“Fear The Beard”: la storia di James Harden

Era il lontano 2009, quando un ragazzo della Arizona University, vinto dalla pigrizia, decise di non radersi più la barba, ignorando che, a distanza di cinque anni, durante i Playoffs NBA, proprio quella barba lo avrebbe rese famoso, dando vita ad un coro mai sentito prima sugli spalti: “Fear the Beard, fear the Beard”. Di chi stiamo parlando? Semplice, di James Harden, soprannominato “The Beard” (“Il Barbuto”), un giocatore che nel corso della stagione ha dimostrato a suon di prestazioni eccezionali di essere divenuto uno dei candidati più papabili al titolo di MVP della regular season.

Quella di James Harden si intuisce fin da subito è la storia di un predestinato. Chiamato come terza scelta assoluta nel Draft del 2009 dagli Oklahoma City Thunder, l’ex Arizona State è entrato nella storia della lega come il primo giocatore ad essere draftato dai neo arrivati Thunder; mentre, nel 2012, all’età di 22 anni, Harden vinceva il premio NBA Sixht Man of The Year, ossia il miglior sesto uomo dell’anno dell’intera lega (grazie ad una media di 16.8 punti 4 rimbalzi e 3.7 assist), diventando il secondo più giovane giocatore della storia dell’NBA a ricevere questo trofeo.

Fin da subito, “The Beard” entrò nelle rotazioni dei Thunder, dove ricoprì un ruolo più marginale, di terzo violino, visto che in squadra c’era gente del calibro di Russell Westbrook e Kevin Durant. Un vero e proprio dream team che durante i Playoffs del 2012 arrivò a sfiorare l’impresa, perdendo uno storico anello NBA, nelle Finals contro i Miami Heat dei Big Three: Lebron James, Dwyane Wade e Chris Bosh.

Dall’esperienza vissuta in maglia Thunder, che nell’ottobre del 2012 non riuscirono a trattenerlo inserendolo così in una trade con gli Houston Rockets, James Harden ha vissuto una vera e propria evoluzione cestistica, un processo di profonda maturazione che ha cambiato radicalmente il suo ruolo sia sul campo che nello spogliatoio. Oggi, Harden è diventato un vero e proprio leader, capace di guidare i compagni a suon di punti e di assist, visto che quando si trova in campo il 50% degli assist di squadra provengono dalle sue mani. Sebbene pecchi ancora nella fase difensiva, dall’altro lato del campo Harden è una point-guard immarcabile, capace di segnare con scioltezza da qualsiasi posizione in cui si trova grazie ad un tiro rapido, allo step-back migliore della lega e ad una abilità fuori dal comune nel penetrare le difese avversarie, arrivando spesso sopra il ferro. Non a caso, tutte le azioni cruciali, in cui la palla sembra pesare come un macigno, finiscono nelle sue mani.

Inoltre non stupisce che la crescita esponenziale di Harden è coincisa con l’arrivo nella scorsa estate di coach Mike D’Antoni sulla panchina Rockets, che fin da subito lo ha voluto al centro del progetto, affidandogli le chiavi della squadra e facendolo giocare nel ruolo di playmaker. Una scelta che Harden ha apprezzato e ha ripagato appieno, vista la stagione magica, in cui ha viaggiato ad una media di 29.2 punti, 8 rimbalzi e ben 11 assist; se i Rockets hanno chiuso la regular season al terzo posto della Western Conference (con un record di 55-27), dietro solo agli Warriors e agli Spurs, devono ringraziare in primis il ragazzo uscito da Arizona State. L’avventura ai Playoffs è durata poco: dopo aver battuto gli Oklahoma City Thunder, Harden e compagni non sono stati in grado di superare lo scoglio San Antonio Spurs, dello stratega Gregg Popovich. Di certo non un dramma, perché la stagione dei Rockets è stata comunque più che positiva.

Con un Russell Westbrook che ha eguagliato il record in una stagione di triple doppie di Oscar Robertson (41), con uno Stephen Curry autentico trascinatore degli Warriors (vincitori del secondo titolo dopo aver raggiunto le Finals per tre anni consecutivi), senza dimenticare l’highlander Lebron James, la lotta per vincere il titolo di MVP si prospetta molto dura. Una cosa, però, è certa: fra gli dei della pallacanestro c’è anche James “The Beard” Harden.

(di Andrea Petricca)