La provocazione marxista di Alexandre Kojève. Parte II

L’epopea napoleonica che segna la fine della Storia. Il Novecento come il secolo che ha allineato le “province dell’Impero” in direzione dello “Stato universale e omogeneo”. L’American way of life come stadio finale del comunismo ed emblema dell’inquietante mondo post-storico dominato dagli “animali post-storici della specie homo sapiens”. Lo “snobismo” giapponese come ultima e residuale possibilità di sopravvivenza per l’Uomo storico propriamente detto. Tutto questo è Alexandre Kojève e la sua paradossale eresia marxista.

Kojève non scrisse mai apertamente per il pubblico. La sua Introduzione alla lettura di Hegel non è che la raccolta delle lezioni svolte presso École Pratique des Hautes Études di Parigi tra il 1933 e il 1939, ad opera del suo allievo Raymond Queneau. Per questo motivo la decisione di scrivere di suo pugno due note, una nel 1946 per la pubblicazione della prima edizione, e la seconda nel 1968, poco prima di morire, in vista della seconda edizione, appare sorprendente se non dettata dall’esigenza di chiarire la propria posizione.

Nelle sue lezioni, Kojève aveva affermato che la scomparsa dell’Uomo alla fine della Storia non è una “catastrofe cosmica”. Ciò che scompare, infatti, è l’Uomo storico, non quello biologico. Con l’avvento del marxiano “Regno della Libertà”, il Tempo umano, storico e lineare – quello della lotta millenaria tra Servo e Padrone, delle guerre e delle rivoluzioni cruente – si esaurisce. Gli uomini non lotteranno più (perché affrancati dal bisogno di desiderare per trovare e trovarsi nell’Altro) e lavoreranno il meno possibile (perché non più bisognosi di affrancarsi, attraverso il Lavoro e il dominio della Natura, dalla loro natura servile).

La tensione verso l’Avvenire lascia il posto all’Eternità biologica e contemplativa dei Saggi. Un sapere assoluto e definitivo subentra alla Filosofia, e il Libro diventa lo strumento attraverso il quale rievocare la Memoria, il ricordo cioè dell’agire storico ormai tramontato: “Tutto il resto può mantenersi indefinitamente: l’arte, l’amore, il gioco, ecc.; insomma tutto ciò che rende l’Uomo felice”. Rimanevano, tuttavia, aperte alcune questioni. Com’era possibile nella post-Storia parlare di Uomo con la “U” maiuscola, e di Felicità, ma disgiunta dalla logica del desiderio?

Nella nota del 1946 Kojève rettifica la propria terminologia, affermando come alla fine della Storia non sia possibile parlare ancora dell’Uomo come soggetto storico. Viene così introdotta la nozione di “animale post-storico della specie homo sapiens”, incapace di desiderare, per il fatto che non c’è più nulla da desiderare, e che accetta il presente come un dato di fatto. Tornando ad essere animale, l’uomo vivrà l’arte, l’amore, il gioco in modo naturale. Continuerà a svolgere queste attività, ma in modo istintivo, senza sapere perché lo fa: costruirà le proprie case come i ragni tessono le loro tele; giocherà come i cuccioli di un branco di leoni; la sua musica sarà come il canto delle cicale; e infine si accoppierà, senza avere la spinta a trasformare tale pulsione in affetto.

Non c’è spazio per la felicità propriamente detta, se non nella misura in cui tutti gli animali sono contenti di svolgere le loro “attività sociali”. Ne consegue anche che la fine della Filosofia, intesa come ricerca del sapere, sarà anche la fine della Saggezza, cioè della custodia della Memoria. Gli animali post-storici godranno inconsapevoli dell’abbondanza e di una relativa sicurezza, senza sapere come sono arrivati a tale condizione, né avendo la minima predisposizione d’animo a capire e imparare.

La Storia, intesa come percorso che collega logicamente una generazione all’altra, cadrà nell’oblio. Niente Saggi, dunque, e niente Libro: le tracce monumentali del passato sembreranno ai loro occhi come iscrizioni indecifrabili. La condizione di questa umanità rievoca a Kojève l’immagine delle scimmie che, inconsapevoli, hanno colonizzato gli arcaici templi brahamini indiani, un tempo potenti luoghi sacri e di potere, oggi architetture inutilizzate riassorbite dalla foresta.

Il paradosso della rianimalizzazione dell’uomo è che farà da contrappasso alla globalizzazione del mondo e all’affermazione della democrazia capitalistica. Il dubbio inquietante è che la riemersione dell’animalità alla fine della Storia non porterà alla riconciliazione con la Natura, e che il “Regno della Libertà” di Marx annuncerà invece il collasso definitivo dell’umanità. La nota del 1968, scritta da Kojève ventidue anni dopo, pochi mesi prima della morte, non dissiperà tale dubbio, anzi lo dilaterà.

Con la fine della seconda guerra mondiale, Kojève sveste pubblicamente i panni del filosofo, entra nella pubblica amministrazione francese e diventa Alto funzionario di Stato. Da questo momento può dedicarsi alla ricerca solo nel fine settimana: da qui il soprannome di “filosofo della domenica” affibbiatogli da Queneau. Una serie di viaggi comparativi negli Stati Uniti e in Unione Sovietica tra il 1948 e il 1958 furono però l’occasione di un profondo ripensamento. Messa da parte la giovanile infatuazione per lo stalinismo, l’epopea napoleonica ora non rappresentava più solo l’inizio della fine della Storia, ma, come già sostenuto da Hegel, la fine della Storia tout court.

Il ritorno dell’Uomo all’animalità non era più una previsione, ma una realtà di fatto già operante. Le armate napoleoniche, che avevano diffuso il rivoluzionarismo robesperriano in tutta Europa, avevano segnato la fine dell’agire storico umano propriamente detto. Il Novecento, con le sue guerre mondiali, e il prosieguo fatto di rivoluzioni, di guerre locali e di decolonialismo diventa, dunque, il secolo dell’allineamento delle cosiddette “province periferiche” dell’Impero sulle posizioni più avanzate dei paesi europei.

La direzione è quella dell’edificazione dello “Stato universale e omogeneo”, laddove “il domani dei Paesi ancora feudali dell’Africa non è altro che lo ieri dei Paesi europei più evoluti”. Se la sovietizzazione della Russia e la comunistizzazione della Cina sono apparsi fenomeni più incisivi e duraturi rispetto all’hitlerismo (che pure per certi versi aveva avvicinato la Germania prussiana allo stadio dei paesi nordici e anglosassoni) è solo per la necessità di sradicare in tempi rapidi le strutture più anacronistiche di quei Paesi. Afferma Kojève: “se gli Americani fanno la figura di cino-sovietici arricchiti, è perché i russi e i cinesi non sono che degli americani ancora poveri, anche se in via di rapido arricchimento. Sono stato indotto a concluderne che l’American way of life era il genere di vita proprio del periodo post-storico”.

Viene ora la parte più paradossale della nota del 1968. La società statunitense, soprattutto a partire dalla seconda metà del ventesimo secolo, rappresenta lo stadio finale del comunismo marxista: una società, cioè, di consumatori senza classe, ognuno dei quali è in grado di appropriarsi di tutto ciò che desidera, infondendo solo l’impegno economico e la fatica lavorativa che ritiene necessario. L’americanizzazione del mondo è un processo sì più avanzato in alcune aree del mondo, ma che ha già sanzionato la vittoria definitiva della democrazia capitalistica e di rapporti sociali determinati sempre più dall’economia che non dalla politica: “l’eterno presente” del mondo post-storico che dilaga, senza più un chiaro centro propagatore, ma per mimesi (spesso inconsapevole) e per diffusione economica policentrica.

Questo processo è per Kojève ineluttabile. Eppure è proprio il filosofo francese a sorprendere nuovamente il lettore. Poco più avanti, sempre nella nota del 1968 prosegue: “In seguito a un recente viaggio in Giappone (1959), ho cambiato radicalmente idea su questo punto. Là ho potuto osservare una società unica nel suo genere, perché è la sola ad aver fatto un’esperienza di vita lunga quasi tre secoli in epoca di “fine della Storia”…”.

La nascita del Giappone moderno, a seguito della liquidazione del feudalesimo da parte del guerriero plebeo Toyotomi Hideyoshi e la nascita dello Shogunato di Tokugawa Ieyasu nel 1603, ha segnato l’inizio di un lungo periodo di isolamento, senza guerre civili o esterne. I nobili giapponesi smisero di combattere e rischiare la vita anche in duello, senza per questo cominciare a lavorare. Quella che emerse, così, fu una società improntata su uno “snobismo” allo stato puro, che pur non conoscendo Politica, Morale e Religione nel senso europeo e “storico”, seppe creare discipline ritualizzate assai più efficaci di quelle che contemporaneamente nascevano in Europa dall’Azione storica, cioè il Lavoro e la Guerra.

La forzosa apertura del Giappone al mondo nel XIX secolo, la partecipazione alle guerre mondiali, la rapida occidentalizzazione omologante non precludono la possibilità che ogni giapponese metta in atto un “suicidio perfettamente gratuito” e per puro snobismo, sostituendo con l’aereo la classica spada samurai; e di farlo, in una modalità completamente diversa dal rischio della vita di un europeo, che lotta in funzione di valori storici di natura sociale e politica. Poiché nessun animale può essere snob, il Giappone è l’esempio di una civiltà che, pur vivendo già da molto tempo la fase post-storica, non conosce l’annientamento definitivo dell’Uomo storico.

Questo è stato possibile grazie alla ritualizzazione del Senso, che ha saputo mantenere le vestigia esterne dell’Agire storico, nonostante la perdita dei suoi contenuti. Sebbene le massime espressioni di questo snobismo rituale siano appannaggio delle classi agiate e più colte – il Teatro Nò e il Teatro Kabuki, la Cerimonia del Tè, l’Arte della composizione floreale – “tutti i giapponesi”, afferma Kojève, “senza eccezioni, sono attualmente in grado di vivere in funzione di valori totalmente formalizzati, cioè completamente privi di qualsiasi contenuto “umano”, nel senso storico”. Ciò che consente al giapponese post-storico di non risprofondare nell’animalità è dunque la sua capacità di “staccare le forme dai loro contenuti”, non per trasformare tali Contenuti in senso attivo e storico, ma per preservare attraverso la Forma quel poco di umanità possibile.

L’alternativa è tra “animali post-storici della specie homo sapiens” americani e “uomini ritualizzati” giapponesi. Il mondo alla fine della Storia di Kojève è assai distante dal razionale dispiegarsi dello Spirito di Hegel. Tanto l’animale-sapiens che vive nell’oblio, nella perdita della Memoria, quanto il monaco buddhista che ritualizza il vuoto, vivono un mondo di individualità atomizzate, di rapporti freddi e improntanti sul consumismo materialistico, incapaci di un’emotiva partecipazione al destino altrui. Siamo molto lontani, però, anche dal marxiano “Regno della Felicità”: sembra piuttosto un mondo cyberpunk. In ogni caso, Kojève ci costringe a una serrata riflessione sul secolo che ci ha da non molto lasciato, e sul mondo prossimo in divenire.

(di Daniele Dalla Pozza)