Scalea: “Accuse a Trump? Ecco come l’establishment lo sta annullando”

Le due nuove accuse a Trump vanno valutate separatamente, poiché una è inconsistente e sta già sgonfiandosi, mentre l’altra è più compromettente.

La prima è quella di aver condiviso informazioni classificate con interlocutori russi in un incontro ufficiale. Si può discutere dell’opportunità ma non certo della liceità per un Presidente di maneggiare le informazioni che riceve come meglio crede. La massima autorità democratica ha il potere di declassificare, ossia di divulgare, qualsiasi informazione, ed è normale che sia così – altrimenti si sarebbe in uno Stato di polizia in cui sono le forze di sicurezza a comandare.

Sull’opportunità, è bene evidenziare che Trump ha accennato ai russi di alcuni piani terroristici che Isis sta sviluppando: ci si lamenta dopo ogni attentato che non c’è abbastanza condivisione di informazioni, ma quando qualcuno le condivide, allora si ritiene che il “segreto di Stato” valga più delle vite umane che si potrebbero salvare. Inoltre, lo scambio di informazioni fa spesso parte d’uno scambio di concessioni politiche.

Un possibile problema è se l’informazione sia stata data con una ricchezza di dettagli tale da compromettere la fonte. Secondo i presenti, tra cui alti gradi militari come McMaster, ciò non è avvenuto perché nulla è stato detto su fonte e metodi di intelligence. Di opinione contraria è solo la fonte anonima della stampa anti-Trump.

Si è pure detto che ciò può creare tensione con Israele, il partner che aveva fornito l’informazione condivisa coi russi. Ciò è vero, ma il problema nasce non da Trump che condivide privatamente una soffiata coi russi, ma dagli articoli di stampa che rivelano dettagli riservati della conversazione del Presidente americano con Lavrov, svelando persino la fonte delle notizie di intelligence – che, per quanto ne sappiamo, Trump non aveva rivelato ai russi.

In tutto questo, se un problema c’è, è il fatto che l’Amministrazione Trump abbia delle gole profonde che spifferano tutto ai media d’opposizione, disposti pur di attaccare il Presidente a mettere a repentaglio la collaborazione d’intelligence con gli alleati.

Più seria è, invece, l’accusa di aver ostruito le indagini del FBI facendo pressioni sull’ex direttore Comey. In merito è la parola di Comey contro quella di Trump, ma in genere le relazioni di agenti del FBI sono tenute in alta considerazione anche come prove.

Certo il problema è dimostrare che Trump abbia davvero intimato a Comey di non seguitare nelle indagini su Flynn, il che non è semplice vista l’ambiguità delle parole che gli sono attribuite. L’attuale direttore facente funzioni del FBI in audizione al Senato ha escluso che l’Amministrazione abbia mai ingerito nelle indagini sul presunto legame Trump-Mosca.

I legislatori repubblicani non hanno grande entusiasmo per Trump ma nemmeno l’interesse a mandare avanti un impeachment da cui uscirebbe distrutta la loro credibilità (dovrebbero ammettere di aver dato la nomination a un agente nemico – tesi che en passant ritengo del tutto assurda, buona per gente che ha visto troppi film di James Bond).

Rimango convinto che Trump arriverà a fine mandato, ma la spada di Damocle delle indagini e dei sospetti agitata per quattro anni sul suo capo servirà a logorarlo in vista delle prossime elezioni.

Soprattutto, crea per lui un rapporto di dipendenza verso la maggioranza parlamentare del suo partito, così che probabilmente sarà Trump a dover seguire l’agenda dell’establishment repubblicano, e non viceversa. Il “deep state” difficilmente può far fuori Trump senza suscitare grandi scossoni politici e sociali, ma in compenso ha numerose armi per neutralizzarlo (cioè normalizzarlo).

(di Daniele Scalea)