La provocazione marxista di Alexandre Kojève. Parte I

Tra il 1933 e il 1939 l’allora solo trentenne studioso francese di origine russa tenne un ciclo di lezioni presso l‘École Pratique des Hautes Études di Parigi sulla Fenomenologia dello Spirito di Hegel.

Una rilettura dichiaratamente personale, destinata ad avere un’influenza di lunga durata sulla sua platea parigina, tra i quali gli ancora giovanissimi Lacan, Breton, Caillois e Aron, e che ha fatto di Alexandre Kojève uno dei massimi, per quanto controversi, interpreti del pensiero hegeliano.

Un altro dei suoi allievi – Georges Bataille – sarà il fondatore del Collège de Sociologie, un collettivo di scienze sociali criticato per un presunto atteggiamento ambiguo tenuto nei confronti del nazismo e del fascismo, ma capace di coinvolgere nello stesso tempo una parte dell’estrema sinistra francese e personalità “scomode” come Drieu La Rochelle (a riprova di quanto ingannevole possa essere una rilettura schematica della temperie intellettuale degli anni Trenta). Coerente con il suo gusto per la provocazione, Kojevè non esiterà nel 1937 a tenervi una lezione, pur non aderendovi mai formalmente.

Influenzata dal surrealismo e dall’Heidegger di Sein und Zeit, l’interpretazione kojèviana pone al centro del discorso hegeliano la dialettica tra le figure del Servo e del Padrone, facendone due paradigmi generali della condizione umana.

Prima ancora che scontro tra due soggetti, ciascuno dei quali incarnerà uno di questi due poli, ogni individuo, che ha intrapreso il processo che lo eleverà dal piano animale a quello umano, deve farsi carico della dualità che è in sé, tra una funzione servile e una signorile. Il Desiderio è l’innesco per un processo di identificazione personale. Finché esso è rivolto ad un oggetto, l’uomo resta animale: è la fase preistorica dell’umanità, dove la Storia non esiste ancora, e il Tempo inteso come tempo storico non esiste o si confonde con il tempo indefinito della fisica e della biologia.

L’antropogenesi, la nascita cioè dell’Uomo storico e il superamento della sua fase biologico-naturale, avviene quando il Desiderio comincia ad essere rivolto verso qualcosa di non naturale, cioè un altro desiderio, un desiderio del desiderio. Kojève rievoca in chiave “mitica” l’incontro tra queste due primordiali soggettività, che si guardano negli occhi e che desiderano fermamente la stessa cosa: che l’Altro lo riconosca come essere umano.

Il generatore dell’Avvenire, l’innesco del tempo storico è quindi un desiderio creatore rivolto non verso l’oggetto naturale, quanto al riconoscimento di sé nell’Altro. E’ un processo aspro e cruento, una vera e propria lotta, un bisogno essenziale quanto la vita, e per il quale sono entrambi disposti a mettere in gioco la propria vita. Soltanto quando uno dei due abbassa lo sguardo e china la testa, il bisogno di riconoscimento sarà appagato.

L’Altro deve essere consapevole che si è stati disposti a rischiare la vita (senza tuttavia ottenere la morte) per affermare la propria individualità. Da un lato c’è chi ha preferito conservare la propria esistenza, sottomettendosi e rinunciando alla propria autonomia (Servo); dall’altro c’è chi è stato fino in fondo sprezzante della morte (Padrone o Signore).

Per Kojève, il Signore è il primo vero Uomo, in quanto è riuscito ad elevarsi dal desiderio di conservazione biologica tipico degli animali, per un fine del tutto astratto che è il proprio prestigio: da questo momento egli si confronterà, quasi una pantomima di questo primo epico scontro, solo con i suoi simili, cioè altri Signori (basti pensare all’epica cavalleresca).

Al contrario, il Servo ha avuto paura della morte, sentimento sì del tutto umano, ma che lo colloca su un piano inferiore: egli accetta la protezione del Signore, e d’ora in poi lavorerà per lui. Non è un caso che già Hegel parlasse di Servo – colui che è tale per humilitas, per un proprio atto decisionale – e non di Schiavo – che perde la propria libertà per la costrizione altrui.

Con la figura del Servo fa irruzione il Lavoro, la condizione che segna la fine del mondo preistorico di semi-uomini indipendenti. Due archetipi con la “S” maiuscola che non si riferiscono al signore e al servo di un determinato periodo storico ma alla storia dell’umanità in generale.

Innescato il Tempo, innescata anche la Storia. E in linea con Hegel e con Marx, per Kojève la storia sarà dei servi. Il Signore non saprà sfruttare la sua iniziale posizione di preminenza: vivendo nell’ozio un’esistenza fondata sulla vanità e sul prestigio, incapace ormai di produrre i propri mezzi di sussistenza, finirà col diventare dipendente dal Servo. Quest’ultimo, invece, così legato alla propria esistenza biologico-naturale, farà tesoro del sentimento della paura – quella paura di morire che per Hobbes è il fondamento della convivenza – convogliandolo nel Lavoro, cioè nella capacità di modificare e plasmare la Natura.

La storia dell’Uomo kojèviano è la storia del riscatto dell’uomo, seppur nato nella servitù, dalla propria natura servile. Allo stesso modo, la storia dell’umanità è per il filosofo francese la storia della progressiva negazione della servitù nel corso delle varie epoche attraverso l’idea di Libertà. I servi erediteranno il mondo dai signori perché sono loro, con la loro operosità, a possederlo già di fatto.

Per avere senso, la Storia, intesa come lotta millenaria degli uomini per il proprio riconoscimento, e al contempo come lotta contro la Natura (e contro la parte biologico-naturale della propria coscienza) attraverso il Lavoro, deve avere un fine oltre che un inizio. I cittadini-soldato della Rivoluzione francese, e le retorica giacobina dell’operaio-rivoluzionario, hanno annunciato per Kojève l’inizio della fine della Storia. Essi, infatti, avrebbero incarnato la riconciliazione del polo servile e del polo signorile, e il superamento del “Regno del bisogno e della necessità”, fondato sin dall’antichità sul dominio dei Signori sui Servi (ma anche sulla loro dipendenza da quest’ultimi), in vista di quello che Marx chiamava “Regno della libertà”.

La fine della Storia segna la fine dell’umanità. Ma non è una catastrofe cosmica, né biologica. L’uomo resta in vita come animale riconciliato e in accordo con la Natura. Quello che scompare è l’Uomo, inteso come soggetto storico in lotta per il riconoscimento, attraverso la dialettica Servo/Padrone: fine dei movimenti politici e sociali, fine delle guerre e delle rivoluzioni. Cessa ogni azione storica perché “l’avvenire”, dice Kojève, “è un passato che è già stato; la vita è puramente biologica”. Anche l’arte, l’amore e il gioco si cristallizzano indefinitamente.

E una sorte non diversa spetta alla Filosofia, la quale, non essendo più necessario comprendere il mondo, che dal punto di vista storico è finito, si trasforma in Saggezza eterna. Tutto lo Spirito umano finirà trascritto nel Libro – cioè la Fenomenologia di Hegel stessa – nel quale gli eredi dell’uomo storico, i Saggi, troveranno la risposta sullo svolgimento, il significato e il fine degli avvenimenti storici. Nella loro buddhistica contemplazione, essi non potranno far altro che aggiungere note e commenti al Libro, senza poterne cambiare il senso complessivo.

Quella prospettata da Kojève è una situazione in svolgimento. Gli eserciti napoleonici hanno annunciato al mondo quanto già avvenuto nella madrepatria rivoluzionaria. Ma la direzione dell’umanità è quella della “formazione di uno Stato universale e omogeneo” dove il cittadino mondiale sarà definitivamente soddisfatto, sottratto alla logica del desiderio e del bisogno, in quanto capace di accontentarsi di quello che ha, e felice in funzione di quello che è.

Resta da capire come sia possibile per il filosofo francese parlare ancora di una qualche forma di Uomo, seppur Saggio, in questa post-storia, se è vero che è proprio la logica del desiderio di riconoscimento ad averlo elevato dall’animale preistorico. E come si possa parlare di felicità indefinita ed eterna se la felicità è un sentimento legata al desiderio stesso.

Ma è un Kojève, quello degli anni Trenta, che subì la fascinazione dell’esperienza sovietica, trovando lì momentaneamente la soluzione alle sue incongruenze. La lezione del 1937 al Collège di Bataille si era conclusa, infatti, con una dichiarazione che lasciò attoniti i suoi uditori:
“Hegel si era solo sbagliato di 150 anni. La fine della Storia non era Napoleone, ma Stalin ed ero io a dovermi far carico di annunciarla, con la sola differenza che non ho avuto la fortuna di veder passare Stalin a cavallo sotto le mie finestre…”. (Ovvio riferimento a Hegel che nel 1806 vide dalla finestra di casa entrare in città Napoleone a cavallo mentre era intento a scrivere la Fenomenologia).

Sarà la fine del secondo conflitto mondiale a portare Kojève sino in fondo nel mondo della post-Storia. Un mondo affascinante, e allo stesso tempo inquietante.

(di Daniele Dalla Pozza)