Sulla filantropia e sull’errore di fondo nel concetto dell’aiutare l’altro

Le vicende di politica internazionale degli ultimi anni ci rimandano alla mente la questione della filantropia. Già agli inizi della storia contemporanea vi erano queste particolari figure di uomini che perseguivano il “bene dell’umanità” come i Rockfeller ad esempio.

Più avanti nei tempi, nel XX secolo, sono venute fuori altre personalità come Madre Teresa di Calcutta, e determinati Papi “illuminati”, Francesco I ne è un esempio. Tra queste la più “particolare” è quella del magnate della finanza George Soros, tanto discusso per le vicende legate all’immigrazione, in quanto tra le sue opere di bene vi è quella del sovvenzionamento delle ONG che si occupano del trasporto dei “migranti” in Europa.

In queste ultime problematiche possiamo inserire, tra i filantropi, anche i coniugi Catrambone, i quali invece si occupano del recupero nelle acque del mediterraneo dei migranti per “aiutarli” a giungere incolumemente l’Europa. Presentata in questo modo la filantropia sembra essere una cosa davvero utile, ma la cosa nella realtà dei fatti sta in tutto altro modo.

Come vedremo, infatti, tutto il concetto stesso di “aiutare l’altro” presenta un errore di fondo che devia il meccanismo dell’acquisizione di “consapevolezza”, un percorso necessario per ogni uomo per capire veramente chi è e per esercitare il suo naturale diritto di libertà. Ritornando agli esempi sopracitati, poi, essi sfatano alla luce del sole il mito del filantropo.

Pensiamo solo a George Soros e a tutte le opere di destabilizzazione, altro che di bene, che ha messo in atto in paesi sovrani attraverso il sovvenzionamento di: rivoluzioni colorate, ONG, movimenti ambientalisti e femministi, e battaglie varie per i “diritti umani”. Tutte queste cose, ammesse pubblicamente, si sommano a condanne ricevute per speculazioni finanziarie e ad altre mascalzonate varie.

Torniamo alla coppia Catrambone, invece, che, come dei gangsters delle acque internazionali, tessono la loro trama di “benefattori”: scavalcando gli organi competenti per accaparrarsi imbarcazioni di migranti; sviluppando continui contatti con gli scafisti per accordarsi riguardo le partenze; esulando dai giornalisti e rispondendo con offese quando questi, come nel compito normale della stampa, fanno domande scottanti.

Questi sono fatti concreti già appurati, senza bisogno di inchieste in materia. Pensiamo, infine, sempre rimanendo sul tema immigrazione, a tutto il circuito di associazioni di terzo settore che sul territorio svolgono operazioni di speculazione sulla vita stessa dei nuovi schiavi dell’Africa. Tutti ricordano le dichiarazioni di Buzzi, in “Mafia Capitale”, dove diceva che i migranti fruttavano più del traffico di droga. Ovviamente ci sono anche quelli che lo fanno onestamente come si dice, ma vedremo successivamente come anche questa operazione porta in sé stessa un errore di fondo.

Andiamo, poi, a chiarire bene il concetto di “migrante”, passato dalla vulgata ideologica del mainstream come un fattore endemico, positivo, ma che in realtà il codice stesso della neo-lingua svilisce di contenuti. Sarebbe giusto lasciare la definizione di immigrato, come di colui che viene “immesso” in un diverso contesto geopolitico. Questa cosa lascia presupporre, infatti, l’abbandono del “proprio e naturale” bagaglio identitario etnico, culturale, familiare, politico e tradizionale.

Questi aspetti non sono dei semplici accessori della persona che si possono lasciare in favore di altri. Essi sono parte integrante di quel percorso di consapevolezza al quale ogni uomo è messo davanti nell’arco di una vita e che rappresentano i parametri base per i quali la natura ha predisposto tale percorso. Alla finanza apolide − che fa affari in ogni parte del mondo − interessa la perdita e lo svilimento del suddetto bagaglio.

I motivi, per cui a loro interessa ciò, sono innanzitutto di carattere economico-politico: abbassamento del costo del lavoro; sviluppo di contraddizioni tra popoli autoctoni e immigrati; destabilizzazione geopolitica con l’inserimento di elementi che per fede si ritengono superiori ai praticanti di altre religioni (es. gli Wahabiti). Oltre a ciò abbiamo, poi, il livello di rieducazione totalitaria che, all’interno di processi di melting pot, mira all’annullamento della propria identità.

Tutto ciò in favore di un “androgeno” maggiormente utilizzabile nel mercato del lavoro, e che sia manipolabile dal punto di vista della psiche, dei consumi, degli stili di vita, delle aspirazioni personali e delle caratteristiche sessuali (Gender). A questo si aggiunge un altro piano, ancora, che ha a che fare con la sfera della coscienza, un bene ancora più prezioso perché contenente soprattutto le parti “superiori” della persona, i corpi sottili come lo spirito e l’anima.

E’ proprio andando ad affrontare la questione sulle esigenze di quest’ultimo livello, quello della coscienza, che possiamo definire in maniera scientifica l’errore, alcune volte voluto, che si fa nel considerare l’aiuto dell‘altro come una cosa normale. Ma esaminiamo il tutto sulla base del concetto di consapevolezza. Essa è una misura della coscienza. In pratica è come avere determinate propensioni naturali e non saperlo, solo la consapevolezza di averle potrà sviluppare il passaggio dalla potenza all’atto realizzando la coscienza.

Quindi la consapevolezza è, per forza di cose, un percorso personale, perché il solo superare determinate prove − che sono quelle che la vita mette davanti volta per volta − riesce ad apportare la propria crescita naturale. In questa visione, ogni azione di intralcio è uno sviamento da questo continuo percorso che è in ultima analisi la vita stessa.

Potremmo legare questo sviluppo dell’energia della persona con le scoperte della fisica quantistica riguardo l’entropia, un parametro che misura l’ordine nell’universo. Infatti, proprio traslando il rapporto consapevolezza/coscienza, si può fare un paragone con l’entropia che riordina − in + o in – dipende dalle teorie ma è relativo per il nostro caso − tutto ciò che è già presente nell’universo, dandogliene quindi una consapevolezza.

I canoni della natura, dell’universo e, quindi, andando in un ordine di dimensione minore, della persona sono pochi ma sono già calibrati ed efficaci per quello che sono. E’, allora, sulla base di livelli simili di consapevolezza che si può attuare uno “scambio” paritario, naturale, fluido e, infine, arricchente del tessuto emozionale oltre che di quello razionale e culturale. Pensare diversamente con l’idea, falsificata, di attuare i principi della “democrazia” e dell’uguaglianza, sempre e comunque, sarebbe un errore.

Questo approccio provoca, infatti, un pervertimento delle logiche riguardanti la consapevolezza spiegate sopra. Per cui paradossalmente “aiutando l’altro gli sto facendo un torto”, perché blocco il suo processo personale di crescita. Un’ipocrisia, seppur inconscia, perché è aiutando me stesso che aiuto anche l’altro, non viceversa. L’altro, in una visione olistica della persona, è uno “specchio”, ovvero una parte di me con livello di consapevolezza simile o differente. Un qualcosa che, in quanto tale, non va giudicato con criteri soggettivi, ma di cui va preso atto per così com’è.

Ogni volta che vado a manomettere questi determinati processi − attuando azioni a favore, quanto ovviamente a discapito dell’altro − io vado a commettere una forzatura seppur, come dicevamo, inconscia. Se poi aggiungiamo che la maggior parte di coloro che “fanno le cose per gli altri” non sono in grado neanche di aiutare sé stessi o peggio ancora, ritornando ai casi sopracitati, speculano sulle problematiche altrui, beh allora il cerchio si quadra!

Ma torniamo alla questione “migranti”, che abbiamo utilizzato come campione per questa breve ricerca. I paesi occidentali non devono manomettere i naturali processi di autodeterminazione di altri popoli, né con la violenza (saccheggio delle risorse, colonialismo, guerre, destabilizzazioni) né con l’aiuto caritatevole (beneficenza, volontariato, certe parole d’ordine rozze tipo “aiutiamoli a casa loro”). E’ chiaro che, poi, in alcune situazioni contingenti si debbano mettere in atto i meccanismi del diritto naturale e della dignità della persona.

Questo, però, in un quadro di naturalezza del processo di intervento, va relegato agli organi competenti deputati a farlo. In conclusione l’unico vero modo di “aiutare l’altro”, che sia una persona o un paese, consiste nel “non aiutarlo” e far sì che porti a compimento il suo processo di autodeterminazione, personale o collettivo che sia. E’ in questo che consiste la sincera bontà d’animo!

I motivi che spingono le persone o le organizzazioni ad aiutare l’altro sono di vario tipo. Escludiamo sempre le autorità competenti e di servizio, che sono settori necessari ad adempimenti legati, come dicevamo prima, al diritto naturale ed alla dignità della persona. Pur tuttavia, anche in quest’ultimo caso, bisognerebbe avere il coraggio di affrontare un ragionamento complessivo che veda il trionfo di “comunità armoniche” dove la premessa stessa − che crea quegli squilibri economico-sociali − non sussista.

Tralasciando questo discorso, però, almeno in questo articolo, esistono vari livelli di interesse per cui si cui si “aiuta l’altro” o peggio si organizza un sistema volto a questo scopo. Innanzitutto c’è il fattore economico, che abbiamo già trattato sommariamente per rendere l’idea di quanto fruttino operazioni di tale portata. Poi, ci sono diversi motivi di tipo psicologico se non addirittura psichico.

Al centro di quest’ultima riflessione c’è il mondo dell’Ego. In sostanza il processo concreto, anche se inconscio, di chi si pone questo tipo di problema è il “non veder soffrire una persona”. Ma ci accorgiamo spesso descrivendo questa sensazione, dal punto di vista semantico, che essa è un processo che ha a che fare col proprio Io. Sono Io, difatti, che non voglio soffrire guardando un altro mentre lo fa e perciò lo aiuto. Questo è il succo del ragionamento.

A questo si aggiungono, poi, una serie di meccanismi a catena che alterano gli sviluppi di equilibrio e armonia previsti dalla natura, ecco perché, precedentemente, parlavamo di pervertimento. Il tutto rimanda all’utilizzo che si fa dell’altro e delle sue capacità, in questo caso di quelle legate all’onda energetica della consapevolezza, che in potenza è presente in tutti. Chi “non aiuta più”, di conseguenza, viene messo davanti al fatto di fare egli stesso le esperienze di ogni tipo che gli si presentano davanti e non discernere tra quelle da fare e quelle da “far fare agli altri”.

Discorsi ancora più sofisticati si possono sviluppare riguardo determinate dottrine sapienziali, estese da determinati centri a diversi canali di diffusione, che talvolta inconsapevolmente le usano e/o ne sono utilizzati. Questi “centri e canali di diffusione”, in sintesi, conoscendo bene l’esistenza dei flussi energetici e del come dominarli, si muovono indirizzando volontariamente e a proprio favore questi flussi.

Portando avanti tutte quelle concezioni legate alla “positività”, alla “compassione” e alla “luce”, un armamentario tipico dei filoni New Age, delle religioni e della mistica. In sostanza, studi recenti, hanno dimostrato come dallo scambio di emozioni “positive” la persona stessa che le “offre” ne trae benefici. Anche in questo caso, la cosa rimanda all’Ego e, anche se il concetto in generale può essere utile, il problema è di quali forze si sta facendo inconsapevolmente il gioco.

Chi è “consapevole di sé” problemi di questo genere non se li pone proprio, attua le emozioni “positive”, come dicevamo sopra, in un processo di scambio naturale a livelli di consapevolezza simili. A tutto questo aggiungiamo, infine, ulteriori sentimenti che nascono in ogni situazione di squilibrio dei rapporti armonici previsti dalla natura per la persona. Uno di questi, tra i più pericolosi, è l’invidia.

Questa nasce, riferendoci a questo discorso, proprio nei confronti di coloro che da soli riescono a far fronte ai problemi della vita, e che di conseguenza esercitano la loro “potenza”, nel senso non di prevaricazione, ovviamente, ma di acquisizione di consapevolezza.

Molti sono i dubbi che si cerca di porre con queste riflessioni, alcuni dei quali resi certezze − quelli sulla filantropia ad esempio − dalle evidenti vicende nei nostri giorni. Altri sono spunti dai quali trarre dei parametri nella creazione di paradigmi nuovi, ma che cerchino di “conservare”, come abbiamo visto, principi base incontrovertibili delle meccaniche dell’universo e della natura.

Questa ipotizzazione è il motivo stesso di chi elabora idee e cerca di comprendere come vanno le cose, per non limitarsi alla semplice “contemplazione” dell’esistente, ma per formulare modelli di vita e di comunità concreti, armonici e olistici.

(di Roberto Siconolfi)