L’analisi scientifica condotta da Karl Marx

Nella “Prefazione” al “Il Capitale”, Marx ricorda che egli “tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti”. Gli uomini concreti, in tutta la loro complessità, sono dunque lasciati da parte onde considerarli solo quali maschere di rapporti sociali. Questo il punto di vista fondamentale. I rapporti sociali d’insieme che si stabiliscono tra gli individui sono certamente assai ricchi di sfaccettature, di sfumature, di angolazioni molteplici.

E, per quanto considerati nella loro più ampia multilateralità, mai esauriranno la complessità indefinita della “realtà” sociale. I rapporti sociali di produzione, fulcro del concetto di “modo di produzione”, sono però assai più semplici: nel capitalismo, e secondo Marx, essi riguardano essenzialmente gli individui in quanto portatori delle funzioni concernenti la proprietà dei mezzi di produzione e la prestazione di forza lavoro venduta come merce. E’ come se la “realtà” fosse strutturata secondo una serie di livelli dei rapporti sociali: il livello della “trama”, a maglie molto larghe, che “regge” tuttavia diversi livelli di “ordito” a maglie via via più strette. Il “modo di produzione”, il concetto centrale della scienza marxiana, si interessa del primo, del livello della “trama”. O, se si preferisce un’altra analogia, diciamo che è lo “scheletro portante” del “corpo sociale complessivo”.
Gli uomini che entrano fra loro in relazione nei rapporti di produzione non sono quelli dotati di tutte le loro prerogative di individui umani.

Questi ultimi non sono necessariamente a una dimensione, alienati, puramente schiavi di una società dello spettacolo, e tutta una serie di altre considerazioni unilaterali elaborate da “filosofi” sociali che sinceramente mi appaiono lontane dalla “realtà”. Tanto per fare un esempio piuttosto significativo di certa mentalità di coloro che hanno trattato degli individui in società, ci sono stati dei pensatori assai superficiali che hanno criticato la teoria neoclassica, quella dei concetti marginalistici, perché partiva dalla considerazione dell’homo oeconomicus. Orrore!

L’uomo non può essere suddiviso in tanti spicchi, non deve essere privato della sua meravigliosa complessità di essere umano! Simili posizioni sono per me estremamente ingenue e vuote di qualsiasi significato conoscitivo. E’ più che lecito indagare questo essere secondo varie angolazioni, che non hanno alcuna pretesa di rappresentare diverse porzioni dell’uomo, ma solo di evidenziare alcune sue particolari funzioni, alcune sue prestazioni, poste comunque, pur secondo differenti punti di vista, come quelle decisive, quelle che ne determinano le principali azioni considerate strutturanti le maglie larghe, portanti, della trama di quella data società.

La critica al marginalismo deve mettere in luce che tale teoria presuppone la decisività e preminenza delle prestazioni (in specie, ma non solo, quelle economiche) degli individui, presi in sé e avulsi da ogni forma sociale; per cui tali (prest)azioni appaiono quali mere scelte individuali (e la teoria in questione è infatti una non banale, e tanto meno falsa, “teoria delle scelte”). Solo dopo (un dopo “logico”), si presta attenzione alla società, i cui rapporti a maglie larghe sono appunto definiti in base alle scelte individuali in questione; e soprattutto riferendosi alle scelte effettuate in quel luogo chiamato mercato. Marx parte invece preliminarmente dalla società e considera fin da subito la forma specifica delle relazioni tra i componenti della stessa. Una forma assunta in base alla proprietà (potere di disporre) dei mezzi di produzione; e il cui mutamento caratterizza le diverse “epoche della formazione economica della società” (Marx).

I rapporti fondanti la società capitalistica non riguardano, per tale pensatore, scelte semplicemente individuali – e l’individuo non è un “singolo” che si confronta con i beni a disposizione per soddisfare i suoi bisogni – bensì sono relazioni, decisive e pur sempre a maglia larga, tra i proprietari dei mezzi produttivi e i “liberi” prestatori di forza lavorativa.

Proprietario capitalista e “proprietario” di mera forza lavoro sono “uomini” nello stesso senso dell’“homo oeconomicus” dei neoclassici; cioè, in definitiva, non lo sono affatto, sono semplici “portatori di funzioni”. Solo che i neoclassici fondano la struttura decisiva dei rapporti sociali sulle scelte individuali – guidate da un presupposto sistema di bisogni e quindi da una domanda dei beni necessari a soddisfarli, effettuata con razionalità in base all’intensità dei vari bisogni e alla quantità disponibile di questi beni – mentre Marx tratta le azioni individuali in quanto orientate, “in ultima analisi”, dalla struttura decisiva, quella appunto a maglie larghe e nel settore della produzione, della società. In questo senso, gli individui di cui si tratta ne “Il Capitale” (sua massima e decisiva opera teorica), non sono uomini come pensano certi filosofi, che di Marx non hanno capito nulla di nulla (in genere nemmeno l’hanno veramente letto), bensì semplici punti d’intersezione della rete di rapporti sociali, quei rapporti definiti appunto “di produzione” nella loro “storicamente determinata” (sempre termini del “nostro”) forma capitalistica.

In poche parole, esistono delle strutture di rapporti tra singoli – non pensati nella loro complessità individuale di uomini – che costituiscono l’oggetto dell’analisi scientifica. Ed è ora di dire con chiarezza che la scientificità sussiste pure nella teoria formulata dall’“economica” tradizionale; in tal caso, essa riguarda semplicemente la scelta del singolo, intesa quale azione orientata da criteri di razionalità strumentale tesi alla massima economizzazione dei mezzi indispensabili al conseguimento di uno scopo prefissato: la soddisfazione di un bisogno e poi la combinazione dei fattori produttivi per ottenere un dato prodotto.

Tale scopo è certo scelto dall’individuo umano nella sua complessità: può quindi essere un fine buono o cattivo, giusto o ingiusto, egoistico o filantropico, ecc. ecc. Una volta però posto lo scopo, il singolo dismette la sua complessità umana, si trasforma – viene trasformato al fine di costruire una teoria dell’azione – in un soggetto razionale, che decide come raggiungere quell’obiettivo nel migliore dei modi possibile; intendendo migliore, nell’ambito di questa concezione, come sinonimo di razionale, e razionale come sinonimo di impiego del minimo sforzo.

Questo è un punto di vista – crititicabile da parte di un marxista che ne assume uno ben diverso – ma non è semplice ideologia, intesa nel suo senso di falsa coscienza. L’ideologico si insinua nella scienza economica neoclassica tramite il solito, non esplicitato, spostamento di significato. La semplice teoria (razionale) delle scelte – che, in quanto tesa a spiegare portata e senso (significato e direzione) di certe azioni individuali in una situazione data, ha carattere prettamente conoscitivo – viene mutata in una teoria della costituzione di società mediante attività strettamente individuali nel mercato; in tal senso la teoria detta marginalistica non fa che portare alle estreme conseguenze, con eleganza formale (matematica), la tesi smithiana della “mano invisibile”.

Per questi motivi, è sufficientemente giustificato denominare neoclassica tale corrente di pensiero economico, malgrado la diversità piuttosto netta in termini di teoria del valore utilizzata: valore-utilità invece che valore-lavoro, il che significa la sostanziale identificazione del valore con quello d’uso, sia pure “al margine”, quello dell’ultima dose di bene di cui il consumatore può disporre. Di conseguenza, la centralità teorica (la premessa da cui il resto discende) viene posta nella domanda (consumo) invece che nell’offerta (produzione).

Anche Marx sviluppa in definitiva un’analisi scientifica e si pone il fine (cruciale) di individuare, fra l’altro, la divisione in classi antagonistiche di ogni società storicamente conosciuta: le classi che producono l’intero prodotto e quelle che si appropriano del plusprodotto facendone il fulcro della loro azione tesa al dominio e all’egemonia sociale complessivi. Queste classi sono formate da maschere di rapporti sociali, da persone che incarnano dati rapporti sociali, ecc. Anche il pensiero di Marx subisce però una torsione ideologica da parte del marxismo: dalla “maschera” all’“uomo”. Esistono uomini proprietari (i “padroni”) e uomini lavoratori (gli operai “sfruttati”).

Così si è consumato lo sconvolgimento del senso dell’analisi scientifica marxiana, pur se questo processo è con quasi sicurezza quello che ha consentito la saldatura tra nascente movimento operaio e dottrina marxista. Senza questa torsione ideologica, Marx sarebbe restato nella storia del pensiero economico e sociale, ma non avrebbe dato il proprio nome ad un movimento che ha segnato un buon secolo di storia. Marx è dunque divenuto un personaggio di grande rilevanza nel mettere in moto consistenti quote di quelle che definiamo “masse”.

Naturalmente, man mano che il movimento operaio usciva completamente dal retaggio culturale del mondo contadino, man mano che gli operai diventavano sezioni assai diversificate di un mondo del lavoro salariato all’interno della formazione sociale capitalistica ad alto livello di sviluppo, il marxismo ha fatto la fine miseranda che sappiamo; restano ormai solo pochi santoni squalificati, da una parte, e dall’altra alcuni gruppetti di millantati pensatori, ben finanziati dai loro presunti nemici (i rappresentanti del capitalismo) per diffondere un pensiero vuoto e ormai privo di addentellati reali, al fine di consegnare progressivamente all’oblio ogni tentativo di analisi critica dell’attuale società, che non è più il capitalismo studiato e discusso dai marxisti.

Tornando all’inizio del movimento di masse di lavoratori, il cosiddetto tradunionismo – cioè l’abbandono di ogni velleità rivoluzionaria, anzi anche di semplice trasformazione appena un po’ radicale – conquistò quasi subito il movimento operaio inglese. Tuttavia, ci si consolava nel campo marxista che si considerava “rivoluzionario”; l’Inghilterra, a quel tempo, era il primo paese ad aver raggiunto un alto grado di industrializzazione oltre ad essere un paese colonizzatore per eccellenza. Non poteva esservi dubbio (sempre per i marxisti): la classe “universale” (operaia) – quella che aveva la missione, “oggettivamente fissata” in sede di dottrina, di emancipare se stessa e l’intera umanità – si era venduta (anzi, si erano soprattutto venduti i suoi capi, in genere “piccolo-borghesi” pronti a svendersi) per il classico “piatto di lenticchie” (niente male quelle “lenticchie”!) ottenuto grazie allo sfruttamento coloniale. Poi però, sfortunatamente, la svendita si è andata generalizzando a tutto il mondo capitalistico più avanzato, man mano che questo (con sempre nuovi paesi che affluivano in esso) si sviluppava e raggiungeva la (presunta) maturità del modo di produzione capitalistico.

Tanto valeva abbandonare la classe operaia, questa “venduta”. Eroiche sono allora diventate le masse popolari dei paesi sottoposti alla dominazione imperialistica, che avrebbero infine “accerchiato le città” (i paesi capitalistici avanzati e colonizzatori, in cui i ceti operai si erano ormai integrati nel capitalismo via consumismo). Oggi anche questa ideologia, pauperista e miserabilista, si è esaurita; quanto meno in quelle prime forme, che si pretendevano rivoluzionarie, poiché al loro posto è avanzata una mentalità che predica (quasi sempre con ipocrisia e per altri scopi rispetto a quelli dichiarati) l’accoglimento dei poveri migranti disperati. Quella che, da ormai troppo tempo, è in pieno disuso è l’analisi scientifica condotta con la forza di Marx. Si è alla fine rivelata assai parziale e ha commesso alcuni errori d’impostazione, del tutto inevitabili in qualsiasi teoria; e soprattutto in quella marxiana che, come disse Althusser, ha posto nell’ambito della scienza l’indagine dei processi storici interessanti la società umana.

Si chiacchiera a vanvera e basta. E sempre con l’“Uomo” in bocca; un pover’uomo degradato dal suddetto consumismo, dai mass media sempre più volgari, dallo spettacolo che invade tutta la nostra vita. Un pover’uomo alienato in ogni dove, piallato e reso una sottile tavoletta priva di tridimensionalità, che non pensa più, non ama più, non soffre più, che vede i morti veri e crede che siano videogiochi. Il perché di tali fenomeni, indubbiamente riscontrabili nella vita pratica d’ogni giorno, non è più studiato secondo il metodo scientifico, che è senza dubbio “povero”, dà poche soddisfazioni “sentimentali” e non consente quei piagnistei a comando con i quali logorroici “narcisi”, ritenuti emeriti intellettuali da masse di ingenui derelitti di questi tempi grigi, guadagnano notorietà e denaro grazie a scadenti mass media, sui quali essi imperversano sgomitando e odiandosi mortalmente fra loro.

2. E’ indispensabile liberarsi dei (non) pensatori odierni, un cospicuo numero di manutengoli solo innamorati di se stessi, che stanno annientando ogni minimo buon senso. Mai vissuto, per quanto ne so, un simile degrado e un moltiplicarsi di aborti presi per grandi creazioni. E’ assai spiacevole dover immaginare che solo una grande tragedia potrà far ritornare il senno nel cervello umano. In realtà, ci sono abbastanza esseri pensanti in giro, ma non possono manifestarsi perché tutti i mezzi vengono forniti, da ceti dominanti di una meschinità senza limiti, a chi fa a gara per distruggere ogni intelligenza delle “cose del mondo”. Non si può contrastare quest’assemblaggio di omuncoli con encefalogramma piatto sul loro terreno – giornalistico, televisivo, ecc. – ormai colmo di imbecillità, nella quale sguazzano a loro perfetto agio.

Ripeto che in realtà, sia pure assai più nascosti e meno esibizionisti, esistono intelletti di buon livello. Tuttavia, molto spesso sono pure essi moderatamente irritanti perché parlano di ciò che non conoscono per nulla o almeno a sufficienza. A questo proposito, devo precisare un punto abbastanza rilevante per me. Non sono affatto un patito della scienza, non credo che essa giunga alla “verità” e nemmeno ad una crescita esponenziale delle nostre conoscenze di quanto va considerato reale. Non a caso, soprattutto in certi campi dove l’usura del sapere è maggiore, le varie teorie escogitate per interpretare questo reale vanno incontro ad invecchiamento – cioè a perdita progressiva di credibilità e di realismo – in tempi abbastanza rapidi; dopo di che, in molti casi, divengono semplici credenze (ideologiche), cui restano attaccati alcuni fanatici attardati.

Diciamo che sono soltanto capace di rimuginare in un campo ritenuto grosso modo scientifico. Tuttavia, mi rendo conto che la nostra conoscenza, in tale campo, deve necessariamente porre ipotesi, sempre prudenti e consapevoli dei loro limiti intrinseci, relativamente alla realtà che ci circonda e con cui dobbiamo per forza interagire in qualche modo nel corso dei nostri processi vitali. E ogni ipotesi ha imprescindibile bisogno di uno sfrondamento deciso della realtà per costruirla in modo semplice allo scopo di poterla affrontare con possibilità di successo. Quando lo si consegue effettivamente, diciamo di essere stati realisti. In molti casi, ci azzardiamo a complicare l’iniziale semplicità del quadro teorico delineato, aggiungendovi nuovi elementi (pur sempre ipotizzati e poi applicati in pratica). Il fatto stesso di quest’aggiunta successiva dovrebbe renderci consapevoli che stiamo costruendo una “realtà”, non riproduciamo effettivamente quella reale.

Oltre a questo, dobbiamo spesso pensare la dinamica secondo la quale evolve quanto da noi teorizzato via ipotesi, attribuendo al movimento precise direzionalità; a volte diverse fra loro, ma ad ognuna delle quali viene allora assegnata una data percentuale di probabilità. Tenuto conto delle modalità seguite nell’immaginare la realtà – mediante schemi assai semplificati e dotati di ordine e di precisa struttura interrelazionale tra elementi – mi sembra evidente che non la riproduciamo come essa è realmente nel suo andamento caotico e non strutturato (nemmeno in via probabilistica). Per quanto mi riguarda, non credo esista altro modo per agire nella pratica; e sia chiaro che quando parlo di agire (e interagire con la realtà) non mi riferisco solo all’intervento attivo con fini di utilizzo (in genere trasformativo) di quanto supposto, ma anche ad una sostanziale “contemplazione” che voglia seguire l’andamento (sempre supposto) dei processi reali.

Se si è seguito quanto ho pur succintamente descritto, spero si capirà – per andare adesso al caso specifico – che non polemizzo contro i “filosofi dell’uomo” perché li ritengo al di fuori della realtà. In un certo senso, siamo tutti fuori della realtà (quella reale); e tutti seguiamo certe pratiche che ci consentono diverse impostazioni di vita in differenti ambiti e tempi della stessa. Per questo motivo, sono da molto tempo contrario alla presunzione di certi scienziati, che credono alla possibilità della ragione (così viene denominata questa facoltà umana, non posseduta dagli animali, almeno a quanto ne so) di eliminare l’uso di altre prerogative altrettanto fondamentali per la vita degli uomini; come ad esempio la fede, la credenza (di tipo che definirei ideologico). Con differenze sostanziali tra quella religiosa e quelle legate ad ambiti più “terreni”: il riscatto e l’equità sociale, la giustizia, l’armonia nelle relazioni intersoggettive, ecc.

Si deve inoltre essere ben consapevoli del conflitto tra credenze varie, soprattutto se sono differenti pur se rivolte allo stesso oggetto di pertinenza. Il loro urto e il tentativo di sopraffarsi sono del tutto ineliminabili; ogni appello alla ragione, quale arbitro presunto imparziale fra di esse, mostra ogni volta la corda. Talvolta può anzi peggiorare la situazione, poiché magari impedisce che lo scontro giunga alla provvida eliminazione delle credenze ormai decrepite e il cui mantenimento sarebbe una inutile perdita di tempo nella nuova epoca storica in cui è entrata la società umana. Sia però chiaro che le credenze – in combattimento reciproco – ci saranno sempre; indubbiamente è utile che vengano sorrette dal ragionamento, privo però dell’illusione che ciò sia sufficiente ad eliminare il conflitto. Fare appello alla presunta neutralità della “Scienza” – magari inondata dalla matematica, tanto precisa da poterla far passare quale arbitra assoluta della “verità” – è in genere una modalità di lotta attuata per far vincere una credenza, cercando di eliminare surrettiziamente le altre.

Detto questo, si fa comunque scienza ed è senza dubbio utile farla, anzi indispensabile per l’azione pratica degli uomini; mantenendo, però, la consapevolezza dei suoi intrinseci limiti. Essa deve evitare, con piena coscienza di se stessa, di ergersi a inutile ricerca della Verità. Più modestamente e con buon senso, ci si limiti a pensare e costruire quelle immagini della “realtà” in grado di meglio indirizzare la nostra attività pratica: nella vita quotidiana come in più ampi ambiti della storia umana. Ed è allora essenziale attenersi alla precisa distinzione tra ambito scientifico e uso di certe idee in contesti sociali più allargati. La scienza ha necessità di giungere alla semplificazione del quadro teorico con cui si costruisce una determinata “realtà”. Semmai ci sarà in seguito una qualche complessificazione delle teorie, e sempre “cum grano salis”, non con l’improntitudine di certi seguaci delle stesse.

Ecco il perché della mia irritazione nei confronti dell’“umanesimo” di certi filosofi che si sono pretesi seguaci di Marx. Il suo pensiero va finalmente limitato alla formulazione di una teoria rappresentativa della “realtà” suddivisa in diverse formazioni sociali succedutesi nella storia. Consapevoli, però, che in definitiva questo pensatore si è concentrato su quella a “modo di produzione capitalistico”, semplificando l’immagine della società moderna in modo mirato ad uno scopo ben definito: dare avvio al movimento di trasformazione della stessa secondo date finalità, che indubbiamente rappresentano un presupposto della teoria stessa.

Oggi, data l’invalidazione di certe previsioni – e l’ormai indubitabile fallimento (per ogni cervello pensante) di certe azioni programmate in seguito a queste – si deve tendere a ricostruire la teoria marxiana secondo i suoi connotati effettivi. L’invalidazione in questione, il non conseguimento di certi obiettivi perseguiti in base alle conclusioni tratte dalla teoria, non hanno come conseguenza la cancellazione della stessa, che resta pur sempre una tappa nella costruzione della possibile rappresentazione (costruita via ipotesi, lo ripeto) della “realtà” sociale. Bisogna tuttavia ripensare tale teoria, rendendosi conto che ciò non significa apportare deboli rappezzamenti al suo “tessuto” mediante le ben note “ipotesi ad hoc”, a volte di qualche utilità per un certo periodo di tempo, ma di necessario abbandono alla fine di una lunga serie di insuccessi sempre più conclamati.

Anche qui un esempio molto chiaro di quanto intendo dire. Continuo a credere che non sia balorda la rappresentazione di vasti strati sociali, il cui lavoro (l’energia prestata nella produzione dei beni necessari alla vita sociale in quella determinata fase storica) serve, per una sua parte (il pluslavoro), al mantenimento di altri strati (minoritari) che detengono nella fase in questione il potere dominante. Tuttavia, il marxismo ne ha tratto la conclusione che allora si sarebbe necessariamente, ineluttabilmente, sviluppata una lotta antagonistica tra questi differenti strati tale da condurre alla fine alla trasformazione della società stessa, cioè al passaggio da una “formazione sociale” ad un’altra del tutto differente nella strutturazione dei rapporti tra i suoi membri costitutivi. Questa conclusione, come credo di aver dimostrato in tanti anni di lavoro di “revisione” (in parte condensato sinteticamente, ma con precisione, nel libro collettivo “L’illusione perduta”), si è dimostrata errata. Non mi dilungo qui sulle conseguenze di tale errore, già ampiamente illustrate appunto in molti libri e articoli. Da esso ho però tratto una serie di conclusioni in merito al cambiamento radicale di quella teoria, di quello che viene indicato quale suo paradigma.

3. Della teoria marxista – e cercando di tornare ad una coerente ricostruzione del pensiero di Marx – terrei soprattutto valida la ricerca dei rapporti sociali dotati di una costruita (sempre per via di ipotesi aperte al cambiamento) struttura interrelazionale tra differenti gruppi. E penso pure che sia valida la ricerca di una interattività, a differente grado di conflittualità (aperta ovviamente alle alleanze, consustanziali al conflitto), tra questi diversi gruppi. Possiamo anche accettare che vi sia un pluslavoro (e dunque un plusprodotto). Tuttavia, dobbiamo abbandonare la divisione della società in due sole classi propriamente antagonistiche – il cui conflitto, cioè, conduce alla rivoluzione e al passaggio da una società all’altra – costruite in base alla centralità attribuita alla proprietà o non proprietà dei mezzi di produzione.

Inoltre, quanto affermato da Marx all’inizio del “Manifesto” del 1848 è per lo meno impreciso e limitativo. La storia non è soprattutto lotta tra dominanti e dominati, ridotti appunto a due classi soltanto in base al potere o meno di disporre dei mezzi produttivi: cioè lotta tra proprietari di schiavi e schiavi, tra feudatari e servi della gleba, tra borghesia e proletariato (tra capitalisti e operai). La lotta continua, sorda o manifesta, aperta a varie mediazioni o cruenta e “definitiva”, è stata del tutto prevalentemente quella tra gruppi dominanti. E non semplicemente (oserei dire in modo meno rilevante) tra i gruppi interni ad un certo “orizzonte territoriale” (che oggi indichiamo con paese, o anche nazione, ma che poteva anche essere un feudo o un dato “popolo barbaro”, in questo caso spesso nomade, e via dicendo), ma soprattutto tra quelli dominanti nell’ambito di popoli, etnie, religioni ecc. differenti. E, nell’epoca moderna, tra paesi o nazioni diversi (sotto la direzione dei dominanti in sella al loro interno in ogni dato periodo di reciproco conflitto acuto).

La “rivoluzione francese” può apparire un’eccezione, ma in realtà la monarchia, con i ceti nobili ecc. ad essa subordinati, era già fortemente indebolita da scontri sul piano esterno. Quanto alla “Comune di Parigi” o alla ben più rilevante “rivoluzione d’ottobre” sono diretta conseguenza del malessere generale accompagnato dal crollo delle istituzioni dominanti in un dato paese in seguito allo scontro bellico tra Stati, cioè tra gruppi dominanti di diversa nazionalità. Del resto, Marx stesso ammise che non furono certo le lotte degli schiavi a produrre il passaggio dal mondo antico a quello feudale; che non fu la lotta dei contadini servi a produrre il passaggio dal feudalesimo al capitalismo.

E anche l’idea della funzione preminente svolta in quest’ultimo passaggio dalla borghesia (che per lungo tempo fu soprattutto mercantile, da Marx considerata una semplice transizione e per di più involutasi con un suo relativo “infeudamento”), va rivista ampiamente. Per l’affermazione della società a struttura capitalistica (di un certo tipo) è stata fondamentale la formazione dei grandi Stati nazionali (dove i vari feudatari erano ormai soggetti al Monarca assoluto), il loro continuo scontro reciproco (anche apertamente bellico) e l’indebolimento dei poteri centrali monarchici (anche dove sono sopravvissuti, come in Inghilterra ad es., sappiamo che cosa sono alla fine diventati).

Se Marx aveva creduto che il capitalismo sarebbe stato una eccezione – con rivoluzione e transizione ad altra società per l’azione della classe ivi subordinata e presunta antagonista diretta della borghesia – ciò è legato a tutta una serie di sue supposizioni da me ampiamente illustrate mille volte ormai, dimostratesi ormai del tutto errate. La classe operaia, il supposto soggetto decisivo di questa rivoluzione, ha ampiamente rivelato il suo adattamento alle successive fasi di sviluppo di società ancora considerate per l’essenziale capitalistiche, ma molto diverse da quella studiata e teorizzata da Marx.

Le rivoluzioni sono state alla fine fatte sempre, senza eccezioni, da masse contadine, del tutto ignare delle tesi relative al comunismo, dirette da élite professionali indubbiamente richiamatesi a lungo al marxismo, sempre più stravolto rispetto all’originale pensiero marxiano e divenuto alla fine un cumulo di “macerie ideologiche”, che hanno creato catene di fallimenti nel governo di società mai avviate verso il “socialismo” (il comunismo lasciamolo stare perché è solo frutto dell’ignoranza sia dei sedicenti comunisti sia degli ancora più ignoranti anticomunisti viscerali).

Si è straparlato di transizione al (o costruzione del) socialismo – e in ciò non mi tiro indietro nell’ammettere anche la mia cecità – ma quanto è stato ottenuto è tutt’altra cosa. Non si deve pensare adesso che nulla è stato messo in piedi; solo che non c’entra nulla con la società socialista supposta da Marx e predicata dai partiti comunisti al potere in certi paesi. Per di più, una ideologia, che ha annebbiato completamente la vista, ha dato vita a forme di governo di società, alcune delle quali – magari dopo crisi d’ampia portata – sono oggi in sviluppo, eppur bisognose comunque di una ben più attenta analisi di quanto effettivamente accaduto; altrimenti saranno a rischio di nuovi ruzzoloni.

Per il momento mi fermerei qui. Sottolineo però che è ormai necessaria una ben più penetrante comprensione dei rapporti tra conflitti interni ai vari paesi (o comunque a popoli dotati di una più o meno compatta unitarietà in base a certi caratteri culturali e di tradizione) e quelli tra Stati o paesi o anche tra comunità dotate dei sopraddetti caratteri. La netta sensazione, per quanto riguarda i principali moti rivoluzionari (quelli di tipo interno), è che siano preceduti, e dunque attizzati o fortemente ravvivati, dai conflitti da considerarsi esterni alla singola società in rapido rivolgimento. Tutto da ripensare rispetto alle ubriacature di certi pensatori e anche agitatori, che si sono creduti i “missionari” di “grandi cambiamenti”.

Ancora una volta invito i giovani – una minoranza certamente, le maggioranze sono più adatte a muoversi per forti stimoli momentanei, spesso “di pancia” – a mettersi sulla via di una netta revisione del passato: sia teorico che di movimento pratico. Noi vegliardi, per bene che vada, siamo soltanto in grado di indicare gli svarioni che abbiamo fatto, di porre in evidenza le nostre ubriacature di tanti anni e decenni. Quando si è bevuto tanto “vino ideologico” – che ogni generazione alla fine della sua vita avrà necessariamente bevuto, mettiamocelo bene in testa – ci si può snebbiare un po’ la testa, passare qualche volta il capo sotto l’acqua fredda, ma non tornare del tutto in sé e ripensare la fase in cui si sta vivendo senza più gli effetti dell’“l’alcol” ingerito nella precedente. Sia chiaro che ogni generazione, arrivata a “buona maturazione”, deve essere conscia di tutto ciò. E’ già tanto se si rende conto di aver “bevuto” troppo e segnala ai più giovani quali azioni inconsulte ha compiuto; e quali pensieri ha nutrito e diffuso durante la fase acuta della “sbronza”.

(di Gianfranco la Grassa)