“La figlia femmina”: il peso del silenzio nella realtà della pedofilia

Il silenzio è un pesante velo posto sul volto della verità. Il silenzio alza muri invalicabili. Alcuni silenzi pesano più di altri, e corrompono irreparabilmente l’esistenza delle persone che si amano. E’ il silenzio di una madre, il suo gran rifiuto di guardare negli occhi la verità, a condizionare la vita di una figlia e riflettere un pensiero diffuso, un’omertà velenosa: la perenne illusione del “quieto vivere”; l’idea che il Male sia sempre lontano e che nel nucleo sacro della propria famiglia non esista, non possa esistere, alcuna zona d’ombra.

Non è un esordio leggero, quello della giovane scrittrice Anna Giurickovic Dato. Classe 1989, catanese trapiantata a Roma, appassionata di criminologia, ha scelto l’arma della narrativa per portare all coscienze un argomento tanto oscuro quanto spesso sottovalutato e ignorato: l’abuso sessuale in famiglia, gli effetti delle violenze, la coltre di omissioni e bugie che mascherano la perversa realtà dell’incesto.

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Questo, in poche parole, il cuore del suo romanzo “La figlia femmina” (Fazi Editore, 2017). Un esordio coraggioso, ricompensato da una candidatura al Premio Strega e al Premio Campiello Opera Prima, per addentrare il lettore nella quotidianità di una perfetta famiglia disfunzionale; una famiglia altolocata nella quale gli sforzi di una madre, Silvia, per mantenere intatta la propria apparenza di normalità e la propria illusione di felicità si spingeranno fino ad ignorare la cruda evidenza: Maria, sua figlia, è da anni vittima degli abusi perpetrati dal padre.

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Un padre, Giorgio, alto funzionario del governo italiano, che nutre pensieri malati sulle bambine e riversa sulla sua stessa figlia le proprie perversioni. Non si cada tuttavia nell’errore di pensare a questo romanzo come un volgare compendio di parafilia, né un’opera nella quale i ruoli di “buono e cattivo” sono ben definiti fin dall’inizio: l’ambiguità di tutti i suoi personaggi, cominciando in particolare dalla piccola Maria che ormai adolescente tenta di sedurre il fidanzato di sua madre, è l’elemento costante di tutta la narrazione e forse il tratto più disturbante, perché osservando più da vicino ognuno dei protagonisti è al contempo vittima e carnefice degli altri e di sé stesso.

La maestria dell’autrice si svela proprio in questo intreccio di menzogne e verità, in un romanzo di centonovantadue pagine che tiene incollati ad ogni singola parola, e nel suo stile di narrazione dolce, femminile e al contempo intenso. Righe di puro cianuro, dolci e letali, che non permetteranno più di chiudere gli occhi sulla verità.

Quella de “La figlia femmina” è una storia, ambientata tra le vie di Rabat e Roma, che mostra una realtà ignorata, scomoda, fastidiosa. Anna Giurickovic Dato, nell’intervista che ci ha concesso, la illustra e ci spiega le motivazioni dietro la propria scelta.

Presentiamo la vera protagonista di questo romanzo, la sua autrice. Ventisette anni, già candidata al Premio Strega e al Premio Opera Prima con il suo romanzo di esordio, “La figlia femmina”. Chi è Anna Giurickovic Dato, in parole sue?

Prima che una scrittrice sono una studentessa. Ho fatto giurisprudenza e ora sto facendo il dottorato in diritto pubblico alla Sapienza con una tesi fra il diritto amministrativo e il diritto costituzionale. Sono molto appassionata di criminologia, e fin da piccola mi immergevo nelle letture di cronaca e nelle analisi della mentalità del criminale. La psicanalisi, in particolare, è una scienza che mi interessa molto.

Hai scelto di trattare il tema, non facile, degli abusi sessuali in famiglia. Da dove nasce l’idea per il tuo romanzo?

È nata dai miei studi e dalla mia passione per la criminologia. E’ nata anche perché io sono una donna molto interessata alle decisioni che riguardano le donne. E ciò che più mi appassiona sono i crimini famigliari, perché questi hanno un ingrediente in più rispetto agli altri crimini: nel crimine famigliare spesso c’è l’amore. L’amore in senso lato, l’amore sbagliato e deviato, violento e narcisista. Ho voluto trattare questo argomento perché è tutt’oggi visto come un tabù. Parlare dell’incesto e dell’abuso sessuale in famiglia, dà fastidio e io non lo trovo giusto perché un crimine molto più diffuso di quanto non si pensi. E’ un’ingiustizia soprattutto verso le vittime, che spesso non denunciano per paura.

Maria, la piccola protagonista e la vittima degli abusi del padre, si dimostra rancorosa, vendicativa, per certi versi inquietante. Cosa avviene nella sua psiche a seguito delle violenze?

Una delle possibili conseguenze degli abusi sulle femmine è l’eccessiva sessualizzazione delle relazioni, sia con i coetanei che con gli adulti. Questo è un fenomeno che non riguarda il sesso in senso stretto: la bambina non ricerca sesso, ma attenzione e affetto. Il messaggio che ha interiorizzato è: l’amore e l’affetto possono essere ricevuti solo in cambio della propria sensualità. In una famiglia dove ci sono disattenzioni e carenze da parte dei genitori, la maggiore attenzione è data dal carnefice. Per questa ragione Maria, da bambina vittima, continua a essere vittima, ma in un altro modo: il suo urlo di sofferenza si traduce nel tentare di sedurre il fidanzato della madre. E’ una vendetta verso la madre assente, ma anche un tentativo per proteggere la madre, l’ultimo affetto che le è rimasto, dalla “minaccia” di un uomo che lei percepisce come fragile; e in terzo luogo protegge sé stessa dal rischio di un abbandono da parte della madre. Un abbandono affettivo, non fisico.

Arriviamo appunto al personaggio di Silvia, la madre. Lei scorge i segnali della perversione del marito, ma sembra ignorarli. Si può dire che abbia rinunciato a guardare in faccia la verità per mantenere l’illusione di avere una famiglia ideale?

Sì, il sogno della famiglia ideale, da “Mulino bianco”, che lei spera di aver costruito. Lei stessa ha alle spalle una storia di abbandoni: è orfana di madre e il padre è una presenza molto debole, senza polso. Si ritrova legata a un uomo molto più grande di lei, che diviene il perno della propria sicurezza in sé stessa. Il motivo per cui non presta attenzione alle perversioni di suo marito è una difesa psicologica, qualcosa di quasi non voluto. Nella cronaca spesso si parla di “madri conniventi”, non perché loro vogliano vedere i propri figli abusati, ma perché davanti a un’esperienza così traumatica la tendenza è quella di insabbiare: fingere che questo orrore accada solo agli altri, mai ai propri figli.

Giorgio, il padre e autore degli abusi, è comunque una figura centrale per Maria. Si può amare il proprio carnefice?

Sì, è una specie di sindrome di Stoccolma. Quando il bambino viene spinto alla sessualità in maniera così precoce, non si rende naturalmente conto dei danni che questa cosa provoca. Vive un “piacere” e al contempo un disturbo per questo “piacere”, e la prima conseguenza è il senso di colpa: accusa sé stesso, non il carnefice. Il motivo principale per il quale questi crimini non emergono non è la paura in sè, ma è l’amore: il timore delle conseguenze che avrà la denuncia verso il padre o comunque il soggetto che abusa, e con il quale c’è spesso un rapporto di affetto e soggezione.

Per tua esperienza, quanto è diffuso il fenomeno dell’abuso in famiglia?

È più diffuso di quanto non si pensi e purtroppo è difficile da scoprire. Le denunce raccontano solo una piccola parte degli abusi reali, e di questo solo l’1% arriva alle autorità giudiziarie. L’intervento nelle scuole è molto importante: il bambino abusato si relaziona con gli altri, e spesso si esprime in maniera eccessivamente sessualizzata, ad esempio mostrando curiosità per le parti intime degli altri. Nei documenti che ho avuto modo di analizzare, uno dei maggiori indizi di abusi viene dai disegni: il bambino disegna organi sessuali o forme falliche evidenti. Qui però c’è anche un rischio opposto, e ti cito un romanzo di Simonetta Agnello Hornby, “Vento scomposto”, dove si parla di un accanimento verso un padre innocente che viene accusato di aver abusato di sua figlia perché i suoi disegni e i suoi comportamenti sono stati male interpretati. Si dovrebbe fare in modo che le autorità siano in grado di “filtrare” gli elementi, sia appunto per evitare di perseguire innocenti che per riconoscere i veri colpevoli. Gli strumenti ci sono, il problema è proprio far emergere il fenomeno.

Come viene trattato il fenomeno degli abusi in famiglia dai mezzi di informazione?

Un anno fa ci fu il caso della piccola Fortuna, una bambina abusata dal padre con la connivenza dalla madre e poi uccisa. Questo caso venne trattato in maniera secondo me sbagliata. Se ne parlò tantissimo, ma per poco tempo, e credo che ciò sia a causa della “pesantezza” dell’argomento. Inoltre molti giornalisti commentarono dicendo che queste cose accadono esclusivamente nelle famiglie povere, nei contesti disagiati. Non è vero. E’ una parafilia sessuale, una malattia, e non è una malattia legata alla povertà. Non c’è motivo di credere che questa accada di più nei contesti svantaggiati rispetto a quelli agiati. Proprio per questa ragione nel mio libro ho inserito questo avvenimento in una famiglia altolocata, per contrastare questa falsa credenza. Una credenza che non condivido, non solo perché discrimina i ceti sociali più bassi, ma perché è un modo per “allontanare” il problema: per dire, queste cose succedono “là”, non “qua”.

Concludiamo parlando della tua esperienza di scrittrice. Qual è stato il tuo percorso?

Ti dirò, io all’università ero molto brava; a scuola invece ero terribile, una ribelle. Per “tenermi buona” una maestra mi spinse a scrivere un diario, e alcuni pezzi di questo diario furono pubblicati sul Corriere del Sud. Ho iniziato a scrivere seriamente in tarda adolescenza, quando alcuni miei racconti vinsero dei concorsi e alcuni di essi furono anche pubblicati. Da lì ho iniziato a dedicarmi seriamente alla scrittura: a scrivere per alcune riviste e testate di cultura e a frequentare scuole di scrittura creativa, come quella della RAI, il corso di scrittura teatrale alla Sapienza, e soprattutto le scuole di Valeria Viganò e Andrea Carraro, che sono i miei due grandi maestri. Fino ad approdare a Fazi Editore, in circostanze molto simpatiche: avevo mandato una mail alla casa editrice, che fu ignorata, perciò andai al Salone del Libro di Torino con le foto della editor della narrativa italiana di Fazi. L’ho trovata e l’ho fermata per dirle di leggere la mia mail. L’ha letta, e poco tempo dopo mi ha chiamato per firmare il contratto.

(di Federico Bezzi)