Kennedy volle la pace con l’URSS, fu chiamato traditore

Prendete in considerazione le seguenti accuse rivolte al presidente:

1) tradimento della Costituzione alla quale aveva prestato giuramento;
2) tradimento di Stato instaurando rapporti amichevoli con la Russia ed altri paesi nemici degli USA;
3) assoggettamento degli interessi statunitensi a quelli di Mosca;
4) innumerevoli menzogne dette al popolo statunitense, in particolare rispetto alla sua vita privata (ad esempio, questioni riguardanti il matrimonio precedente e il divorzio).

Avete pensato al presidente Donald Trump? No, stiamo parlando del presidente John F. Kennedy.

Una cosa che moltissimi statunitensi non capiscono poiché è stata tenuta segreta per tanto, tanto tempo: ciò che Trump, per la sua disposizione nei confronti della Russia o addirittura per la sua «collusione» con quest’ultima, ha dovuto sopportare dai gruppi elitari di sicurezza nazionale, i mezzi di informazione asserviti ai poteri forti e la destra, è quasi nulla a confronto di quello che ha dovuto sopportare Kennedy per il «crimine» inaudito di cercare di trovare una dialogo con la Russia e il resto dell’Unione Sovietica in nome della pace e dell’amicizia. Lo hanno odiato Kennedy, per questo. Lo hanno maltrattato. Lo hanno offeso. Lo hanno deriso. Lo hanno chiamato ingenuo. Lo hanno chiamato traditore. Le odiose accuse menzionate all’inizio dell’articolo (ma ce ne erano altre) si trovavano in un volantino diffuso a Dallas la mattina del 22 novembre 1963, il giorno in cui Kennedy venne assassinato. Sin da allora, alcuni hanno cercato di far sembrare la cosa solo un’iniziativa di gruppi estremisti attivi a Dallas. E’ un’idiozia. Il contenuto dei volantini esprimeva perfettamente i sentimenti dei capi di stato maggiore delle forze armate, della CIA, dei conservatori, di molti esponenti dei mezzi di informazione e dei gruppi di potere attivi a Washington. Nel giugno del 1963 Kennedy lanciò un guanto di sfida in un discorso pronunciato all’American University, ribattezzato il Discorso della Pace. Si tratta di uno dei più straordinari discorsi pronunciati da un presidente statunitense. Fu la prima volta in assoluto che il discorso di un presidente statunitense venne trasmesso anche in Unione Sovietica. Nel discorso, Kennedy comunica la sua intenzione portare a termine la Guerra Fredda e di troncare i sentimenti di ostilità nei confronti della Russia e del resto dell’Unione Sovietica che i gruppi di potere di sicurezza nazionale statunitensi avevano inculcato nelle menti degli statunitensi sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Si trattava di un concetto radicale e, come Kennedy comprendeva bene, pericolosissimo personalmente per lui. Una Guerra Fredda contro un alleato statunitense nella Seconda Guerra Mondiale era stata utilizzata per trasformare gli Stati Uniti da una repubblica il cui governo era limitato da diritti civili ad uno stato di sicurezza nazionale, basato su una vasta e permanente militarizzazione: la CIA, la NSA e lo spettro quasi infinito dei loro appannaggi totalitari – omicidi, cambi di regime, colpi di stato, invasioni, torture, sorveglianza e squisitezze simili. Ognuno era stato indotto a credere che la Guerra Fredda (e la cosiddetta minaccia dalla congiura comunista internazionale che si diceva essere basata in Russia) sarebbe durata per sempre, il che significava un incremento permanente ed esponenziale di ciò che il presidente Dwight Eisenhower, predecessore di Kennedy, aveva chiamato il «complesso militare-industriale». Ed ora, all’improvviso, Kennedy vuole mandare all’aria il bengodi della Guerra Fredda minacciando di stabilire dei rapporti amichevoli ed una coesistenza pacifica con la Russia, il resto dell’Unione Sovietica e Cuba.

Kennedy sapeva perfettamente che le sue azioni erano considerate da alcuni come una grave minaccia alla «sicurezza nazionale». Non si dimentichi che la disposizione di apertura ai Soviet mostrata dal presidente guatemalteco Jacobo Arbenz gli era costato l’allontanamento dal potere da parte della CIA e lo rese un possibile bersaglio da uccidere nell’ambito delle operazioni di cambio di regime. Fu la disposizione di apertura ai Soviet mostrata da Fidel Castro a renderlo l’obiettivo del Pentagono e di operazioni di cambio regime orchestrate dalla CIA – operazioni che supponevano come varianti un’invasione, sanzioni e l’omicidio dello stesso Castro. Fu la disposizione di apertura mostrata da Patrice Lumumba ai Soviet a farlo uccidere dalla CIA. Fu la disposizione di apertura ai Soviet mostrata dal presidente cileno Salvador Allende a renderlo vittima di un colpo di stato orchestrato dalla CIA – colpo di stato che gli costò la vita. Kennedy non era uno sciocco. Sapeva contro chi si stava mettendo. Ricordava bene le parole che aveva detto Eisenhower nel suo discorso d’addio: “il maggior pericolo per la libertà e la vita democratica del popolo statunitense era rappresentato dall’élite militare”. Dopo aver letto il romanzo «I sette giorni di maggio», dove veniva rappresentato il pericolo di un colpo di stato militare negli USA, Kennedy aveva chiesto ai suoi amici di Hollywood di ricavarne un film che avvertisse gli statunitensi di questa minaccia. Durante i picchi più drammatici della crisi cubana, quando il Pentagono e la CIA avevano esercitato su Kennedy una pressione estrema per bombardare ed invadere Cuba, Bobby Kennedy, il fratello del presidente, disse ad un dignitario sovietico con cui era in trattativa che il presidente stava correndo il pericolo serissimo di essere allontanato dal potere in un colpo di stato. E, naturalmente, Kennedy ricordava benissimo cosa era accaduto ad Arbenz, Lumumba e Castro per aver fatto quello che lui stava facendo ora: cercare di stabilire rapporti amichevoli con il potere sovietico. Agli occhi dei gruppi di potere del complesso di sicurezza nazionale non si doveva in alcun modo cercare un’intesa con la Russia, Cuba od altri «nemici» degli USA. Nel fare questo, Kennedy divenne subito per loro uno spregevole pacifista, un traditore, un disertore ed una minaccia alla «sicurezza nazionale». Kennedy non si fermò al suo Discorso della Pace. Cominciò anche a negoziare un trattato con i sovietici per porre fine agli esperimenti nucleari di superficie. Una cosa che suscitò una rabbia ed un’ira ancora maggiori nel Pentagono e nella CIA. Sì, è giusto! Il Pentagono e la CIA sostenevano che la «sicurezza nazionale» dipendeva dal continuare una pratica per cui la Nord Corea oggi viene continuamente criticata. Vale a dire: condurre esperimenti nucleari in superficie e sotterranei. Kennedy sensibilizzò l’opinione pubblica per superare l’implacabile opposizione dei militari, della CIA, del Congresso, dei gruppi di potere di Washington, e poter così far approvare il trattato che vietava i test nucleari. In seguito ordinò un ritiro parziale delle truppe dal Vietnam e disse ai suoi aiutanti più intimi che avrebbe ordinato un ritiro totale dopo aver vinto le elezioni del 1964. Agli occhi delle elites di sicurezza nazionale, consegnare il Vietnam ai comunisti avrebbe costituito una grave minaccia per la sicurezza nazionale statunitense. La cosa peggiore è che, dal punto di vista di queste elites, Kennedy aveva avviato dei negoziati, personali e segreti, con il leader sovietico Nikita Kruschev e quello cubano Fidel Castro per terminare la guerra fredda. Una simile iniziativa venne considerata una grave minaccia alla sicurezza nazionale e a tutti i privilegi che derivavano dalla situazione di emergenza perpetua e di cui si avvalevano i militari e il personale di intelligence.

All’epoca la guerra che Kennedy aveva dichiarato all’apparato di sicurezza nazionale aveva raggiunto il suo culmine. Il presidente si era già ripromesso di fare a pezzi la CIA per la perfidia mostrata durante il fiasco della Baia dei Porci. In quel periodo aveva anche perso ogni fiducia nei militari, dopo che questi ultimi avevano proposto di sferrare un attacco nucleare a sorpresa contro l’Unione Sovietica, proprio come avevano fatto i giapponesi a Pearl Harbour. Aveva perso fiducia dopo il piano infame conosciuto come Operazione Northwoods, in cui i militari avevano proposto di far condurre attacchi terroristici e dirottamenti aerei ad agenti statunitensi spacciati per comunisti cubani in maniera da fornire un pretesto per invadere Cuba. E l’aveva persa dopo la crisi missilistica cubana, quando i quadri di comando militati lo avevano accusato di indecisione e tradimento per aver deliberato di non invadere Cuba mai più. Quello che Kennedy non sapeva era che i suoi negoziati «segreti» con l’Unione Sovietica e i comunisti cubani non erano poi così segreti. Come si è venuto a sapere, è quasi assolutamente certo che la la CIA o la NSA abbiano registrato le conversazioni di ufficiali cubani alle Nazioni Unite a New York, proprio come fanno ora. Fu da queste conversazioni che gli agenti statunitensi vennero con tutta probabilità a sapere quanto il Presidente stava facendo alle loro spalle. Quali erano i sentimenti di Kennedy verso coloro che lo chiamavano «traditore» per cercare di avere dei rapporti amichevoli con l’Unione Sovietica ed altri «nemici» degli USA? Riferendosi alle cose che erano state scritte nei volantini che lo accusavano di tradimento, la mattina del suo assassinio il Presidente disse a sua moglie Jackie: «Oggi entriamo nel paese dei fanatici». Naturalmente, come ben sapeva, i fanatici non si trovavano solo a Dallas, ma anche in tutti i livelli dell’apparato di sicurezza nazionale statunitense.

(Da Ron Paul Liberty Report – traduzione di Claudio Napoli)