Omar Sivori, il gaucho dal mancino fatato

«L’unica maniera per far divertire gli spettatori è divertirsi giocando a calcio. Se non si diverte il calciatore non si diverte neanche il pubblico.»

Sarebbe ingiusto e riduttivo prendere in esame esclusivamente gli straordinari numeri, le vittorie, i riconoscimenti e le statistiche per raccontare Omar Sivori. Perché, secondo la definizione di Gianni Agnelli, per chi ama il calcio Sivori è un vizio. Non il solito vizio che alla lunga risulta dannoso per la salute, ripetitivo e compulsivo, ma una inafferrabile e trascinante tentazione da scoprire e contemplare in tutte le sue sfaccettature. E come tutti i vizi, la lettura della storia di Sivori o la visione di filmato d’epoca che racconta la sua intensa carriera sui campi di calcio, sono piaceri che valgono la pena gustare tra amici, meglio se con un sigaro cubano tra le labbra e sorseggiando un bicchiere di rum invecchiato. Sivori, sul rettangolo di gioco, è l’irriverente e incosciente che con il suo mancino benedetto provoca impunemente gli avversari di un calcio più “maschio”, in cui le vendette dei difensori feriti nell’orgoglio erano un fatto ordinario, sicuramente più tollerato.

«A quali giocatori della Juve sono più affezionato? A Sivori, Boniperti e Platini.» Gianni Agnelli

Genio raffinato e selvaggio, rissoso e perverso, a tratti sadico nel suo incedere irridente, il vizio Sivori si palesa brevettando un’arma come il tunnel per umiliare gli avversari, e danza con il pallone sul filo del rasoio, rischiando le gambe con dribbling continuati, ossessivi e ostinati. Oltre ai gol, alle vittorie, agli attestati di stima per la sua classe, in undici anni di carriera in Italia colleziona ben 33 giornate di squalifica. Quasi un intero campionato a 18 squadre. Per provare a giustificarsi Sivori se ne esce con una frase che rovescia totalmente le responsabilità: «Il giocatore di talento pensa a come ricevere il pallone, a come controllarlo, a come dribblare l’avversario. Il difensore, spesso, pensa solo a come picchiarlo». In realtà nella vita fuori dal campo Sivori è una persona educata e corretta, come amava ripetere ai cronisti John Charles, il suo gemello diverso che è stato al suo fianco in campo durante la romanzesca epopea juventina di fine anni ’50 e inizio anni ’60.

«Non avevo ancora esordito nella prima squadra del River Plate, ma il mio desiderio di indossare la maglia della Vecchia Signora era già costantemente presente nella mia mente.»

Enrique Omar Sívori nasce a San Nicolás de los Arroyos, nella provincia di Buenos Aires, il 2 ottobre del 1935. Come molti argentini il suo cognome è la conseguenza di chiarissime origini italiane: suo nonno paterno, Giulio Sívori, è un immigrato di Cavi di Lavagna, frazione del comune ligure di Lavagna. Sua madre Carolina è invece originaria dell’Abruzzo. E’ giovanissimo quando entra a far parte della prima squadra del River Plate, il club che rappresenta più di tutti il calcio argentino, nelle virtù e nei difetti. Da quel momento per gli argentini Omar Sivori è “El Cabezon”, un soprannome che lo accompagnerà per tutta la carriera calcistica. Un nomignolo coniato per sintetizzare la buffa sagoma, dove una folta capigliatura campeggiava su una corporatura tutt’altro che massiccia. Nel 1955 il River Plate vince la Primera Division Argentina battendo il Boca Junios 2-1 alla Bombonera e la Copa Río de La Plata battendo il Nacional. I Millonarios bissano lo scudetto l’anno successivo superando il Rosario Central per 4-0, con Sívori che realizzò l’ultima rete. Nella Nazionale argentina Sivori, insieme a Maschio e ad Angelillo, forma il trio de “Gli Angeli dalla faccia sporca” e vince la Coppa America nel 1957. Resta al River fino al 1957 prima di essere acquistato dalla Juventus. E’ una cessione che destabilizza il club argentino per i successivi 18 anni, quando i biancorossi rimangono completamente a secco di titoli nazionali, ma allo stesso tempo i soldi rivitalizzano le casse societarie e permettono di terminare la costruzione dello stadio Monumental. Un settore dell’impianto di Buenos Aires, non a caso, sarà denominato “Tribuna Sivori”.

«Stravedevo per la cattiveria e la scaltrezza di Sivori: non si faceva mai picchiare da nessuno. Anzi, al massimo succedeva il contrario.» Marcello Lippi

In un momento in cui l’insaziabile Vecchia Signora deve dare una rispolverata alla bacheca (i bianconeri non vincevano il titolo da 6 stagioni), atteso da Agnelli in persona all’aeroporto, tra un generale scetticismo malcelato, spunta un ometto dall’aria di chi la sa lunga. Fu Renato Cesarini a consigliare la Juventus di acquistare Sivori. Era un’epoca ancora rudimentalmente tecnologica in cui le segnalazioni dei talenti erano precedute da osservazioni reali sul campo e avevano un peso specifico in mancanza di internet. I bianconeri mettono sul piatto del River Plate 10 milioni di pesos e battono la concorrenza di Inter e Real Madrid. Insieme a lui arriva il gallese John Charles, un tipico armadio a tre ante del calcio britannico. Nessuno potrebbe mai immaginare un connubio così strampalato. I due sono diversi in tutto, sia sul piano calcistico che caratteriale: narcisista, cattivo in campo, dribblomane innamorato del pallone e scafato l’argentino, buono, generoso, posato e forte nel gioco aereo il gallese. Charles, in fondo, rappresenta la disciplina e il senso del dovere nella Juventus, due tra i comandamenti scolpiti sulle tavole della legge juventina, e l’omaccione venuto dal Galles riesce quantomeno ad arginare la furia anarcoide del gaucho Sivori.

«Sivori arrivò una settimana dopo di me. Lui parlava spagnolo e io inglese, non capivamo nulla delle nostre conversazioni… Per me è stato il miglior giocatore di sempre.» J.Charles

Ai tifosi juventini Sivori si presenta a modo suo, palleggiando per 4 giri di campo senza far mai cadere il pallone sul terreno del Comunale. La Juventus comincia subito a dettare legge e stravince il titolo, il decimo della sua storia, quello della stella. I gol del trionfo sono soprattutto frutto di un attacco formidabile in cui furoreggia Sivori, con il suo misto di tecnica deliziosa e garra argentina, assistito egregiamente da Charles e Boniperti. Si narra che tra quest’ultimo e l’italo-argentino non corra buon sangue perché El Cabezon mal digerisce chi prova a rubargli la scena, mentre Sivori rispetta Charles, il gigante buono che perde la pazienza in un unico memorabile episodio, durante una partita di coppa Italia. In quell’occasione il discolo Sivori la fa grossa e Charles gli rifila addirittura uno schiaffo dopo un accesissimo diverbio. Sivori, in un’intervista rilasciata qualche anno prima di morire, ricordò senza alcun rancore quell’episodio: «Mi diede uno schiaffo più che altro per allontanarmi da qualche guaio». Nella seconda stagione con Sivori in rosa la Juve non trova il passo giusto per lottare ai vertici, ma l’italo-argentino realizza ugualmente 15 gol. Il 1959-60 torna a essere dominato dalla Juventus e da Sivori che si aggiudica il titolo di capocannoniere con 27 gol. Nei primi 4 anni alla Juve Sivori vince 3 campionati e 2 Coppe Italia realizzando una media di 25 gol a stagione nei campionati vincenti e 15 in quello non vinto dalla Juve. Un totale di 90 gol in 4 campionati…

«Non ho mai visto Charles dare una sberla a nessuno, però a Sivori gliel’ha data…» G. Boniperti

Il 10 giugno 1961 viene scritto il primo velenosissimo capitolo dell’ancestrale rivalità tra Inter e Juventus. I nerazzurri schierano contro i bianconeri la formazione Primavera per protesta contro una decisione federale. I milanesi volevano la conferma della vittoria a tavolino per l’invasione di campo dei tifosi bianconeri prima di un Juve-Inter che valeva lo scudetto, ma la CAF decise di far rigiocare la partita. Nel 9-1 inflitto dalla Juve ai nerazzurri spiccano le sei reti di Sivori, un record condiviso con Silvio Piola in Serie A. Secondo Sandro Mazzola (esordì giovanissimo con la maglia dell’Inter proprio in quella partita) Sivori iniziò a giocare quella partita in modo svogliato, con il freno a mano tirato, e si scatenò solo dopo le esortazioni dei suoi compagni.

«Qui bisogna lottare sempre e quando sembra che tutto sia perduto, crederci ancora. La Juve non si arrende mai.» Frase di Sivori impressa nel corridoio dello Juventus Stadium

Nel 1961 Sivori vince il Pallone d’Oro. All’epoca gli stranieri non erano ammessi al Premio, ma nel frattempo El Cabezon ottiene la naturalizzazione per via delle sue origini liguri che gli consentono anche di vestire la maglia della Nazionale Italiana. In maglia azzurra va in gol nei primi tre incontri segnando anche all’Argentina. Contro Israele, in una partita per le qualificazioni mondiali, segna 4 gol su 6 totali dell’Italia. Nella stagione 61-62 in Coppa dei Campioni la Juventus espugna il Santiago Bernabeu con un gol di Sivori. Una sconfitta bruciante per Di Stefano e compagni che prima di allora non avevano mai perso in casa in quella competizione. Sivori segna anche nello spareggio disputato a Parigi, ma la Juve perde 3-1 contro il Real. Dopo 8 anni alla Juventus Sivori lascia il club per incomprensioni con il nuovo allenatore, il paraguaiano Heriberto Herrera che pretendeva una maggiore partecipazione corale al gioco di squadra. «A lui manca un’educazione tattica perché non ha mai giocato con un compito chiaro in un collettivo», è l’accusa inequivocabile del tecnico verso Sivori che non è certo un tipo remissivo in queste situazioni. L’irremovibile risposta prende forma con l’addio alla Juventus.

«Napoli mi ha dato molto, ma io, per l’infortunio al ginocchio e per le squalifiche, forse le ho dato meno di quanto ne avrebbe meritato. Purtroppo non si può più rimediare…»

Sivori sceglie di accasarsi al Napoli dove trova un altro famoso oriundo che risponde al nome di Josè Altafini. In un Napoli-Juve Sivori perde la testa e si fa espellere cascando nelle provocazioni del difensore juventino Favalli (che poi rivelerà di essere stato sollecitato negli spogliatoi dal tecnico Heriberto Herrera a provocare Sivori): 6 giornate di squalifica. Questo episodio lo convince al ritiro dal calcio, una decisione comunicata dopo una convocazione ai giornalisti. «Favalli è stato il più colpevole, ma anche il più furbo a provocarmi. Stupido io a reagire», disse in un’intervista dei primi anni duemila. L’affetto dei napoletani si manifesta con celebrazioni che si intrecciano tra il sacro e il profano. La statua con il suo volto viene portata in processione come se fosse San Gennaro, ma Sivori si sente arrivato al capolinea della sua carriera. Abbandona il Napoli e l’Italia. Il rapporto diretto con il calcio riprende vita nei primi anni del duemila quando la Juventus lo ingaggia come talent scout per scovare campioni in Sudamerica, pochi anni prima della sua morte che avviene il 17 febbraio del 2005 all’età di 69 anni, nella casa di San Nicolas. Fatale l’acuirsi del suo tumore al pancreas per il quale era già stato operato due anni prima.

(di Antonio D’Avanzo)