In memoria di Robert Miles

Il 10 maggio scorso ci ha lasciato, a soli 47 anni a causa del cancro, uno dei più rappresentativi dj italiani delle passate decadi: Roberto Concina, in arte Robert Miles. Salito in vetta alle classifiche nel 1995 con la canzone “Children”, Miles ha segnato in modo indelebile il mondo della musica elettronica degli anni ‛90, ha scalato le classifiche di mezzo mondo, con milioni di vendite e importanti riconoscimenti, per finire poi, in breve, relegato nella penombra.

Eppure Robert Miles, in quegli anni di ribollimento elettronico, è stato l’alfiere della musica “trance” ed un grande innovatore, ma è stato anche tra i migliori artisti italiani in assoluto nel campo dell’elettronica mondiale.

Robert Miles, di origine svizzera ma naturalizzato italiano, iniziò a lavorare come dj nelle discoteche italiane nei primi anni ‛90. Era il periodo del boom della musica elettronica, con l’emergere di tantissime tendenze e nuove strumentazioni capaci di scuotere le classifiche e le mode: il rave e l’elettronica “underground” coi Prodigy e i Chemical Brothers, i suoni cupi del trip-hop (una forma rallentata di hip-hop, lento e psichedelico) dei Massive Attack e di Tricky, scenari house ed eurodance nei Daft Punk – e questo solo per citare gli autori più noti.

Robert Miles, che dovette assumere questo nome “inglesizzato” per poter competere sui mercati internazionali, fece il suo debutto nel 1995, quando i suoni elettronici già scalavano le classifiche inglese ed americana. In quell’anno, Robert Miles lanciò la hit che lo ha reso immortale: “Children”.

Fu un successo internazionale incredibile: disco di platino nel Regno Unito e in molti altri paesi, cifre di vendita superiori al milioni ed un Brit Award nel 1997 (unico italiano ad averlo vinto) come “Rivelazione internazionale”. Quella canzone diventò un tormentone mondiale, e conferì a Robert Miles uno stile indelebile e tutto suo, versatile, complesso ma allo stesso tempo molto popolare.

Questo stile è la “trance” (per la precisione venne definita “dream trance”): suoni melodiosi ed accelerati, che conferiscono sensazioni di quiete e dinamismo allo stesso tempo, fondendo paesaggi ambient e ritmi techno. Altri noti artisti che possono rientrare in questo stile sono Armin Van Buuren, Paul Van Dijk e Faithless.

Nel 1996 uscì l’album “Dreamland”, un altro successo planetario: disco d’oro negli Stati Uniti, platino nel Regno Unito e in Germania, e doppio platino in Francia. Oltre 1 milione di copie vendute. Una cavalcata di quasi 1 ora e 20 venti, in universi spaziali e sognanti che, partendo da “Children”, si evolvono in diverse direzioni.

L’album, promosso da altri due singoli di successo come “Fable” e “One and One”, mantiene una incredibile organicità e rispecchia una fedele prosecuzione della prima hit di Miles: melodie armoniose, soffuse, paesaggistiche e nostalgiche, costellate da pianoforti. Un album che, se non altro per il successo ottenuto, può inserirsi a buon grado tra tutti i nuovi volti dell’elettronica di quel periodo, e rappresentare quella trance sognante e calmante che contrasta con quella cupa e claustrofobica di Faithless – altra icona del genere, che nel 1996 fece il suo trionfale debutto sulla scena.

La successiva carriera di Robert Miles non fu all’altezza del suo debutto e l’assenza di singoli imponenti come fu “Children” contribuì a relegarlo nel dimenticatoio. Nel 1997 pubblicò il secondo album “23 am”, piuttosto distante da “Dreamland”: più elettronico e sperimentale, con tendenze marcatamente ambient e parti cantate, non ottenne lo stesso successo del primo lavoro.

Fu poi la volta di “Organik” (2001), album solcato da atmosfere molto cupe e vicine al trip-hop e di “Miles Gurtu” (2004), album composto in coppia col musicista indiano Trilok Gurtu: qui troviamo suoni esotici e tribali, percussioni indiane e tracce jazz. L’ultimo capitolo di Robert Miles fu “Th1Rt3En” (2011), un album in stile rock ma con ancora aperture trance ed ambient.

Robert Miles, insieme a molti altri artisti, ci ricorda un tempo, non molto lontano, nel quale la musica elettronica europea vedeva numerosi artisti italiani ai vertici del successo. Gli anni dell’epopea di “Children” sono anche gli anni di “Open your mind” (1992) degli U.S.U.R.A., della melodica “Please don’t go” (1992) dei Double You, della eurodance pseudotedesca “Eins Zwei Polizei” (1994) di Mo-Do, fino al vero e proprio periodo aureo della italodance: “The Summer is magic” di Playahitty, “The Rhythm of the Night” dei Corona, conclusosi poi, alla fine del millennio, con l’emersione, in un filone sempre più dance e house, di Gigi d’Agostino, Eiffel 65 e Benny Benassi.

(di Leonardo Olivetti)