L’austera semplicità del mondo contadino

In un documento del 1933, intitolato Perché restiamo in provincia, Martin Heidegger, uno dei maggiori esponenti del pensiero occidentale, espone le sue motivazioni del rifiuto della seconda nomina alla cattedra di Berlino. E’ un documento breve, ma intenso e a tratti poetico.

Il documento si apre con una descrizione del paesaggio che circondava la sua celeberrima baita, nei pressi della Foresta Nera, nel Sud della Germania:

Sui clivi di un’ampia alta valle della Foresta Nera meridionale, a 1150 metri di altitudine, c’è una piccola baita per sciatori. Essa misura 6 metri per 7. Il basso tetto copre tre locali la cucina che è anche soggiorno, la camera da letto e uno studio. Sparse nello stretto fondovalle e sul pendio opposto, egualmente ripido, stanno, ad ampi intervalli, le fattorie dai grandi tetti spioventi. Su per il pendio si estendono i maggenghi e i pascoli fino alla foresta con i suoi antichi, svettanti, scuri abeti. Sopra a tutto il chiaro cielo estivo, nel cui spazio radioso due astori si innalzano disegnando ampi cerchi. Questo è il mondo in cui io lavoro, visto con l’occhio osservatore del visitatore e del villeggiante. Io stesso, in verità, non osservo il paesaggio. Esperisco il suo mutare di ora in ora, di giorno e di notte nei grandi slanci e declini delle stagioni. La pesantezza dei monti e la durezza della loro roccia primigenia, il prudente crescere degli abeti, lo splendore luminoso e schietto dei maggenghi in fiore, lo scroscio del ruscello montano nella vasta notte autunnale, la rigorosa semplicità delle distese ricoperte da una spessa coltre di neve, tutto questo scivola e penetra nell’esistenza quotidiana lassù e vi rimane sospeso.

Heidegger compose la sua opera maggiore, Sein und Zeit (Essere e tempo, terminata nel 1926, ma data alle stampe nel 1927, in cui segna il distacco definitivo dal maestro Edmund Husserl), proprio nella baita antistante la Foresta Nera. Va detto che è una baita molto piccola, non vi erano altri libri, nonostante i collegamenti numerosi ad altri pensatori, alla quale ritornava nel tempo libero, nonostante la sua fama di Professore di Filosofia. Si tratta di un legame che non verrà mai meno. Dopo aver operato una descrizione idillica del paesaggio circondante la sua baita e del suo rapporto con esso (l’autore esperisce quel luogo, lo sente suo, gli appartiene), che implica una conoscenza non da poco del territorio, propria di chi ha un affetto particolare per esso, Heidegger scende più in profondità, affermando che il lavoro del pensiero è simile al lavoro contadino: come il contadino modifica il territorio in cui opera, così il filosofo scava un solco nella storia del pensiero, proponendo un cambiamento di prospettiva per arrivare alla verità (il dis-velamento, dal greco). La difficoltà è la medesima:

Quando in una profonda notte d’inverno una furiosa tempesta di neve si scatena con i suoi colpi attorno alla baita e tutto copre e nasconde, è allora il grande momento della filosofia. Il suo domandare deve allora farsi semplice ed essenziale. L’elaborazione di ogni pensiero diviene forzatamente dura e incisiva. La fatica del coniare il linguaggio è simile alla resistenza degli svettanti abeti contro la tempesta. E il lavoro filosofico non si svolge come occupazione solitaria di un eccentrico: esso appartiene integralmente al lavoro dei contadini.

Dopo un più esplicito paragone tra la fatica del filosofo e quella contadino, Heidegger descrive una delle scene più semplici e proprie (e poetiche) del mondo contadino, che introduce il carattere di colui che lavora la terra:

Quando, alla sera, nel momento della pausa del lavoro, siedo con i contadini sulla panca attorno alla stufa o al tavolo nell’angolo del Signore, per lo più noi non parliamo affatto. Fumiamo in silenzio le nostre pipe. Di quando in quando cade magari una parola sul fatto che il taglio del legname del bosco sta per finire, che la notte precedente e la martora si è infilata nel pollaio, che domani probabilmente una mucca figlierà, che il contadino Oehmi ha preso un colpo, che il tempo sta per “girarsi”. L’intima appartenenza del proprio lavoro alla Foresta Nera e ai suoi uomini proviene da una secolare insostituibile permanenza sul suolo alemanno-svevo.

Appartenenza al suolo. E’ questo che contraddistingue un contadino, un uomo a contatto con la terra più nuda, da un altro che è più abituato a vivere in metropoli, assorbito com’è dagli impegni e dai doveri richiesti dalla società. L’ambiente delle metropoli distrae dal dovere più proprio dell’uomo, che questi vive nella sua dimensione interiore, dalle domande che attanagliano l’uomo nei momenti di silenzio e solitudine, dal ritmo martellante di queste:

Periodicamente ora il lavoro lassù viene interrotto per un lasso di tempo piuttosto lungo da trattative, viaggi per conferenze, riunioni e dall’attività di docenza quaggiù. Ma non appena io torno lassù, già nelle prime ore dell’essere-in-baita (Hütten-da-seins) irrompe l’intero mondo delle domande precedenti e proprio con la pregnanza che possedevano quando le avevo lasciate. Io vengo semplicemente assorbito dal vortice insito nel lavoro e fondamentalmente non riesco a padroneggiare la sua nascosta legge.

L’uomo della città non è abituato a stare in solitudine, al contrario del contadino. Anche se l’uomo della città non vive in solitudine, vive comunque isolato. La differenza che Heidegger pone tra isolamento e solitudine è tutta fenomenologica, che assume una sua originalità e a cui non badiamo:

Gli abitanti delle città si meravigliano spesso del lungo, monotono isolamento tra i contadini in mezzo ai monti. Questo invece non è isolamento, ma piuttosto solitudine. Nelle grandi città l’uomo può facilmente essere così isolato come difficilmente si può esserlo altrove, ma egli là non può mai essere solo. Infatti, la solitudine ha la potenza originaria di non isolarci, ma di gettare l’intero Esserci nella sconfinata prossimità dell’essenza di tutte le cose.

Questo è il carattere fenomenologico: ricercare le essenze (essere) dei fenomeni, di ciò che percepiamo, mettendo tra perentesi proprio il particolare (ente): per esempio, ricercare l’universalità del concetto di casa, ma non partendo da una casa. Nel mondo della città, si cade preda dell’oblio, è facile essere mal interpretati e fraintesi: la memoria della città è spesso cattiva, contrariamente a quella tenace e fedele del mondo contadino.

A questo proposito, Heidegger racconta un episodio avvenuto in quell’ambiente semplice, ma austero, proprio dei contadini:

Recentemente, una vecchia contadina di lassù è morta. Chiacchierava spesso e volentieri con me e tirava fuori vecchie storie del villaggio. Nel suo linguaggio forte e icastico ancora molte vecchie parole e parecchi detti che già all’odierna gioventù del villaggio sono ormai diventati incomprensibili, e che nella lingua parlata sono andati perduti. Ancora l’anno scorso, quando abitai per settimane solo nella baita, questa contadina saliva su per il pendio con i suoi ottantatré anni. Voleva controllare, come diceva, se ci fossi ancora, o se “uno” improvvisamente mi avesse portato via. La notte in cui morì la passò conversando con i parenti e solo ancora una mezz’ora prima della fine li incaricò di portare un saluto al “professore”. Questo ricordo vale incomparabilmente di più del più abile “reportage” di un giornale internazionale sulla mia presunta filosofia.

Si tratta di un messaggio forte, eloquente. Nella città si finisce per essere un anonimo, si vive quella che Heidegger, in Sein und Zeit, descrive come <<esistenza inautentica>>, dominata dal si dice, si fa, in cui tutto diviene chiacchiera, che discute più dei fatti come appaiono che di come essi sono veramente. Ciò di cui il mondo contadino non ha bisogno è l’interesse petulante e populistico del cittadino: deve essere rispettata la sua essenza. Sovrapporre uno stile di vita proprio del cittadino, spaesato e superficiale, a quello contadino, molto più semplice ma anche molto più concreto ed essenziale, equivale a distruggere il mondo contadino. Bisogna non sottovalutare l’esistenza semplice e dura propria del contadino, poiché solo facendo così quel mondo, il suo mondo, tornerà a parlarci:

[…] bisogna tenersi a distanza dall’esistenza contadina, lasciarla ora più che mai alla sua propria legge; giù le mani – per non trascinare il tutto in false chiacchiere di letterati su carattere nazionale e radicamento al suolo. Il contadino non ha bisogno e non vuole questo petulante interessamento cittadino. Quello che invece gli serve e che vuole è l’atteggiamento rispettoso di fronte alla sua propria essenza e alla peculiarità di questa. Invece, molti cittadini […] si comportano oggi, nel villaggio o nella fattoria, come si divertirebbero nei loro confortevoli palazzi metropolitani. Un tal modo di agire distrugge in una sera più di quanto decenni di erudizione scientifica intorno al folklore e al carattere nazionale potrebbero mai produrre. Rinunciamo a tutta questa condiscendente familiarità e a questo populismo non genuino – impariamo a prendere sul serio quell’esistenza semplice e dura che si conduce lassù. Solo allora essa, di nuovo, ci parlerà.

(di Pasquale Ruggieri)