La trappola di Conrad: come avrebbe distrutto due armate italiane nel 1915.

Qualora una persona, nel 1915, avesse preso in mano la cartina geografica dell’Europa e avesse analizzato il confine fra Italia e Austria-Ungheria avrebbe visto quasi una sola cosa: montagne.

Montagne dallo Stelvio al mare, Alpi e Prealpi che corrono per i 655 km di confine. Il paesaggio cambia leggermente dalla Carnia in poi, finito infatti l’altopiano montuoso si apre, vicino al fiume Isonzo, una zona più pianeggiante, segnata da colline e rilievi che passando per Gorizia si apre direttamente su Lubiana.

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Mentre l’Europa già da un anno era calpestata dagli stivali di milioni di soldati sul fronte francese, russo e serbo, l’alto comando italiano stava studiando una strategia per aggredire l’ex alleato austriaco. Già, perché l’Italia, che cercava disperatamente di sganciarsi dalla Triplice Alleanza, che la vedeva unita a doppio filo con gli Hohenzollern di Germania e gli Asburgo d’Austria, i cosiddetti Imperi Centrali, aveva cambiato sottobanco schieramento, passando dalla parte della Triplice Intesa (Impero Britannico, Impero Russo, Francia).

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Salandra, Sonnino ed il re lavorarono alacremente per avvicinarsi all’Entente Cordiale, voltafaccia che, su promessa britannica, prometteva al neonato Regno sabaudo fior fior di ricompense in Dalmazia. Il capo di Stato Maggiore generale Cadorna venne così avvisato, in maniera altresì rocambolesca, del nuovo cambio di fronte: vennero cancellati tutti i piani che prevedevano il sostegno alla Germania sul Reno per concentrarsi sul confine orientale.

Ecco che ora, il nostro Stato Maggiore, vide il terreno su cui avrebbe scagliato migliaia di fanti italiani. Il piano d’attacco prevedeva: atteggiamento difensivo sul fronte Trentino (difeso dalla I armata), offensiva a fondo sul fronte Giulio in direzione di Lubiana e Zagabria (II e III armata), eventuali offensive concorrenti dal Cadore e dalla Carnia (IV armata).

Era la stessa geografia in verità ad indirizzare lo sforzo italiano sull’Isonzo. Il Gen. Cadorna prevedeva di conseguenza di sfondare su questo fronte e di raggiungere Lubiana aprendosi così la strada per Vienna, obiettivo da raggiungere in tre mesi. Lo Stato Maggiore puntava ad “andare al cuore della monarchia asburgica” con le sole truppe disponibili e con un piano in sé semplice ma potenzialmente efficace.

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L’offensiva sull’Isonzo verso Gorizia e Lubiana era così ovvia e allo stesso tempo necessaria per l’Italia, che venne prevista anche da Franz Conrad von Hötzendorf, Capo di Stato Maggiore dell’Imperialregio esercito Austriaco.

L’esercito asburgico versava, dopo un anno di guerra, in una situazione terribile: aveva perso già un milione di uomini e per poter rimpiazzare le perdite compì uno sforzo enorme. La Serbia, ovvero la polveriera che esplodendo infiammò l’Europa, resisteva con tenacia agli invasori, mentre in Galizia i russi erano in ritirata dopo un vittorioso contrattacco austriaco.

L’entrata in guerra dell’Italia a fianco dell’Intesa doveva rimanere un segreto, nonostante ciò ormai tutti erano a conoscenza delle intenzioni italiane, in primis tedeschi ed austriaci. Prevedendo quindi la strategia degli ex-alleati il generale austriaco, da sempre fortemente anti-italiano, aveva ideato un piano molto semplice ma nella sua linearità geniale.

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Il piano prevedeva di sfruttare lo stesso assalto degli italiani per ritorcerglielo contro e neutralizzare, se non distruggere, due armate già nei primi mesi di guerra. Uno shock del genere avrebbe sicuramente mandato in tilt il paese, tanto più che il nostro Alto Comando non credeva in una forte resistenza nemica e puntava di arrivare a Vienna in breve tempo.

Conrad aveva quini pianificato di lasciare sfondare gli italiani sull’Isonzo, facendoli dilagare verso Gorizia e quindi, penetrati nella pianura Slovena, di farli trascinare dall’entusiasmo per l’avanzata verso la conca di Lubiana. Qui, dieci divisioni, tedesche per lo più, avrebbero circondato il nemico chiudendo il passaggio per l’Italia e Gorizia con una manovra a tenaglia.

Circondando le due armate italiane impiegate nell’assalto e così annientandole. La vittoria sarebbe stata totale: non solo avrebbe fortificato l’animo e lo spirito dell’intero Impero, dei generali e dello stanco Imperatore, ma avrebbe eliminato l’Italia dalla guerra, sfiduciando così gli alleati e, magari, si sarebbe riuscito a strappare ai Savoia anche la compensazione per la pugnalata alle spalle.

Dobbiamo ringraziare il Generale tedesco Erich von Falkenhayn, che si rifiutò di inviare rinforzi a Conrad sguarnendo così il fronte francese, se il nostro esercito non cadde in una ben pianificata imboscata. Conrad dovette così cambiare strategia: fortificò i confini, si ritirò sulle vette maggiori e più difendibili e riuscì, con sole 14 divisioni, contro le 35 italiane, a frenare le “spallate” che dal 23 giugno al 29 novembre il generale Cadorna lanciò in Carnia e sull’Isonzo.

Questi reiterati e folli attacchi causarono la morte in questi primi mesi di guerra di ben 400.000 uomini solo da parte italiana. Qualora il generale austriaco avesse ricevuto i rinforzi tedeschi le vittime sarebbero state ben maggiori.

(di Marco Franzoni)