In memoria di Hiroshima, contro l’ipocrisia USA

Il mattino del 6 agosto 1945 l’aerounautica statunitense lanciò “Little Boy”, ovvero la prima bomba nucleare utilizzata contro un nemico, che distrusse la città giapponese di Hiroshima. Tre giorni dopo, a Nagasaki, sarebbe stata gettata una seconda bomba. 200mila persone, in larghissima parte civili, persero la vita nelle esplosioni.

Non vorrei concentrarmi tanto sull’analisi storica, che penso chiunque possa ricercare agilmente su wikipedia o altre fonti in rete. Non vorrei fossilizzarmi nemmeno sulla considerazione ormai cristallina dell’inutilità che per la guerra rappresentarono quei due atti tremendi, considerando la condizione del Giappone ormai prossimo alla resa.

Mi interessa invece il contenuto ipocrita della morale imposta dai vincitori del secondo conflitto mondiale, in particolare anglosassoni, ancor più in particolare americani.

Un’ipocrisia pregna di un paternalismo del vincitore, teso ad annientare le culture dei sottomessi in modo sottile e al tempo stesso dinamico, che ha raggiunto il massimo storico della vergogna più di un anno fa, precisamente il 27 maggio 2016, quando Barack Obama fu “il primo presidente statunitense nella storia a visitare Hiroshima”.

Ma “senza chiedere scusa”, come la Casa Bianca addirittura anticipò l’11 di maggio, più di due settimane precedentemente all’incontro, che vedeva un sorridente e al tempo stesso costernato Shinzo Abe ricevere il “premio nobel per la pace”.

Ebbi un dibattito molto acceso l’anno scorso sull’argomento. Le scuse sono retorica? Senz’altro. Ma accettare la visita “conciliante” di una potenza vincitrice sotto un’etichetta del genere resta umiliante e sostanzialmente inutile: sarebbe stato meglio, senza girarci troppo attorno, non fare niente.

Quanto meno come forma di rispetto alle centinaia di migliaia di innocenti che quel giorno persero la vita all’improvviso, senza avere il tempo, forse, nemmeno di rendersene conto.

Sarebbe stato senz’altro più dignitoso ricordare in casa propria, senza imbastire quel teatrino francamente ridicolo, che se avesse visto protagonista un presidente del Consiglio italiano avrebbe prodotto una vergogna ben maggiore dei “monumenti coperti” di qualche tempo fa.

Le scuse, di per sé, sono una sciocchezza in ogni caso, come del resto i “crimini di guerra”: concetti pseudomoralistici per inculcare ai popoli sottomessi (e sconfitti) un’etica dei loro carnefici e una condanna a loro stessi. La guerra è guerra, la sua stessa genesi produce morti e sofferenze, non esiste un modo per farla che sia criminale o non criminale. E gli innocenti ne pagano sempre le conseguenze.

Ma se gli Stati Uniti hanno iniziato questo gioco della moralizzazione della guerra a proprio uso e consumo, beh, non vedo perché non partecipare. Ben consapevoli di non ricevere risposta, è sempre meglio rispondere in modo ridicolo ad un atteggiamento paternalistico altrettanto ridicolo (oltre che offensivo) piuttosto che tacere.

Onore al Giappone sconfitto nella seconda guerra mondiale.

(di Stelio Fergola)