Liberi e dannati, gli intellettuali della Francia collaborazionista

Il ruolo della Francia nella Seconda Guerra Mondiale è sempre risultato, agli occhi degli studiosi, ambiguo o poco determinante. Da una parte abbiamo la resistenza gollista, che diede man forte agli alleati, e dall’altra il regime di Pétain, dipendente dai tedeschi, il quale controllava quelle zone francesi non annesse al Reich. La quasi immediata sconfitta della Francia, causata principalmente da una gravissima impreparazione bellica, ha determinato la perdita di peso politico e diplomatico in Europa relegandola così ad uno stato inesistente. Nei piani di Hitler, la Francia doveva pagare l’umiliazione inflitta alla Germania al termine della Prima Guerra Mondiale (la resa fu firmata a Compiègne, nello stesso vagone dove fu firmato l’armistizio del 1918) e sottostare a un ruolo di totale sottomissione al regime nazionalsocialista.

Il regime di Vichy ebbe, però, un peso intellettuale di rilievo negli anni della guerra poiché vi si formò un laboratorio di idee di grande spessore, animato da intellettuali anticonformisti e diversi l’uno dall’altro. In questo contesto, scrittori nazionalisti, simpatizzanti del fascismo e antiliberali esposero la loro opinione e le loro dottrine, eppure l’ambiente intellettuale francese degli intellettuali collaborazionisti era tutt’altro che conservatore. Premettiamo che prima della fine degli anni ’30, la destra francese si radunava attorno al movimento monarchico dell’Action Francaise (tutt’oggi esistente) che iniziò a guardare con favore al fascismo dopo l’ascesa di Benito Mussolini, ma conservava ancora quei tratti reazionari e tradizionalisti di fine ‘800.

I nuovi intellettuali sono all’avanguardia, innovativi e decisi a tagliare i ponti col passato. Al fronte conservatore si oppone per primo Pierre Drieu La Rochelle; scrittore e studioso di dottrine politiche con le tipiche caratteristiche del “poeta maledetto” decadente, Drieu frequenta nel primo dopoguerra ambienti diversi e contrastanti tra di loro: surrealisti, comunisti e monarchici. Cresciuto con idee nazionaliste e vicine al primo socialismo francese, a seguito della manifestazioni antiparlamentari del ’34 si dichiarerà fascista e inizierà a collaborare con diversi giornali e riviste; è in questo periodo che pubblica il suo saggio più famoso: “Socialismo Fascista”. Vi è nelle intenzioni di Drieu, l’idea di porre il fascismo e i suoi rappresentanti dell’Asse a capo di un’internazionale anticapitalista e antibolscevica il cui obbiettivo è l’emancipazione del continente europeo.

Pierre Drieu La Rochelle si suiciderà al termine della guerra ed è tutt’oggi considerato uno dei capisaldi del cosiddetto “fascismo di sinistra” ,ben descritto nel saggio di Giano Accame “Fascismo Immenso e Rosso”. Il libro di Accame prende nome dalla citazione di un’altra anima di quell’ambiente culturale, Robert Brasillach. Teorico di un fascismo romantico, antiborghese ed anticapitalista, scriverà negli anni della guerra per il settimanale Je Suis Partout, che vide la collaborazione anche di Maurice Bardèche, saggista che nel dopoguerra sarà vicino a Jean Marie Le Pen. L’attività giornalistica di Brasillach lo porterà, al termine del conflitto, alla condanna a morte. Il processo fu osteggiato da molti intellettuali (tra cui ex resistenti) proprio per questa valenza esclusivamente intellettuale e non di effettivo collaborazionismo, ma a nulla valsero le proteste dell’opinione pubblica. Memorabile la scena avvenuta durante la lettura della sentenza: emessa la condanna, una voce indignata dal pubblico esclamò :“è una vergogna”, Brasillach replicò con calma: “è un onore”.

Intellettuale vicino alle posizioni dei fascisti di Vichy era anche Louis-Ferdinand Cèline; considerato uno dei più influenti scrittori del ventesimo secolo, le sue opere (ricordiamo il classico “Viaggio al termine della notte”) hanno ispirato artisti come Charles Bukowski e rappresentanti della beat generation statunitense. In molti giustificano la sua vicinanza al regime di Pétain per via di un nichilismo autodistruttivo e un irrazionale antisemitismo. Troviamo però nei suoi scritti una dichiarata vicinanza alla causa dell’Asse ed un’accesa convinzione patriottica che lo porterà, a differenza degli intellettuali di formazione maurrasiana, ad auspicare un’Europa franco-tedesca. Nonostante ciò, Cèline non sarà mai organico al regime e non rivestirà mai il ruolo di collaborazionista (non si dichiarerà mai fascista e ciò lo porterà ad essere definito “anarco-nazionalista”), mantenendo quell’indipendenza che lo renderà inviso sia ai funzionari della Francia occupata sia ai reduci della resistenza.

La caratteristica più affascinante del movimento culturale francese anni ’40 è l’originalità dei suoi rappresentanti: sentimentalisti, feroci, antiborghesi e idealisti. Gli intellettuali che verranno additati come collaborazionisti restano tutt’oggi degli esempi anticonformisti, difficilmente catalogabili, che hanno dato vita a interpretazioni suggestive e a correnti che non solo sono tutt’oggi attuali, ma che hanno superato ogni lettura banale di temi politici come il fascismo e il socialismo. A differenza di come speravano i loro giudici, questi uomini non sono stati dimenticati.

(di Antonio Pellegrino)