Laudata sii, o mia provincia: apologia dello Strapaese

“[…] persona che mostra di avere la mentalità ristretta, le abitudini piccolo-borghesi, il cattivo gusto considerati tipici della gente di provincia […]”.

È questa la definizione che si trova sulla Treccani cercando il termine “provinciale”. Ed in effetti è così che la mentalità contemporanea è abituata ad intendere la provincia, il piccolo paesino o più in generale tutto ciò che non sia metropoli: un coacervo di arretratezza economica ma soprattutto culturale, un posto dal quale scappar via il prima possibile, terra per bifolchi e retrogradi eretici da convertire nella crociata del pensiero metropolitano e, in caso di fallimento, da abbandonare e giudicare con disprezzo.

Troppe differenze, troppe sottoculture, lingue, dialettucoli, intrighi, inciuci nella vita del buon provincialotto per essere considerato della stessa natura di un illustre cittadino metropolitano, dei quartieri bene, dalla mentalità aperta, progressista e conoscitrice del mondo. Come in quasi ogni cosa però, anche per la provincia “male assoluto” vale l’adagio; se il pensiero dominante vi indica una via, vi conviene remare dall’altra parte. La verità è che la provincia rappresenta, nel mondo moderno, quello che è forse l’ultimo avamposto di resistenza culturale all’appiattimento della società, all’ideologia dell’uguale, all’effetto globalizzazione che vuole Londra uguale a New York, uguale a Roma e a Berlino.

Ed è proprio qui che la provincia esercita il suo ruolo di opposizione. Essa resiste all’uniformità, la provincia è chiusa, isolazionista, ostile, è un luogo estraneo alle logiche di mercato e al mondialismo imperiante. Il provincialismo è legame viscerale alla propria terra, è un sentimento fatto di forte localismo, di tradizioni, di senso di comunità.

Nella provincia, molto più che in una metropoli, c’è la fondamentale consapevolezza di essere cittadino di un luogo preciso, e non semplicisticamente e volgarmente “del mondo”. Ed è la coscienza di essere legato a un qualcosa, l’abitudine ad una vita maggiormente comunitaria e meno atomistica e spersonalizzata.

Il cittadino di provincia non vive un mondo “multiculturale”, ma un mondo fortemente diversificato; conosce le altre culture non mischiandole con la sua, ma visitandole tenendosene a distanza e guarda con sospettoso interesse anche a chi è a 10 km dal suo naso, perché sì, bastano pochi metri per entrare in un’altra comunità. Quella che potrebbe sembrare una mentalità disgregante nella realtà dei fatti non lo è, perché allo stesso tempo aggrega il più vicino differenziandolo, in sequenza, dal più lontano.

La provincia, e la sua forma mentis, sono la base di un mondo multipolare in cui essere uniti non vuol necessariamente dire essere tutti uguali. Dallo Strapaese a Pasolini in molti si sono interessati al fenomeno delle piccole comunità, delle singole identità locali viste come risposta al mondo vorace e globalizzato. Mino Maccari, tra i fondatori dello Strapaese scrisse nel 1924 su “Il Selvaggio” che il movimento serviva «per difendere a spada tratta il carattere rurale e paesano della gente italiana […] contro l’invasione delle mode, del pensiero straniero e delle civiltà moderniste» che potrebbe «annullare il tesoro della nostra razza» entrando, tra l’altro, in polemica con l’area modernista del PNF. Polemica che gli costerà il ritiro della tessera del partito.

Pasolini poi, diede enorme importanza al dialetto come “elemento non contaminato” ed ebbe a scrivere “Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”. I dialetti e le sue inclinazioni particolari rappresentano, in effetti, un patrimonio culturale immenso; sono la mappatura di popoli ricchi di storia, di cultura al punto tale da riuscire a trovare specificità in ogni piccolo angolo. È quindi un’opposizione estrema e di una straordinaria bellezza, quella che la provincia muove al totalizzante fenomeno di livellamento delle identità.

D’altro canto, però, va fatta una fondamentale precisazione: il provincialismo, come già accennato non è disgregante, ma aggrega nella diversità, accomuna i simili (occhio ai termini, volere una unione di “simili” non significa volere un unico soggetto in cui siano tutti “uguali”, che è invece tema proprio del globalismo). L’elogio della cultura locale non può e non deve diventare quindi pretesto per micro-indipendentismi utili solo alla distruzione del sistema degli Stati nazionali che restano, nel rispetto delle realtà locali, gli unici sistemi di contrasto al mondialismo.

E viva dunque i provincialismi e i campanilismi, semplicemente (e forse anche ingenuamente, ma che importa?) fieri di sé stessi, che sanno definirsi, che non smarriscono la propria identità nel vuoto cosmico della realtà metropolitana che abitua il suo cittadino ad essere tutto, che coincide inesorabilmente con l’essere niente.

(di Simone De Rosa)