatrice.

Di fronte a un insieme di energie sotterranee così aggressive, il singolo uomo ha dischiuso la propria vulnerabilità sentendosi attaccato nelle sue strutture più intime, pur conseguendo l’idea di una possibile autoredenzione; è il caso della visione superomistica di Nietzsche o dell’ambizione di una “società senza classi” maturata da Marx. L’opera principale della secolarizzazione è sempre stata quella di procurare una sede stabile a una debolezza umana qual è l’ateismo, mozzando il fiato a ogni apertura verso l’alto. Uno slancio verticale è tuttora riservato a un tipo d’uomo differenziato, la cui ricerca autonoma è spesso protesa verso una direzione aristocratica, che mira all’assoluto. L’esigenza di questa ormai misera categoria umana è quella di sottrarsi all’ineluttabilità della sofferenza, allontanandosi dalle contaminazioni della massa e dalle seduzioni rilevate in misura maggiore tra le banalità quotidiane e nel commercio con il consorzio umano, piuttosto che nello spazio solitario. In campo letterario ne sono dei curiosi esempi l'”Ippolito” euripideo, dove il protagonista è in costante dialogo con la vergine Artemide, alla ricerca della propria purezza attraverso l’ascesi, la castità e il vegetarianismo; o lo “Ione”, del medesimo drammaturgo, in cui il servitore del dio Apollo fugge intimorito la crudeltà che ammanta la realtà cittadina.

Ma è nel mondo cristiano che abbiamo gli esempi più fulgidi di vite dedicate al raccoglimento interiore. In oriente, a partire dal IV secolo, l’avventura dello stilitismo rappresentò la volontà ambiziosa di un ricongiungimento con Dio in senso verticale, mediato dal ricorso a un totale isolamento. Eccezionale è il rifiuto mondano simboleggiato dalla separazione da terra, sulla sommità di un pilastro, dove il credente era capace di trascorrere anche diversi decenni. Il cibo veniva lasciato ai piedi della colonna assieme all’eucaristia, cosicché venisse sollevato dall’anacoreta grazie all’uso di una fune. Per altre vie, l’esperienza monastica ha fornito testimonianze di solitudine altrettanto mirabili; l’individuo rendeva fecondo il proprio isolamento spirituale all’interno del suo ristretto rifugio, la cella: pax in cella, foris bella. I solitari in Dio, oggi quasi definitivamente spariti, erano animati da una particolare conoscenza, quella data dal sapere con esattezza chi riverire. Attorno a questa speciale sapienza ruotava il loro itinerarium mentis in Deum, in cui l’umana solitudine si rispecchiava perfettamente con quella divina componendo l’unità trinitaria di io-specchio-Dio, come in un triangolo dai lati congruenti.

A ragione si può parlare dell’uomo come di un “solitario non solo” (G.Pozzi). Ogni suo proposito di vita segregata è deluso dalla insopprimibile presenza dell’alterità umana o divina. Il solitario vede deflagrare velocemente la propria libertà. Egli, anzi, è consapevole di non essere affatto libero di soddisfare l’obiettivo di un completo isolamento, riducendo la sua aspirazione a mera disposizione d’animo. La cifra comune ai solitari è la melanconia: afflizione, scoramento e sfiducia nei confronti delle persone sono sue comuni emanazioni. Se l’uomo per Aristotele è uno zoon politikon, un vivente che per natura è portato a condividere lo spazio della polis, allora la ricerca della solitudine si configura come un bisogno di separatezza che, non potendo escludere l’alterità, prova almeno a mantenerla a debita distanza. Con l’aumentare della morsa malinconica, il solitario maledice la vita e la vicinanza altrui, fuggendo in luoghi appartati dove poter avvicinare veracemente la seduzione della morte. Questa costante prossimità della fine agisce su di lui come un ineluttabile castigo; per ciò l’osservatore malinconico stende un velo di tristezza su tutto quanto incontri il suo sguardo. In un’opera minore attribuita concordemente a Aristotele, si considera il malinconico – detto anche atrabiliare – come un uomo eccezionale artisticamente, letterariamente o politicamente: “sono persone eccezionali non per malattia ma per natura”. La solitudine è un Eden perduto in cui, come l’Adamo prima della creazione di Eva, la parte maschile domina su quella femminile in una coesistenza armoniosa, capace di formare l’essere più solitario del creato, autenticamente libero dagli affanni umani e tuttavia inevitabilmente dipendente dalla presenza di Dio.

(di Enrico Nadai)