Consip, un’unica certezza: la magistratura la passa sempre liscia

Un figlio che parla con il padre. Che è preoccupato per gli esiti dell’inchiesta, che non vorrebbe lo danneggiasse alle primarie del partito. Che dice “papà dì la verità! lo hai incontrato Romeo?” Che, guarda un po’ che strano, ha un rapporto con il genitore. Scoperte dell’acqua calda, come si dice in gergo.

Che sia una telefonata preparata o meno (una vecchia volpe come Matteo Renzi potrebbe averlo anche pensato) è totalmente ininfluente. Ciò che conta è la sua rilevanza penale: zero. Al contrario della sua probabile rilevanza commerciale.

Il famoso “libro scandalo” di Marco Lillo, in uscita in questi giorni, certifica solo una cosa. Ovvero quanto accaduto nella vicenda Consip sia solo l’epilogo degno di una storia triste. La protagonista assoluta si chiama “magistratura italiana”, ovvero un’istituzione che altro non è che organizzazione (a questo punto non sappiamo quanto lecita, visto il proprio sudiciume ormai comprovato, almeno negli ultimi 25 anni di storia repubblicana), dedita, per qualsiasi livello di azione non rappresenti diatribe tra comuni cittadini, al perseguimento di precisi fini politici.

È stato così con mani pulite: leggasi il più grande bluff della storia etica italiana, un gigantesco costrutto del nulla basato sulla più ovvia delle verità, ovvero che i partiti della prima repubblica avessero bisogno di ingenti finanziamenti, ben superiori a quelli legittimi, per proseguire in una competizione elettorale forsennata.

In mezzo, certamente, qualche interesse personale (necessario al fine di dare un minimo di solidità ad una vicenda ombrosa che più ombrosa non si poteva), ma la storia del principale capro espiatorio di quella vicenda, Bettino Craxi, direi che fa luce più che bene sul grillismo anticipato che caratterizzò l’indignazione popolare: a distanza di 25 anni di questo fantomatico tesoro, nessuna traccia. Anzi, 200.000 tracce, robe che accumulava in una vita, un tempo, una buona insegnate a scuola, non viaggiando troppo.

Per estrema sintesi, rimane solo la conferma di ciò che Craxi aveva sempre sostenuto: i soldi erano per il partito, non per lui.

È stato così per Berlusconi. O meglio, per il ventennio berlusconiano, come viene impropriamente chiamato (a meno che qualcuno mi spieghi come sia possibile che 9 anni al governo tra il 1994 e il 2011 possano essere definiti “ventennio”, ma vabbè, la demagogia della sinistra italiana non ha mai avuto confini, a differenza del suo senso della realtà). Oltre 34 procedimenti giudiziari, oltre 50 inchieste, di cui la maggior parte si alternano tra: archiviazioni, prescrizioni e sì, è bene che lo sappiate, assoluzioni.

Un letterale fiume, un mare, un oceano di denaro pubblico gettato alle ortiche, utilizzato contro un esponente probabilmente troppo duro da abbattere con il singolo processetto e con la singola inchiesta, ben determinato a resistere corrompendo almeno lo stesso numero di testimoni presumibilmente corruttibili anche dai cristallini e immacolati giudici tanto adorati dai questurini Travaglio e compagnia bella.

Cercando prove ovunque. Negli ultimi anni, rimasti senza alternative, addirittura nelle abitudini sessuali dell’anziano signore di Arcore, in accuse sull’organizzazione della prostituzione completamente infondate. Spuntandola su un’evasione fiscale che, mi permetto di sostenere, per un’azienda come Mediaset era l’extrema ratio a fronte di ben più gravi accuse mai comprovate, che sapeva tanto di “ultima spiaggia”.

Chi non aveva i mezzi di Berlusconi, semplicemente non necessitava di troppo sforzo. Tra l’altro dalla carriera politica limpida, quasi cristallina. Non si parla di un uomo pieno di ombre, ma di un amministratore, mediocre o buono che sia, messo letteralmente alla gogna. Per Ottaviano Del Turco, esponente del Pd governatore dell’Abruzzo nell’ormai lontano 2008, basta un singolo processo, un’ accusa che comprende un po’ di tutto tranne l’omicidio. Dopo 8 anni di agonia, le dimissioni dalla carica, una carriera politica ormai distrutta, la Cassazione annulla praticamente tutte le accuse rivoltegli: corruzione, concussione, tentata concussione e falso.

Per Ignazio Marino, ex-sindaco di Roma, basta ancora meno: qualche bottiglia di vino usata per le cene di “rappresentanza”, sono sufficienti a farlo dimettere da sindaco di Roma. Salvo poi essere assolto successivamente. Storia stranamente prevedibile.

Per la Matteo Renzi ci è voluto qualcosa di più. Anzitutto puntare su qualcos’altro che non fosse la sua persona, evidentemente talmente stratega e calcolatore da rendersi bene conto con che razza di squali avrebbe avuto a che fare, memore anche dell’esperienza berlusconiana. E quindi concentrarsi sul padre Tiziano, reo di “traffico di influenze” (un neoreato ancora più strambo nell’analisi, ma restiamo nel tema principale) in una non meglio precisata relazione con il loschissimo imprenditore campano Alfredo Romeo.

Non solo un’inchiesta dalle dubbie premesse (non si capisce quando Tiziano avrebbe dovuto incontrare il suo compare di cene, bar o “non si ricorda” Romeo), ma anche dalle dubbie prove. Talmente dubbie che qualcuno ha ritenuto necessario crearsele. E così il capitano dei carabinieri Gianpaolo Scafarto, ammette candidamente di essere stato indotto da Sua Maestà Giustizia Woodcock a “interpretare” un’intercettazione a “modo suo”, sostenendo che la frase “devo incontrare Renzi” sarebbe stata pronunciata da Alfredo Romeo, mentre in realtà l’aveva emessa Italo Bocchino. Dettagli.

La verità è ben più semplice di tutti questi giri di parole: la magistratura italiana è un’ istituzione che, nei fatti, si comporta da ente senza moralità. Per lo meno per tutto ciò che concerne gli interessi alti. Ben spalleggiata da un giornalismo a cui di mettere all’angolo i potenti interessa meno di zero, a differenza della vendita dei suoi prodotti, delle copie dei suoi quotidiani e della ricerca ossessiva dello scandalo anche dove non c’è. Al punto che, esaurite le prove e sputtanati anche i loro simpatici “amici inquirenti” si abbassa a pubblicare un’intercettazione telefonica con rilevanza penale nulla.

Non c’è nessuna ragione raziocinante per credere che i giudici non rappresentino un’istituzione corruttibile almeno quanto la tanto vituperata politica, che non possano corrompere altre prove oltre quelle della sfortunata vicenda Renzi, che non è affatto da ritenere isolata solo perché, per puro caso, ne siamo venuti a conoscenza.

Lo ricordano ancora una volta gli anni di Berlusconi: mentre per il Cavaliere le testimonianze favorevoli erano sempre oggetto di indagine e di probabile inchiesta di corruzione (come nel caso del processo Mills, sebbene anche ivi il signore di Arcore, bada un po’ che strano, sia stato prosciolto, dopo i sempreverdi fiumi di denaro pubblico gettati al vento sopracitati), quelle contrarie erano tutte incorniciate, illuminate ed esaltate a valore autentico della verità rivelata (caso Ruby).

Forse – e nemmeno è da esserne certi – la magistratura può svolgere un lavoro utile per le scartoffie di una causa tra vicini, per un caso di omicidio locale. Siamo onesti. Ma quando ad essere coinvolti sono politici, imprenditori e personalità davvero importanti, è praticamente impossibile avere la benché minima fiducia.

Si fa prima a chiedersi quale interesse contrario stia spostando l’indagato di turno, piuttosto che augurarsi una sana e – attualmente – impraticabile, reale giustizia.

(di Stelio Fergola)