Saviano, Gomorra e i danni di un abusato diritto di cronaca

Una vecchia tesi cara a una certa concezione del mondo vede nell’arte e nelle sue diramazioni, come la cinematografia, uno specchio fedele della realtà. Da questo punto di vista il diritto di cronaca e di denuncia risulta sacrosanto e da esercitare sempre e comunque. La questione che vado ad argomentare parte da un assunto diverso, secondo cui i rapporti in causa seguono logiche molto più complesse. Esse sono il più delle volte sconosciute alle moltitudini ed ai loro settori più avanzati, ma delle suddette logiche è opportuno prendere coscienza per evitare di risultarne ingabbiati.

Tutta la saga proveniente dal romanzo di Roberto Saviano Gomorra dovrebbe essere sottoposta a un particolare tipo di analisi critica. Ciò non tanto per la qualità, piacevole o meno, dei temi affrontati o per la capacità di esporli in modo tecnicamente professionale, ma per tutta una serie di problematiche emerse. Esse sono di altro tipo, e hanno a che fare con la penetrazione nella comunità campana di fenomeni criminali non endogeni. I processi di autodeterminazione possono essere forzati anche in questioni prettamente negative, come il contesto criminale di uno spazio geopolitico. Il fatto che nel territorio campano siano presenti già situazioni di rilievo storicamente sedimentate, la camorra appunto, non vuol dire che non si possa ulteriormente peggiorare. La questione di fondo è la oramai emulazione stabile, da parte di grosse fette di giovani, dei personaggi della serie televisiva.

Non è un dato di fatto incontrovertibile la legittimità, da parte di agenzie cinematografiche multinazionali, a girare una serie televisiva nel territorio campano sapendo benissimo dei fenomeni emulativi che questa serie avrebbe generato. Non è un diritto – tanto invocato dagli alfieri del pensiero unico in versione radical chic – quello di introdurre nella società napoletana un ulteriore virus che provoca un salto di qualità dello già sfiancate rapporto camorra/vivere civile. Chi parla con tanta leggerezza di televisione – erigendosi a esperto di comunicazione e paladino del diritto a rappresentare la realtà – dovrebbe conoscere bene i meccanismi ai quali la TV sottopone i suoi spettatori. L’azione fondamentale che la TV ha nell’inconscio della persona – con tutto il suo complesso di “programmazione” e modelli di vita proposti – è tranquillamente riscontrabile negli effetti che essa ha sulla mente degli spettatori. Rimanendo sul caso Gomorra, è da notare come l’effetto emulativo riesca a far presa addirittura su 30enni o più anziani ancora, e quindi su persone la cui mente è per motivi storici meno permeata agli influssi della tecnologia televisiva o telematica. Questo dato è una cartina tornasole per capire cosa accade nella psiche di soggetti che in queste tecnologie ci sono nati. Nel saggio Homo Videns Giovanni Sartori evidenzia i meccanismi di funzionamento del cervello, proprio in chi – nato nel mondo dell’apprendimento tramite schermo – perde la capacità di astrazione che si esercita invece leggendo. Una capacità, questa, che rafforza anche tutti quegli strumenti di scelta, discernimento e canalizzazione dell’intelligenza a fini utili e positivi.

Tornando alla questione a carattere emulativo criminale, troppo spesso ormai si hanno, ad esempio, notizie di baby gang che nel napoletano agiscono armate di pistola sparando tra la folla. Queste si richiamano alle vicende dei protagonisti della serie – li emulano negli atteggiamenti e parlano come loro – cedendo a situazioni di sdoppiamento identitario, laddove le identità sono già fragili e da costruire. Un paragone simile lo si può fare con l’equivalente romano della serie Romanzo Criminale. Prendiamo spunto solo dalla vicenda più recente del massacro di Emanuele Morganti ad Alatri da parte di un gruppo di individui, che la vulgata giornalistica consacra all’anonimia del branco. Uno di loro, tra gli autori del delitto, si richiamava proprio alle gesta di uno dei protagonisti della serie sulla Banda della Magliana. Ora, noi non possiamo invocare un’azione di organi istituzionali a riguardo – anche se sarebbe del tutto legittima – ma una conoscenza del fenomeno ad ampio raggio può portare, quanto meno, a non rimanere incappati nei suoi meccanismi inconsci deleteri. Del resto a livello politico per agire in difesa del popolo campano, si sarebbero dovute vietare le riprese della serie. Ma ciò sarebbe stato chiedere alle istituzioni locali napoletane di esercitare un potere che non gli è proprio, anche se ben altri divieti sono stati invocati per nemici sostanzialmente fittizi (vedi questione convention Salvini).

Tornando al diritto di cronaca, le vicende di come funziona tutto il comparto criminale in determinati quartieri di Napoli si conoscono benissimo in loco. Diversamente, non è necessario che esse debbano essere raccontate così minuziosamente in altre zone d’Italia o del mondo, per la gioia di spettatori per lo più ignari del danno che la cosa provoca. Un danno, lo ripetiamo, che si aggiunge ad un tessuto che già soffre di una sua peculiare criminalità endemica. E’ fuori dubbio, inoltre, che tutte le pratiche conseguenti alla visione del film e della serie hanno portato ad un notevole salto di qualità dei livelli criminali, in chiave regressiva ovviamente. Pensiamo a come il fenomeno sia dilagato nelle scuole, a partire dalle elementari. Abbiamo bambini traumatizzati dalla violenza comunicativa, verbale e psicologica della riproposizione nelle scuole degli atteggiamenti dei protagonisti. Non a caso gli abitanti del quartiere Scampia avevano già manifestato la loro contrarietà alle riprese, difendendo la Napoli che non vuole arrendersi al trionfo dello stereotipo del sottoproletariato illegale. Stesso il judoka Gianni Maddaloni – gestore di un centro sportivo a Scampia e padre del campione Pino – ha dichiarato che, a seguito della diffusione della saga, un intero lavoro di anni è andato distrutto.

Si può, poi, anche affrontare il discorso dal punto di vista strettamente qualitativo e cinematografico. A parte che la vita dell’autore del best-seller, mostra esattamente come far carriera sull’argomento camorra, e poi andare placidamente vaticinare dalle sedi, emblematiche, del nuovo potere mondiale totalizzante (Tel Aviv, New York, gli studi della De Filippi). Ma poi nel film, come nella serie, si parla un dialetto e un gergo non consono alla città di Napoli. Alcuni passaggi, inoltre, toccano degli spaventosi picchi di angoscia nell’animo dello spettatore, sia per le cose descritte che per le sensazioni evocate. Qui, però, si dovrebbe fare un discorso più complessivo riguardo il trionfo del brutto in arte e circa la manipolazione, in chiave artistico o cinematografica, dei fluidi più degradati della persona. Un discorso per il quale, tornando all’inizio dell’articolo, bisogna sapere che le dinamiche presenti nella società sono molto più ampie di quelle legate ad una semplice dialettica realtà/tv e diritto di cronaca/fatto sociale.

Un vero capolavoro sulla questione è stato, invece, Il camorrista di Giuseppe Tornatore. Possiamo fare delle differenze, poiché in questo film l’argomento viene trattato con una forte analisi critica verso il ruolo del camorrista, nient’affatto mitizzato, anzi visto come una pedina di giochi di potere molto più alti. Oltre alla bravura nel narrare tecnicamente i fatti, che non calca la mano sul colpire l’inconscio dello spettatore, importante è anche il ruolo della controparte relativa ad istituzioni e società civile. Questa controparte è attiva nel film di Tornatore, diversamente dal film e dalla serie Gomorra nella quale non è presente nemmeno un poliziotto. Tuttavia, anche per Il Camorrista, è innegabile il fenomeno di empatia mostrato verso i protagonisti, anche quelli più neri. Questa cosa è nella logica stessa della narrazione e nella composizione della psiche umana, perciò non si deve concepire come neutra l’esposizione alla cinematografia in generale.

Tutte queste cose enunciate dovrebbero aiutare a riflettere, al fine di sviluppare una vera capacità critica che va al di là dei luoghi comuni e degli stereotipi ideologici dei paladini della democrazia e del diritto. Essi vedono queste categorie come una sorta di ossessione da esercitare sempre e comunque. E ciò anche a discapito del vero diritto democratico dei popoli a non essere violentati da forze estranee, e del diritto alla serenità del vivere collettivo, manomessa da virus inconsci non facilmente identificabili. A ringraziare di tutto, naturalmente, è il potere. Potere inteso non come un naturale processo di autodeterminazione, personale o collettivo, ma nel senso di una struttura sovraordinata e calata dall’alto. Una struttura che si avvale delle armi del pensiero unico, del politicamente corretto, della retorica dei diritti e di vecchi modelli di analisi quantomeno inesatti se non in mala fede.

(di Roberto Siconolfi)