Elezioni presidenziali iraniane: analisi e prospettive future

Le elezioni presidenziali iraniane, da poco finite in tutto il paese e che hanno raggiunto una alta affluenza al voto, hanno quasi certamente decretato la vittoria schiacciante di Hassan Rouhani, presidente uscente, che con il 56% di voti ha agilmente superato il 40% raccolto da Ebrahim Raisi, esponente del blocco conservatore.

I MOTIVI PER ESSERE CONTENTI

Il primo dato che sicuramente ha rallegrato la Guida Suprema Alì Khamenei è stata l’ernome affluenza, che aveva già spinto, nella tarda serata di ieri, il comitato elettorale a prolungare l’orario di voto al fine di permettere alle enormi file di elettori (riconosciute anche da media anglosassoni tradizionalmente antiraniani come la BBC) di un’ora, portando l’affluenza totale poco oltre il 71% degli aventi diritto al voto.

Il risultato è tanto più importante, relativamente alla affluenza, quanto più la guida temeva che la particolare congiuntura politica potesse creare un effetto “deprimente”: sia sui riformisti, non sempre felici della presidenza Rouhani e delle sue aperture, giudicate troppo timide, sia nel blocco conservatore, in parte scoraggiato dalle scarse probabilità di vittoria in parte “diluito” dalle tante esclusioni operate dal Consiglio dei Guardiani (non ultima quella di Mahmoud Ahmadinejad).

Come ha spiegato lo stesso il 7 Maggio in un discorso ad un gruppo di professori e maestri[1] una alta affluenza alla urne avrebbe dimostrato non solo la solidità istituzionale iraniana, ma anche che pure i settori più retrivi e antistatali della società iraniana, o per motivi ideologici o sociali, possono trovare in uno dei due candidati una loro rappresentanza, non sottraendo così il proprio appoggio alla repubblica islamica bensì cambiando il gioco politico. In definitiva l’alta affluenza confermerebbe, secondo Khamenei, la capacità della repubblica iraniana di cooptare le ragioni del dissenso e non trasformarle in quinte colonne.

Una così grande affluenza ha coinvolto anche i giovani, da sempre terreno elettorale di scontro tra i candidati, che hanno tentato di accattivarseli in modi diversi. Se le aperture politiche fatte da Rouhani hanno rimesso in circolo le forze che scossero la repubblica negli ultimi anni di presidenza Ahmadinejad, è pur vero che, come sostiene Djavad Salehi-Ishafani intervistato da Roland E. Brown[2] che le l’elettorato giovanile: “It will likely become less concerned with the social freedoms Rouhani has emphasized in his first term—such as restrictions on women’s clothing—and more concerned with finding good jobs and good schools“.

UN VOTO POLARIZZATO

Come in ogni elezione a carattere presidenziale i candidati tendono ad essere pochi, e a polarizzarsi in due schieramenti ben distinti. Non fu diverso quattro anni addietro, quando Rouhani e Qalibaf si spartirono quasi il 67% dei voti, dilapidando in più rivoli i voti conservatori.

In queste elezioni, tuttavia, Raisi e Rouhani stesso hanno egemonizzato il voto, con un panorama molto “americano”: insieme infatti hanno raccolto più del 90% dei voti, lasciando Mirsalim all’1%, mentre solo nel 2013 un candidato “di rottura” ed alternativo (in senso di alterità dei due blocchi) come Rezai o Velayati potevano ricevere l’uno il 10% e l’altro il 6%.

La polarizzazione nelle elezioni presidenziali è sia un opportunità che un destino. Opportunità, perchè permette ad un candidato forte di un certo retroterra elettorale di avere più ampi spazi di propaganda ideologica, sia un destino, dato che i voti “buttati” in candidati non eletti difficilmente costituiscono la base per un progetto politico vincente.

PERCHÈ HA VINTO ROUHANI?

La domanda potrebbe esser mal posta, dato che in realtà i voti di Rouhani si sono mantenuti stabili, aumentando solo del 6%. Se tuttavia sommiamo i voti dei candidati genericamente conservatori alle elezioni del 2013 (Qalibaf, Jalili, Rezai) otteniamo ancora un 39,48%, di poco inferiore al 38,99% ottenuto da Raisi.

Mentre infatti il fronte riformista, anche in termini di appoggio mediatico e “culturale” ha puntato tutto su Rouhani, così non ha fatto, o non con la stessa convinzione il fronte conservatore, che gode peraltro della benevolenza della guida Alì Khamenei e di molti esponenti nei gangli principali dello stato iraniano.

Raisi, pur maneggiando una parte della retorica che fu di Ahmadinejad, soprattutto sulla troppa permeabilità dell’economia iraniana, non è riuscito ad unificare i conservatori sotto la sua linea, schiantandosi contro una retorica di Rouhani che è invece ottimamente collaudata e che ha una sua precisa identità sociale: borghesia cittadina e giovani “occidentalizzati”.

In questo senso l’esclusione di Ahmadinejad, sopravvalutata in importanza in occidente, ha costituito un passo falso tattico del fronte conservatore. Il calcolo politico dietro l’esclusione dell’ex presidente è stato che una candidatura di Ahmadinejad avrebbe spaccato il fronte conservatore, diluendone i voti (come effettivamente è accaduto anche senza l’esclusione) e che avrebbe sì portato al voto, e con convinzione, molti suoi sostenitori, ma che avrebbe scoraggiato gli altri conservatori moderati a votare, avendo Ahmadinejad lasciato una eredità incadescente e non ricevibile per i moderati conservatori, con effetto collaterale quello di far calare nettamente la affluenza.

D’altra parte Rouhani ha invece forgiato un narrazione (che è in parte reale), un “popolo” ed aveva un ben preciso obbiettivo sociale, in termini di gruppi di appoggio. La borghesia iraniana, frustrata dalle sanzioni e dal clima inospitale agli investimenti che la presidenza Ahmadinejad aveva impostato, ha scelto di dare ancora fiducia a Rouhani, e alle stime di crescita del PIL nazionale, dato in boom per il 2017.

A rimorchio tutto il ceto intellettuale e “giovanile” delle grandi città ha premiato le aperture culturali e politiche iraniane, tutte interne alla logica dei riformisti, volta a creare un paese “aperto” e disponibile ad attrarre i capitali e le esperienze esterne.

UN PROGETTO RIFORMISTA

Forzando la mano sulla via di una analisi per gruppi sociali, Rouhani è il presidente del nuovo ciclo dell’espansione borghese in Iran. L’apertura ai mercati esteri, sia per via diplomatica, con l’accordo sulle sanzioni, sia con la riforma e l’adattamento del sistema delle fondazioni e delle banche iraniane, è il contorno politico ad una condizione internazionale nuova, che vede l’Iran centrale negli scenari geopolitici mediorientali.

Per questo nella prima presidenza Rouhani hanno convissuto temi e scelte nettamente assertive e “ahmadinejadiane” (l’entrara in guerra in Siria, il supporto ai ribelli Houti, ecc), frutto della realpolitik iraniana, con aperture interne e del tutto “ideali”. Tale convivenza è riassumibile proprio nel grande progetto dei riformisti, volti a trasformare l’Iran in una grande potenza regionale, aperta economicamente (punto su cui Raeisi ha giocato molta della sua campagna) e disponibile ad integrarsi nel sistema economico eurasiatico, mediorientale e globale.

In questo senso i conservatori “scontano” un ritardo politico consistente. Se infatti i riformisti hanno saputo accogliere alcune tematiche prettamente conservatrici (vicinanza al blocco eurasiatico, legame speciale col Sudamerica), i conservatori non hanno saputo creare una narrazione di “apertura” e di inclusività sociale come invece hanno fatto, in senso rappresentativo, i loro avversari.

UNO SGUARDO PIÙ IN LA’

L’elezione appena trascorsa ha molto più significato se osserviamo che il paese è vicino ad un cambio sia generazionale che politico. I venti-trentenni nati subito dopo la rivoluzione (1980-1990) stanno addivenendo ad occupare nuove posizioni sociali, e, soprattutto, politiche. Giustamente, osservava un giovane iraniano, sostenitore di Rouhani, che “We are not voting for the next four years – we are voting for the next 40 years“[3].

La vittoria di Rouhani, infatti, rafforza l’indirizzo riformatore e meno rivoluzionario della politica iraniana, creando un “blocco sociale” alternativo alla gran presa che i conservatori e la “Destra pragmatica” hanno in alcuni gangli dello stato iraniano.

Una sconfitta di Rouhani ed una vittoria di Raesi avrebbero messo in condizione di superiorità alcuni settori centrali, come polizia, Basij, molte fondazioni, tradizionalmente terreno di caccia conservatore e feudo dei principalisti. In questo modo i conservatori, ed il loro protettore, Alì Khamenei, possono continuare a sorvegliare il governo riformista, il quale ha tuttavia dello spazio per le operazioni che considera preminenti.

In secondo luogo si avvicina la data del ricambio della Guida Suprema. Alì Khamenei, classe 1939, ha ormai 78 anni ed in Iran, sotto la cenere, si comincia naturalmente a pensare al suo successore. La Guida Suprema, costituzionalmente, viene eletta dalla Assemblea degli Esperti, un assemblea di religiosi di alto rango che viene confermata nei suoi membri dal Consiglio dei Guardiani, lo stesso che convalida o meno le candidature alla presidenza.

Tradizionalmente la Guida Suprema è una figura capace di mediare tra le varie anime della politica iraniana, essendo centrale come figura di raccordo.

Alcuni avevano fatto il nome proprio di Ebrahim Raisi come successore di Alì Khamenei. La sua sconfitta alle elezioni, se da un lato garantisce la sua eventuale idoneità alla carica di Guida Suprema ne frustra le speranze. Di certo c’è che il nuovo corso riformista, confermato da queste elezioni, pone una fazione in netto vantaggio nel piazzare una nuova Guida Suprema.

[1] Alì Khamenei, “The presence of the people in the elections frightens the enemy of the Islamic Republic”, 17 Maggio 2017
[2] Roland E. Brown, “Does Iran’s youth vote still matter?”, uscito su Iranwire il 19 Maggio 2017
[3] Citato in “Iran election: frantic campaigning as high-stakes vote goes down to wire”, di Emma Graham-Harrison, uscito in The Guardian il 18 Maggio 2017

(di Lorenzo Centini)