Il tempo dello sradicamento: ripartire dal pensiero e la terra

La situazione generale in cui possiamo dire di trovarci oggi è segnata dalla carenza di pensiero. La capacità di pensare costituisce il nostro essere: è l’elemento che ci permette di mantenerci radicati a ciò che siamo in quanto uomini.

Il precipitare nell’assenza di pensiero equivale ad una rinuncia verso quanto di più intimo vive dentro di noi. Ecco perché, se dovessimo fornire un’idea chiara per inquadrare la tendenza fondamentale della nostra epoca, potremmo ricorrere al concetto di “sradicamento”. Il nostro tempo è, per così dire, il “tempo dello sradicamento“, tanto più di fronte alla fuga dell’uomo dalla sua natura profonda.
La potenza vivificante delle tradizioni può allora venirci in aiuto per ritrovare quei punti cardinali saldi, in grado di schiudere verso il futuro e aprire nuovi orizzonti.

La metafora dell’essere umano come albero rovesciato che affonda le proprie radici in cielo e i suoi rami verso la terra è frequente in molte tradizioni: da quella cabbalista a quella islamica e dell’estremo oriente. Anche nel “Timeo” di Platone gli uomini sono descritti come piante celesti.

Tuttavia l’umano corre il pericolo di perdere le proprie radici sia in cielo che in terra generando ulteriori rovine capaci di negargli ogni tipo di risalita. Per questo motivo diviene basilare riconquistare quanto perduto partendo da quell’elemento interno all’uomo che è il pensiero, per poi procedere verso l’esterno e rivolgersi alla terra.

Martin Heidegger, nella sua conferenza resa celebre con il nome “L’Abbandono”, parlava di due modi differenti e necessari di pensare: il pensiero che calcola e il pensiero meditante. Il primo enuclea la sua specificità nel fare i conti; il secondo non è di nessun aiuto per le questioni pratiche, rinuncia al dominio delle cose, ma esige un apprendistato più lungo e un’accuratezza più raffinata rispetto ad un qualsiasi altro mestiere.

Più avanti, lo stesso Heidegger propone una citazione di Johann Peter Hebel: “Siamo disposti o no ad ammetterlo, noi siamo piante che debbono crescere radicate nella terra, se vogliono fiorire nell’etere e dare i loro frutti”. È l’esatto contrario di quanto proposto nelle tradizioni precedentemente evocate, ma di maggiore efficacia per l’economia del nostro discorso.

L’uomo non è più a testa in giù, come l’albero rovesciato, bensì ritto in piedi, pronto a diffondere i propri rami nel cielo a partire dalla terra, con le braccia protese dinnanzi. Ma la terra a cui si fa riferimento non è una terra qualunque, bensì la propria terra, che deve abbeverare le radici offrendo fecondità a chi germogli da essa.

Non si tratta di uno sterile apprezzamento della potenza creatrice insita nella natura: l’uomo trae veri e propri insegnamenti dalle forme ambientali e da questo suo legame può far lievitare la grandezza del pensiero meditante, la cui composizione è essenzialmente contemplativa.

Prendiamo in esempio una comune rappresentazione della natura, costituita dalle pietre stratificate: che cosa hanno da dirci? Se rinunciassimo a riflettere resterebbero in totale silenzio, ma se ci accostassimo con attenzione ad esse potremmo capire come ogni singolo piano sia un richiamo tangibile e simbolico all’infinita estensione del passato. Esse ci invitano a toccare con le nostre mani la loro composizione suscitando il desiderio della ricerca e della rievocazione, cosicché quell’avvicinamento agli strati del tempo sia la sorgente per una rinascita presente.

Crediamo si tratti di un esempio valido, che funge da possibile approccio per affrontare un mondo capace di rispondere solo alle logiche globali, destinato ad una graduale degenerazione e alla rimozione di ciò che è più prossimo a noi. Anche laddove si parli delle proprie origini geografiche, dell’appartenenza ad una Patria o dell’attaccamento ad un ambiente, l’uomo contemporaneo si dimostra impacciato e sommariamente “senza bandiera”.

La terra che ci definisce e che condividiamo con altri è, come pensavano gli antichi, un essere vivente e non semplice materia utile al saccheggio, alla strumentalizzazione e alla sottomissione a favore del profitto. In un suo saggio, Ludwig Klages descrisse perfettamente la situazione che l’uomo è stato in grado di crearsi: “Egli si è inimicato il pianeta che lo partorì e lo nutrì, perfino il circolo di tutte le stelle, perché è dominato da una forza vampiresca che è penetrata nell’”armonia delle sfere” come una lancinante dissonanza.”

Questa forza non è altro che un profondo istinto di morte che avanza in modo penoso verso una vittoria totale. Con esso lo smottamento culturale si rende inevitabile, accompagnato dalla nostra incapacità di porci in ascolto della natura. La forma di ecologia a cui si dovrebbe essere introdotti necessita di definire i modi e i mezzi per guarire da tale nevrosi; Rodolfo Quadrelli notava che una soluzione non è pensabile senza una cultura composta di valori vissuti come veritieri, che siano in grado di definire quei fini per i quali valga la pena vivere e lasciar vivere l’ambiente.

Questi valori vanno risvegliati richiamando alla memoria le proprie tradizioni più profonde e le ricchezze che esse sprigionano grazie alla relazione che hanno con la terra in cui sono sorte. È coltivando una siffatta percezione del territorio e della cultura che si intravede un possibile cammino di riconciliazione con ciò che ci circonda e con il pensiero.

(di Enrico Ildebrando Nadai)